L'Italia peggiore ci ha fregato la musica italiana migliore
Foto via Wikimedia Commons.

L'Italia peggiore ci ha fregato la musica italiana migliore

Come funziona la gentrificazione musicale che ci ha portato via i grandi cantautori del passato.
9.11.17

Ieri notte ero maledettamente sbronzo e parlavo di musica con degli amici i quali mi hanno accusato di dire una marea di cazzate. D'altronde ero sbronzo. Il loro attacco si è concentrato su quella che secondo loro sarebbe un utilizzo errato della parola gentrificazione.

Non sono un sociologo, non penso di potermi considerare nemmeno un critico. È il motivo per il quale mi posso permettere di vedere le cose un po' come mi vanno, sono il primo a non prendermi sul serio. La mia teoria è che ci hanno tolto il cantautorato italiano tramite un'operazione di gentrificazione musicale. I colpevoli, come in un famoso romanzo di Agatha Christie, sono più di uno. Forse la storia ha i tratti di una congiura.

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Partiamo da un interessante paper universitario norvegese redatto da Petter Dyndahl, Sidsel Karlsen, Odd Skårberg e Siw Graabræk Nielsen intitolato Cultural omnivorousness and musical gentrification: An outline of a sociological framework and its applications for music education research. L'articolo si pone l'obiettivo di teorizzare un modello per definire la "musical gentrification" a partire da un parallelo tra classi sociali e capitale culturale, e tenendo al centro del discorso il concetto di appetito culturale onnivoro ("cultural omnivorousness") e di paesaggio musicale ("musical landscape").

La teoria prende le mosse da un classico concetto di Bourdieu, la suddivisione del capitale culturale in tre forme differenti: la forma incorporata della mente e del corpo, quella reificata (nel paper si utilizza la parola objectified) in forma di bene culturale, infine quella istituzionalizzata.

Bourdieu con i suoi studi intuisce qualcosa di importante, ovvero la possibilità che le istituzioni statali possano manipolare l'eredità culturale e introdurla nelle scuole nelle forme che preferisce; oppure che la cultura possa divenire sinonimo di un atteggiamento o di una classe specifica ("that looks yuppie", "that looks intellectual"). LETTORI, RILEGGETE L'ULTIMA FRASE.

Quando ascoltiamo popular music facciamo considerazioni estetiche (è buona o cattiva musica), ma le nostre esperienze musicali ci formano anche socialmente. Il giudizio estetico comune "marchia" un gruppo sociale o, addirittura, lo crea.

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Per anni la popular music è rimasta fuori dai giochi di appropriazione culturale. Le classi dominanti (economicamente e intellettualmente) si sono sempre cibate di generi come classica o jazz (e tuttora lo fanno). Ma oggi l'appropriazione colpisce anche la popular music. Questo significa che un capitale culturale che appartiene per tradizione alla classe bassa, popolare, viene assorbito dagli strati più alti, subendo di conseguenza una modificazione del significato ex post, istituzionalizzata.

Il termine gentrificazione è stato usato per la prima volta nel 1963, per definire il fenomeno londinese della middle-class che si trasferiva nei quartieri appartenenti alla working-class. A questo influsso di popolazione più abbiente si accompagnava un aumento del costo della vita, così i più poveri erano spinti verso quartieri più periferici o disagiati, o costretti a ritagliarsi un nuovo spazio in questi quartieri riqualificati e quindi più costosi. Lo spostamento (displacement) è quindi il nucleo della gentrificazione, e ne esistono di diversi tipi: quello fisico, nel quale l'abitante del vecchio quartiere è obbligato ad andarsene, quello economico, quello dell'esclusività e quello culturale, dove il soggetto percepisce l'alienazione di un luogo che non gli appartiene più.

Secondo gli autori del paper il concetto di gentrificazione si può utilizzare in ambito musicale. Basta fare un cambio di campo, da quello urbano a quello sociologico e culturale. "La metafora serve pertanto a illustrare ed esaminare tendenze simili alle sopracitate in vari campi socio-culturali della musica, in cui musiche che originariamente hanno uno status sociale, culturale ed estetico più basso diventano soggetto d'interesse e investimento da parte di operatori culturali che occupano uno status più alto, tramite processi di onnivorizzazione dell'appetito".

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Non so perché ma ho sempre immaginato gli artisti della musica popolare e i cantatuori come degli architetti che costruiscono un quartiere e gli danno una forma con dei design pattern ben precisi (per dirla con Christopher Alexander). Non è una pazzia, basta poco a cercare di immaginarsi il quartiere di Woody Guthrie e dei primi folk singer americani: bugigattoli di appartamenti che raccontano storie di violenza domestica e di resurrezione proletaria, tenuti assieme dai binari di un treno merci affollato di senza tetto che cantano "this land is your land".

Per stare dalle nostre parti, mi posso immaginare il quartiere di Piero Ciampi, una Livorno fumosa, i muri delle case hanno incise le parole dei testi di George Brassens, le osterie sono piene di vino rosso e qualcuno sta litigando per una donna.

Poi succede che un giorno gli architetti muoiono e il quartiere viene abitato da persone sempre diverse, sempre più distanti da quell'immagine originale del loro architetto. E che vivendolo, per forza di cose, lo modificano.

Quando ho scoperto che qualcuno aveva parlato di gentrificazione del fumetto con una visione simile alla mia, mi sono sentito meno stupido. Sto parlando di un pezzo di Matteo Stefanelli e Raffele Alberto Ventura uscito su Prismo un anno fa, nel quale gli autori si immaginano la cultura come una città divisa tra quartieri più o meno alti. Mi piace molto la visione sinestetica della cultura a forma di città, e combacia con la traslazione fatta dai ricercatori danesi in Cultural omnivourousness.

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Quello che vi sto dicendo non è niente di nuovo, d'altronde l'appropriazione culturale esiste da millenni, più o meno da quando i romani decisero di cambiare il nome agli dèi greci. Nel mondo della musica la pentatonica minore blues è la grande balena bianca dell'appropriazione culturale, rubata ai neri del Mississippi che strimpellavano per sfogare la frustrazione di una vita ingiusta.

È questo che è successo quando la peggiore Italia si è appropriata della musica dei nostri padri, e anche della vecchia musica italiana. Matteo Salvini parla di Fabrizio De Andrè nella sua autobiografia e addirittura lo canta; a X Factor e Amici facevano cantare Battisti e lo usavano per criticare o elogiare gli studenti. Lui, che nel 1970 veniva fatto a pezzi da critica e pubblico durante una puntata di un programma RAI di Renzo Arbore. Vista oggi, la fuga nei boschi di Battisti e i suoi anni di solitudine volontaria prima della morte sembrano ancora più giustificati.

E come dimenticare Rino Gaetano, usato a destra e a manca: nello spot del Monte dei Paschi di Siena; infilato da Beppe Grillo in un post a supporto della politica del Movimento; sui manifesti di Casa Pound. Perché non forzare direttamente la sua tomba con un grimaldello, staccargli una mano, portarsela in cabina elettorale e usarla per tracciare una bella X sul simbolo di preferenza?

È come se la tradizione cantautorale italiana si fosse sclerotizzata e fosse stata ricoperta da un velo opaco che la fa apparire come un cartonato dei bei vecchi tempi, quando i ribelli erano ribelli (non come i ribelli di oggi che sono dei criminali) e le canzoni arrivavano in orario.

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Come se non bastassero le istituzioni, i giornalisti, i politici e la televisione, ci si è messo di mezzo anche l'uomo della strada. Perché il problema della gentrificazione musicale passa anche per i chitarristi da spiaggia.

Tutti i frequentatori delle feste in casa sanno che un grande classico è il momento in cui qualcuno sfodera la chitarra per ricordarci l'importanza delle radici sociali della musica. Ogni chitarrista da festa ha una scaletta. Chiamiamola la scaletta da festa. Ma avete notato che è quasi sempre quella? È uno standard, nonostante sia suonata da chitarristi sempre diversi. Lo standard non è mai stato scritto ma si eredita per forma orale, la playlist esiste a tutti gli effetti in forma di gnosi socratica. Nello specifico la playlist il più delle volte è un misto di grandi classici del pop e del cantautorato italiano, e quasi sempre dentro ci trovi De André, Guccini, Battisti, Gaetano e Vasco Rossi.

È così che il momento gioioso di canto corale e condivisione delle doti chitarristiche di un amico si è trasformato in un incubo dal passato. E i responsabili sono quelli del partito de la musica di oggi fa schifo, che guardano al passato come a un'ipotetica epoca aurea nella quale le canzoni erano tutte belle. Sono quelli che per anni abbiamo chiamato riccardoni, e che assieme ai gentrificatori cognitivi si giocato il premio di peste sociale nella musica italiana.

Negli anni ho capito di aver condiviso la mia vita in quartieri musicali intossicati da gente che ne avevano cambiato il significato sperimentale e senza tempo. Mi sono sentito vittima di gentrificazione culturale. Alienato, me ne sono andato, cercando nuove periferie nelle quali stare meglio.

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Non sto dicendo che Jimi Hendrix o De André non siano di mio gradimento, ok? Al contrario, li ho adorati, loro sono stati formativi e tutto, non ho nemmeno bisogno di dirlo. Il problema è l'uso spasmodico e industriale che ne abbiamo fatto. Il classic rock e il cantautorato italiano hanno perduto la loro dimensione nazionale-popolare. Termine che sarebbe da intendere nel senso estetico che gli dava Gramsci (e non come possiamo intenderlo oggi, ovverosia come fu inteso da Enrico Manca nel 1987, quando come Presidente della Rai intervenne sul famoso monologo di Beppe Grillo, quello sui socialisti che rubano in Cina, definendolo "nazionalpopolare" con tono dispregiativo), ovvero di rappresentanza dei tratti distintivi di una cultura nazionale. Con la colonizzazione da parte di riccardoni, professoroni e classe dirigente, questi mondi musicali hanno perduto la loro vitalità. Sono ormai pietra. Gaetano non mi fa venire più in mente un anarchico che sparava a zero sull'immobilismo della televisione italiana con le parole di "Nun te reggae più", piuttosto il suo attuale ascoltatore medio, una macchietta sociale come il fuorisede avvinazzato al festival della sangria di Casalecchio.

Vogliamo ancora giocare con la musica dei nostri nonni? Ben venga, ma almeno spostiamoci nello spazio. Meno De André, più Gino Paoli. Ehi, v'immaginate un club del libro dove ogni settimana vi fanno leggere I Promessi Sposi?

Suonare alle feste in spiaggia, in casa, o dove cazzo vi pare sempre e solamente un certo tipo di musica, che per sfiga è risultata essere quella che trasmettono negli spot delle banche e quella che faceva cantare Morgan ai suoi allievi ha provocato una sorta di trauma della memoria e del vissuto, coinciso con l'attuale retromania per quello che viene da prima del 1999. Forse è il caso di interrogarsi su quale sia il capitale culturale della nostra generazione.

Per ora, dei primi anni Duemila si occupano i DJ set delle serate a base di alcol scadente e delle nottatacce trash: che strano effetto fa vedere le matricole di oggi ballare Gigi D'Agostino, canticchiare "T'appartengo" di Ambra Angiolini o al massimo limonare con la Bloodhound Gang. Come se fosse un remake di San Junipero, ma diretto dai Vanzina. I cantastorie da festa più illuminati si concedono un pezzo degli Alt-J o di Calcutta (che non è male, ma è un po' pochino).

Sono stanco. Metto su un po' di Oasis. Arrivati qui potresti dirmi "E 'Wonderwall'? Quella è la canzone spacca palle per eccellenza. Non ti lamenti?" Beh, non tutte le teorie escono col buco. Ve lo dico qui, se oggi alle feste la gente suonasse gli Oasis sarei decisamente più felice.

Diego è su Twitter: @Dieg8_6.

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