Cosa nasconde la violenza di 'Blade Runner'
Immagine via: YouTube

Cosa nasconde la violenza di 'Blade Runner'

Il film cult di fantascienza è considerato un manifesto della coesistenza tra umani e macchine, eppure non lascia nessuna speranza ai ribelli.
Giulia Trincardi
Milan, IT
5.10.17

Oggi esce nelle sale Blade Runner 2049, il sequel diretto da Denis Villeneuve del celebre film di fantascienza del 1982 — diretto invece da Ridley Scott e tratto dal romanzo Do Androids Dream of Electric Sheeps? Di Philip Dick.

Dato il peso dell'eredità che il primo Blade Runner ha inevitabilmente generato negli anni, c'è un generale senso di trepidazione e attesa per questa sfida cinematografica, che tocca temi — come androidi e intelligenza artificiale — di certo ancora più urgenti ora che trent'anni fa.

Pubblicità

Blade Runner è un film cult per numerosi motivi, primo fra tutti l'aver dipinto in modo superbo la crisi identitaria della nostra specie: "il tema fondamentale per me," commentava lo stesso Dick nel 1976, "riguarda chi è umano e chi appare solo (si maschera) come umano." Ma c'è anche un altro motivo per cui vale la pena discutere di un film uscito nel 1982 ancora oggi, che ha a che fare, piuttosto, con il modo in cui viene messa in scena la violenza nei confronti degli androidi.

"Man mano che [i replicanti] sono terminati uno per uno, il film ci costringe a rammentare la futilità della lotta."

La principale differenza tra il romanzo e la pellicola sta nella scelta di confondere il confine tra essere umano e replicante, motivo per cui Blade Runner è ritenuto dai più una sorta di manifesto della comunione fluida tra macchina e uomo.

Eppure, il gioco di ruoli tra gli androidi e il protagonista della pellicola — il cacciatore Deckard, interpretato da Harrison Ford — racconta anche uno schema di violenza atta a proteggere uno status quo che non prevede mai, davvero, il raggiungimento di una parità tra esseri umani e replicanti. Blade Runner parla anche, forse in modo ancora più sottile e inconscio, di un conflitto di classe e del desiderio umano di prevaricazione sugli altri esseri umani, rappresentati in questo caso dall'alter ego per eccellenza — bambole viventi che ci somigliano ma non sono noi, su cui possiamo sfogare una violenza sociale altrimenti tabù.

Pubblicità

Nel 1987, Peter Fitting, attuale direttore del Department of Cinema Studies Program dell'Università di Toronto, ha pubblicato un saggio sulla rivista Science-Fiction Studies intitolato "Futurecop: The Neutralization of Revolt in 'Blade Runner,'" in cui riflette sulla contrapposizione tra il poliziotto Deckard e i ribelli androidi, e sull'estetizzazione della violenza reazionaria dell'uno sugli altri.

Lungi da lui — come dalla sottoscritta — denigrare l'opera monumentale di Scott, Fitting esplora non di meno un tema politico e razziale controverso implicito nel film, su cui in pochi si sono soffermati.

"[…] in Blade Runner, il cacciare e "terminare" i replicanti non è che un'altra versione della miriade di raffigurazioni contemporanee della caccia e uccisione di altri esseri umani," scrive Fitting, specificando come Blade Runner impieghi in questo uno strumento tipico del genere fantascientifico: "la rappresentazione di una violenza che ci è già familiare, vista negli [archetipi] narrativi del poliziotto, dello sceriffo e del soldato che stanno solo 'facendo il proprio dovere,'" spiega, "è qui giustificata come la caccia e "l'eliminazione" di macchine ribelli che, incidentalmente, hanno le sembianze di uomini e donne reali."

Un ruolo importante, sostiene Fitting, nella creazione di questa retorica, è giocato dalla crescente popolarità degli effetti speciali nel cinema di fantascienza di quegli anni e da come raffigurare la morte in modo spettacolare sia una prerogativa del mezzo visivo rispetto a quello letterario — al punto che finisce, forse inevitabilmente, per incanalare anche "fantasie escapiste di violenza."

Una scena che esemplifica in modo particolare la teoria di Fitting è quella della morte della replicante Zhora. Nella sequenza d'azione, la donna-androide, colpita dai proiettili di Deckard, si schianta ripetutamente contro le vetrine dei negozi affacciati sulla strada trafficata. La sua è una morte struggente e cinematograficamente sublime, da cui trapela "un fascino prolungato e sensuale nei confronti della rappresentazione di quel tipo di omicidio."

Pubblicità

La morte dei replicanti — compresa quella epocale dell'antagonista Roy, interpretato da Rutger Hauer — è caratterizzata da un'estetica quasi feticista, che stride, scrive Fitting, con l'idea che queste figure possano effettivamente incarnare la ribellione funzionale di una classe di neo-schiavi rispetto a un sistema corrotto.

La redenzione di Roy — che sceglie di morire senza uccidere Deckard dimostrando di provare un rispetto profondo (umano?) per la vita in senso lato — è una redenzione tanto sublime quanto spuria, perché non porta a un cambiamento del reale, ma all'accettazione di uno status quo di esclusione. Roy muore perché non può fare parte di quel mondo, mentre l'autorità in carica — l'essere umano — fino a quel momento minacciata, viene difesa da Deckard nonostante sia profondamente repressiva e ingiusta.

"Paradossalmente," scrive Fitting, "il film identifica e nutre le nostre fantasie di rifiuto e rivolta nei confronti di un sistema che ci usa e manipola, permettendoci di empatizzare per un po' con i quattro androidi e la loro disperata ribellione. Ma man mano che [i replicanti] sono terminati uno per uno, il film ci costringe a rammentare la futilità della lotta."

È certamente possibile interpretare la reticenza di Deckard nel portare a termine il proprio lavoro come un senso di colpa, un dubbio esistenziale, uno spiraglio che accetta la possibilità di un vero connubio tra l'uomo e la macchina. Ma, avverte Fitting, è interessante notare come questa empatia si manifesti — tanto nel protagonista quanto nel pubblico — solo o soprattutto quando tutti i replicanti sono stati ormai sterminati.

Se è la bellezza della loro morte ciò che ci spinge a riflettere, è chiaro che in Blade Runner un futuro di co-esistenza tra uomo e macchina è negato a priori.

Blade Runner è — e plausibilmente resterà ancora a lungo — un film fondamentale. A più di trent'anni dalla sua uscita, però, possiamo permetterci di riflettere a mente fredda sulle paure più profonde che incanalava allora e che oggi sono realtà concreta. Anche senza replicanti e lacrime nella pioggia, è facile relazionarsi con alcune delle sue tematiche, come il rapporto con la tecnologia, la sicurezza, la sorveglianza e la conservazione di un sistema sociale di umani più umani e umani meno umani.

Si tratta in fondo di capire, allora come adesso, che valore vogliamo dare all'esigenza di una ribellione e di un futuro di vera co-esistenza.

Seguici su Facebook: