È finita l’epoca d’oro del lavoro stagionale in Italia?

Bagnini, animatori e gli altri: le figure che popolano i nostri ricordi dell'estate sono a rischio di scomparire.

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18 luglio 2018, 4:00am

Foto via Flickr/Eugene Luchinin (CC BY 2.0).

I giovani italiani sono accusati un po’ di tutto: di essere dei “mammoni” che non si scollano dalla casa dei genitori, dei “choosy e impreparati” senza arte né parte, e chissà se anche nel nostro paese abbiano causato il tracollo dell’industria dei tovaglioli di carta.

Puntualmente, con l’apertura della stagione turistica estiva, non mancano gli appelli disperati di imprenditori da tutta Italia alla ricerca di personale diligente e preparato—una ricerca che, quest’anno, si sarebbe estesa fino in Polonia. Solo nel Riminese, ad aprile, mancavano all’appello almeno 200 figure specializzate tra camerieri, cuochi, bagnini e baristi. Tra questi, moltissimi in passato erano i suddetti giovani italiani.

“Lo Stato non ti aiuta,” dice Daniele Luperini, che a 35 anni è sommelier e lavora come responsabile di sala in un ristorante dell’Isola d’Elba, dov’è nato. “Per un corso professionale di un certo livello ci vogliono 2000 euro; l’unica cosa che fa lo Stato sono dei corsi da due settimane, che esci e non sai nulla, non rilasciano un diploma.” È la grande contraddizione italiana, fa notare: “Tutti dicono: ‘Il lavoro c’è! Il lavoro c’è!’ [ma] nessuno ti aiuta a fare corsi di formazione. Penso a un ragazzo che stia iniziando, se non c’è la famiglia che ti sovvenziona non è facile.”

Una volta il lavoro c’era davvero un po’ per tutti, anche all’Elba, ricorda, ma lo scenario è completamente cambiato: “Ho cominciato a lavorare finite le scuole, negli anni Duemila, in un ristorante che mi dava otto-dieci mesi di lavoro. Poi, per il resto dell’anno lavoravo nel fine settimana e c’era [l’assegno di] disoccupazione,” racconta. “Ora la stagione media dura dai quattro ai cinque mesi, sei mesi per i più capaci.” C’è da ammettere che lo stipendio di uno stagionale prevede solitamente una maggiorazione, ma non abbastanza alta da poter coprire i mesi di inattività, spiega.

La difficoltà più grande, comunque, rimane il confronto con la precarietà, che non permette di progettare a lungo termine. “Farsi una famiglia, una casa, [queste cose] non le puoi progettare perché non hai garanzia che questo lavoro ti dia stabilità in futuro,” dice Daniele. Un posto fisso risolverebbe il problema, ma bisognerebbe probabilmente allontanarsi da un’isola che sopravvive del turismo che arriva una manciata di mesi all’anno. E Daniele è profondamente legato alla sua terra e al suo lavoro, con grandi piani per il futuro. “Tra 20 anni non mi vedo come dipendente, ma spero che aprirò un’attività mia, sempre che i tempi migliorino.”

Intanto, anche quest’anno non si sono fatte attendere le denunce contro situazioni di vero e proprio sfruttamento. In Sardegna è nata una linea per segnalazioni anonime e, in Versilia, la Cgil ha reso note diverse testimonianze raccolte sul territorio: dalla lavapiatti costretta ad utilizzare prodotti che le causano ustioni di secondo grado, alla lavoratrice licenziata per non essersi presentata al lavoro dopo esser stata messa in ferie, fino agli chef assunti come camerieri per una frazione delle ore reali e agli alberghi che pagano tre euro a stanza pulita.

Ma anche per chi viene assunto in piena regola, il lavoro stagionale—che ha ritmi pesanti, ripagati spesso con contratti al ribasso e poche tutele—comporta tante difficoltà. E solitamente chi può, a una certa età, lo abbandona senza troppi rimorsi.

Alice Cesarali ha cominciato a lavorare in Versilia intorno ai 18 anni, sparecchiando tavoli a uno stabilimento balneare. “Sono partita con poche orette, così,” racconta. “Fondamentalmente, dovevo già lavorare.” L’anno scorso è stata la sua ultima stagione: dopo 15 anni di servizio ha trovato un posto fisso.

“Con la stagione potevo mantenermi in maniera autonoma durante l’inverno e potevo permettermi di studiare,” spiega. “Ho sempre avuto la fortuna di lavorare in posti dove lavoravano tanto e la retribuzione era più che buona e, nei vari anni, è sempre stata in crescita finché poi ho percepito anche [la] disoccupazione.”

Alice ammette che il lavoro—nonostante gli orari “stramazzanti”—ha avuto i suoi aspetti positivi, l’ha aiutata a sviluppare professionalità e senso del dovere: s’è “fatta le spalle”, ha imparato a entrare in contatto con le persone, ad affrontare momenti critici; ma negli anni le esigenze sono cambiate. Si è cominciato a far sentire in maniera più forte il peso di non poter gestire il proprio tempo. "Non esistono sabati e domeniche a casa, perché si lavora maggiormente nel weekend, ho fatto anche attività lavorativa la sera, e la mattina mi svegliavo che non sapevo nemmeno più chi ero [dalla stanchezza]."

“Ho avuto un problema di salute e ho dovuto rimandare tutto a settembre perché c’era bisogno di un po’ di tempo,” dice. “È un po’ demoralizzante. Quando sei ragazzina non te ne frega nulla, ma dai 30 in su diventa anche un po’ umiliante.”

C’è però anche chi il lavoro stagionale l’ha scelto e continua a sceglierlo: Alessio Costalunga ha 34 anni ed è da quando ne ha 18 che tutte le estati fa il bagnino sulla costa laziale di Ladispoli. “Sono sportivo, sono stato sempre appassionato dell’acqua, della vita all’aria aperta,” racconta. “È un lavoro abbastanza tranquillo, hai sabati e domeniche molto impegnative ma magari durante la settimana è scorrevole, ti ritagli anche spazi per fare una nuotata.”

Mediamente, è in servizio dal primo maggio alla seconda metà di settembre, anche se in altre spiagge più frequentate il periodo può allungarsi. “Essendo un lavoro stagionale viene ben remunerato a livello economico, da quel punto di vista è buono, per l’inverno però uno dovrebbe trovarsi delle strutture al chiuso, come piscine o bagni pubblici che fanno le gare,” spiega. Anche lui, spesso, si dedica ad altri tipi di lavoro, fuori stagione.

“A 16-17 anni è uno dei primi lavori che bene o male riesci a trovare subito, ce n’è una gran richiesta per la stagione estiva.” Ma rimane comunque per lo più un impiego di passaggio, per il quale è necessario conseguire un brevetto che può arrivare a costare anche 450 euro: “La maggior parte sono giovani che ancora vanno a scuola, quindi cercano un lavoretto per l’estate, lo fanno solo per questo motivo.”

Indiscutibilmente, dunque, negli stabilimenti balneari, nei villaggi turistici e in tutte le località di vacanza, l’estate porta con sé opportunità lavorative che in molti non vorrebbero lasciarsi scappare. Cuochi, baristi, camerieri, ma anche babysitter e commessi: l’offerta è ampia e, stando ai dati dello scorso anno, in crescita del 10 percento rispetto al 2016. Ma a quali condizioni?

Proprio nel 2017, quasi il 60 percento dei lavoratori era stato impiegato senza contratto o in maniera irregolare. Forse è il momento di fare una riflessione seria sui contratti—eliminando quelli al ribasso, e soprattutto quelli “a chiamata”, ovvero: se non c’è gente o il tempo è brutto si viene lasciati a casa—e sui compensi di un lavoro che richiede spesso orari massacranti. Altrimenti il circolo che si forma è chiaro: i tuttofare volenterosi ci sono ma non servono, e mentre questi faticano a maturare esperienza, i professionisti snobberanno la stagione appena avranno altre opzioni.

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