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C'è un filo rosso che lega la trap al prog rock italiano

A quarant'anni dal movimento che trovò una via italiana al rock, il Bel Paese è tornato sulla mappa della musica internazionale grazie alla nuova scuola rap.

di Luca Roncoroni; illustrazioni di Juta
03 agosto 2018, 12:53pm

Non sono impazzito, lo so anch'io che da un punto di vista strettamente musicale la trap con il prog non c’entra proprio nulla. Il parallelo che voglio tracciare muove da un’ottica più ampia, e si riferisce più che altro al processo di assimilazione e rielaborazione di un trend musicale nato all’estero, ma capace di germogliare e prosperare, più che in altri posti, proprio nel Bel Paese.

La trap, esattamente come il prog, è un fenomeno musicale (e non solo) talmente potente da finire per rappresentare il suono di un intero decennio. E, ora come allora, in Italia ha portato allo sviluppo di una scena nazionale decisamente corposa, ora come allora. L’indie, dalle sue manifestazioni originarie fino alle degenerazioni più smaccatamente nazionalpopolari di Paradiso e compagnia molesta, rappresenta un caso nettamente diverso. Perché alla matrice originaria (talmente variegata e composita che servirebbe un altro articolo) si è aggiunta una fetta di italianissimo retaggio (il cantautorato più o meno impegnato, il pop da classifica, ecc) che ha portato alla nascita di un qualcosa a sé. La trap e il prog invece sono state prese dal loro habitat originario (rispettivamente USA e UK) e importate in Italia pari pari. Capire perché questa introduzione sia stata così facile, immediata e prolifica non è troppo immediato.

Il prog è stato capace di attecchire e fiorire in Italia perché riusciva a coniugare splendidamente le due anime principali che per tutta la sua storia hanno caratterizzato la musica italiana: una tradizione di musica classica (o “colta”) florida e radicata da una parte, e il sempreverde gusto per la melodia e il belcanto dall’altra. Nello studio di composizioni cervellotiche, con ritmi dispari e scale inusitate, hanno prosperato le ambizioni più accademiche e teoriche di musicisti rock magari con un solido background di studi al conservatorio. Il risultato sono state delle interminabili suite lunghe anche venti minuti, piene di cambi di tempo e atmosfera: delle odissee di onanismo compositivo virtuosistico nel peggiore dei casi, delle robe immaginifiche in altri. "Supper’s Ready" dei Genesis, "Tarkus" degli Emerson, Lake & Palmer, e buttiamoci pure "Red" dei King Crimson che non è proprio prog ma è la migliore di tutte. In Italia, nella sezione “bellissimi mostri”, possiamo vantare cose come Il "Giardino del Mago" e "Canto Libero per un Prigioniero Politico" del Banco, "Animale Senza Respiro" degli Osanna, "Felona e Sorona" delle Orme, "L’Amico Suicida" dei Biglietto per L’Inferno, e si potrebbe proseguire per un bel po’.

Al tempo stesso la melodia, così fondamentale nel decretare il successo di un fenomeno musicale dalle nostre parti, non veniva dimenticata. Basta farsi un giro in uno qualsiasi dei capolavori prog inglesi per imbattersi in melodie assolutamente magnifiche, dalle più intuitive alle più arzigogolate. Il solo trittico di capolavori gabrieliani dei Genesis (Nursery Crime, Foxtrot e Selling England By the Pound) può abbondantemente bastare come compendio esemplificativo. In Italia, dalla PFM alle Orme, dal Banco alle sperimentazioni degli Area, questa possibilità di unire melodia e sperimentazione veniva accolta con gioia e fertilità. L’assenza in ambito nazionalpopolare di una terminologia designata al tempo (il prog italiano viene chiamato così solo ex-post, ma nel suo periodo di maggiore fama è soltanto "musica pop") è sintomo sì di un’inadeguatezza giornalistica ma anche e soprattutto della percezione del fenomeno non tanto come frattura quanto come naturale evoluzione di spinte già note.

Il trionfo della trap muove esattamente dalle stesse dinamiche. Siamo all’inizio degli anni Dieci, l’hip hop inizia a diventare figo. Perché c’è Jay-Z, c’è Kanye, c’è Kendrick, prima di loro c’è stato Eminem. Qualcosa comincia ad arrivare anche in Italia, dove l’hip hop peraltro c’è già da almeno vent’anni. Fino a quel momento però il genere è ancora legato ad una narrazione che lavora quasi esclusivamente di stereotipi: Jovanotti che fa le corna e urla "Yea, boy", il “tradimento” di Fabri Fibra ospite alle Invasione Barbariche, poche altre eccezioni. Quello che filtra del fenomeno attraverso le maglie dell’informazione mainstream è ancora un rigurgito residuale di tutto un sottobosco ben più ampio e fecondo.

L’hip hop in Italia esce definitivamente dalla sua nicchia per aficionados anche e in buona misura quando la trap diventa mainstream: il giro di vite viene dato grazie alle produzioni di Lex Luger e a video virali come Harlem Shake o il Mannequin Challenge (che aveva "Black Beatles" dei Rae Sremmurd come sottofondo), che grazie al web arrivano anche qui come in tutto il resto del mondo. In quel momento, una folta schiera di giovani rapper e producer ha saputo raccogliere il momentum inserendosi in una tradizione già consolidata nel suo non troppo bazzicato orticello, incorporando quello che è il trend principale del periodo.

E anche tanti degli interpreti più storici e “istituzionalizzati” dell’hip hop italiano hanno saputo adeguarsi cogliendo la mano tesa dalle nuove leve. Apertura alla novità o mero opportunismo, il confine è piuttosto labile. Resta il fatto che la trap, con le voci ricoperte dall’autotune e le facili commistioni con il future r&b e il nu-soul, è il contenitore perfetto per la melodia che da sempre è condicio sine qua non del successo di un genere musicale in Italia. Riassumendo: l’hip hop diventa una cosa socialmente riconosciuta figa a partire negli anni dieci; in questo periodo gran parte dell’hip hop è trap; la trap si apre facilmente alla melodia, ed ecco la trap italiana.

E ora? Negli anni Settanta (e anche per un bel po’ di tempo dopo) gruppi prog italiani - penso soprattutto alla PFM - andavano in giro per il mondo riempiendo i palazzetti. Sulla possibile esportazione all’estero della trap italiana il discorso è ben intavolato. In questo senso quello che ha fatto i passi più importanti è Sfera, che ha teso da subito la manina alla Francia (vedi i feat. con SCH) ed è riuscito a tirarsi nel disco il feat di un peso massimo americano come Quavo. Se tutto questo avrà successo, e dopo oltre quarant’anni riusciremo a riesportare un genere musicale cui daremo un contributo significativo, è ancora tutto da vedere. Certo, accostare Impressioni di Settembre e Cupido sguinzaglia il mio lato più reazionario e non lascia troppo ottimismo sulle «magnifiche sorti e progressive» del pop italico, ma d’altronde anche la PFM ha fatto merdate come Chocolate Kings.

Luca è l'autore del libro Hip Pop. Metamorfosi e successo di beat e rime , pubblicato da Arcana Edizioni. Seguilo su Instagram.

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