Attualità

Perché questa foto e questa vittoria sono così importanti in un momento del genere

Quelle delle quattro atlete azzurre è una vittoria non solo sportiva, ma soprattutto culturale e politica, che fa da contraltare ai venti tossici che stiamo respirando.
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Questo articolo è frutto della collaborazione di VICE con GRIOT, un magazine online e un collettivo di creativi, artisti e cultural producer che celebra la diversità attraverso le arti, la creatività e la cultura, e le storie a esse connesse di afrodiscendenti e altre culture in Italia e nel mondo.

Da ieri sera sta girando moltissimo la foto di Benedicta Chigbolu, Raphaela Luduko, Ayomide Forolunso e Libania Grenot, le quattro azzurre che hanno portato a casa la medaglia d’oro nella staffetta 4X400 ai Giochi del Mediterraneo. Per me, e molti altri italiani, rappresenta uno squarcio di luce in uno dei momenti più bui che il nostro paese ha vissuto negli ultimi anni.

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Se le divisioni all’interno della società civile si fanno sempre più nette e marcate, trainate da una politica da una parte iper-presente e dall’altra super-assente, questo quartetto di atlete è la risposta sonora al pensiero xenofobo che fa sempre più presa tra il popolo.

Molti sui social stanno condividendo questa meravigliosa immagine utilizzando l’hashtag #apriteiporti, mentre altri la considerano una strumentalizzazione; ma, alla fine, credo che sia tutta una questione di coincidenza politica.

È vero, da sempre noi neri dobbiamo fare di più, dobbiamo dimostrare di più, dobbiamo comportarci meglio, non dobbiamo sbagliare, dobbiamo vincere per poter essere riconosciuti e guadagnarci il posto che in teoria già abbiamo nella società.

Di esempi ce ne sono molti, soprattutto nel mondo dello sport. Basti pensare a Leone Jacovacci, il pugile nato in Congo nel 1902 da padre italiano e madre congolese. Durante il fascismo lottò duramente (in tutti i sensi) per poter essere riconosciuto italiano—non aveva la cittadinanza—e competere per il suo paese. E fu solo grazie alle sue prestazioni e all’incetta di titoli europei che portava a casa che alla fine acquisì lo status di cittadino. Mussolini lo nascondeva, mentre il popolo si chiedeva perché non venisse chiamato. Lo reclamava, perché forse pensava: “Il nero vince, è dei nostri, dai.”

Se vogliamo restare nel presente, poi, l’esempio più evidente è Mario Balotelli: che quando segna è un eroe nazionale; ma quando perde, tutti a dargli addosso—come se fosse solo sua la squadra italiana. Oppure, quando si parla di nominarlo capitano, non si sprecano le illazioni sul suo colore della pelle. E perché, allora, affrettarsi a scrivere che è da "radical chic" usare il colore della pelle per esultare—come ha fatto Giorgia Meloni—quando sei la prima a parlare di sostituzione etnica?

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La loro, comunque, è una vittoria che oggi ti fa sentire più italiano e ti fa gioire di esserlo; che ti fa urlare a squarciagola “Dajeeeeeee”, senza il timore di sembrare fuori luogo, come quando ai mondiali o agli europei di calcio ti ritrovi in mezzo a una tifoseria che quasi ti nega il diritto di manifestare il tuo attaccamento alla maglia azzurra, perché si sa, c’è—e sempre ci sarà—il genio della situazione che dirà “non esistono ne*ri italiani” o ti guarderà con stupore, come fossi un alieno.

È una vittoria, lo sappiamo tutti, non solo sportiva. È una vittoria sociale, culturale e politica, che fa da contraltare ai venti tossici che stiamo respirando. Ed è anche una vittoria che può servire a far capire a chi non ci vuole e riconosce, che questo è il presente—oltre che il futuro—e che noi siamo radicati in questa terra. E che è arrivato il momento di smetterla di seminare odio e terrore.

In più, è una vittoria contro i vili che con la macchina accelerano per gridare ad alcune conoscenti che rientrano la sera a casa “ah ne*ra / ah ne*re.” È un trionfo contro i luoghi comuni, che risignifica il corpo nero e lo illumina di vita—nonché di verde, bianco e rosso.

Certo: non cambierà l’Italia dall’oggi al domani, ma è una vittoria da cui si può ripartire. A me oggi quest’immagine fa respirare, mi fa gioire, attenua le mie preoccupazioni e le mie paure, mi restituisce una visione più dolce della realtà in cui ci troviamo.

E allora preferisco ripartire da qui.

Johanne è la fondatrice di GRIOT. Segui GRIOT su Facebook e Instagram.