In un ristorante è scoppiata una rissa per dei bambini che scorrazzavano

E il dibattito dei bambini al ristorante si alimenta, in versione Far West.
Andrea Strafile
Rome, IT
28.11.17
Foto Kelly Sikkema via Unplash

Ai miei tempi, e non sono chissà che tempi, non ti potevi alzare da tavola finché il pasto non era finito. Potevi farlo solamente con una richiesta che somigliava più a una disperata preghiera. Oggi non so cosa diamine stia succedendo. Non è la solita nostalgia, non è conservatorismo. È buon senso, credo, educazione, credo.

Genitori che si lamentano con le maestre per i troppi compiti, che imbambolano il lupetto davanti a Rovazzi, e ragazzini che non riescono ad annoiarsi per più di un’ora e mezza rifiutando di mangiare francamente mi spaventano. Ho sentito persino una mamma difendere la figlia ottenne perché a scuola servivano pasta integrale e a lei non piaceva.

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Quello che è successo a Treviso un sabato sera di poco tempo fa alimenta i miei moralismi quanto l’annoso dibattito che recita: al ristorante i bambini ci vanno sì o ci vanno no?

Nei ristoranti-pizzerie come lo sono La Rosa Peonia in questione è il giorno di lavoro pieno, quello dove aspetti e dentro c’è baldoria tra sedie di vimini e travi a vista.

Dicevamo, quel giorno due bambini piccoli piccoli, di 2 e 3 anni, hanno iniziato a scorrazzare come matti tra i tavoli giocando e chissà che altro. D’altronde sono piccoli, mica hanno il senso della misura. I clienti si sono sentiti disturbati, i camerieri si sono sentiti disturbati, i proprietari hanno fatto intendere ai genitori che forse era meglio tenerli a freno.

Un “si faccia gli affari suoi di qua” e un “il figlio è mio, lo gestisco io” e il casino si è fatto carne.

Ecco la scena.
I padroni si lamentano, la madre risponde, i nostri non ci stanno.

Dunque la madre decide bene di rovesciare il vino addosso alla titolare e da lì il caos. Come nei più beceri western, l’alcol versato è motivo di sdegno, per cui il parapiglia è cominciato.

Graffi, pugni, bestemmie che pareva il derby Guelfi contro Ghibellini si sono trasformati in una prognosi di cinque giorni per lo chef e gestore Gianluca Marcis, che abbiamo provato a sentire, ma non risponde. Si è piuttosto rotto si questa storia e non posso dargli torto.

Alla fine della cena il tavolo di nove persone capitanato dalla mamma dei due, Aliona, ha cercato pure di non pagare la cena. A detta della signora solo il cameriere sarebbe stato disturbato (ho fatto il cameriere signora, mai farlo incazzare, se lo ricordi) e quel vino si sarebbe invece rovesciato in mezzo a un attimo di caos per caso, senza motivo, sulla titolare, che l’avrebbe seguita fuori per dargli un sonoro scappellotto mentre si godeva la sigaretta. Noi abbiamo chiamato il ristorante per chiedere spiegazioni, ma il clima è teso. Una signora dall’altra parte della cornetta ci ha risposto brevemente. Non sappiamo chi sia, ma possiamo immaginarlo, quindi la identificheremo come quelle informatrici di Striscia la Notizia con la faccia sfocata.

“È da domenica che non mangio, sono appena rientrata dall’ospedale per un malore. Queste sono cose che non possono succedere alla gente onesta che gestisce un’attività da vent’anni, e non c’entra straniero o no eh, non si fa”, ha detto la signora oscurata a MUNCHIES, un po' risentita, un po' in lacrime.

Per farla breve, i bambini non sono mai il problema, che ne sanno loro, ma se deve essere così allora difficile non simpatizzare con chi è childrenfree, i ristoranti che non li ammettono, un po' cinicamente, un po' a ragione.

Un po' Lady Oscar, un po' Bud Spencer, queste storie di ristorazione grezza ci piacciono, e ci preoccupano, tantissimo.