La donna che ha fatto innamorare i romani della cucina cinese
Foto Agnese Morganti

La donna che ha fatto innamorare i romani della cucina cinese

Sonia, la regina della scena della ristorazione cinese, ha giocato un ruolo fondamentale nella relazione amorosa fra Roma e la cultura cinese.
12.2.18

Se c’è una cosa che adoro, che proprio mi provoca piacere, è quando qualcuno prova io avessi torto.

Non mangiavo cucina cinese dal mio trasferimento in Italia. Una sera, però, mi sono ritrovato con delle voglie assurde tipo donna incinta. Quindi mi sono addentrato nell’Esquilino, la Chinatown (de facto) romana, dove, tra negozietti con statuette sorridenti del Buddha e abiti da sera scintillanti sfoggiati nelle vetrine, ho scovato l’Hang Zhou, un ristorante che mi era capitato di trovare in una guida. Il piano era più o meno questo: sarei entrato, avrei mangiato e poi sarei uscito col fare nervoso di chi ha appena messo piede in un sexy shop. Questo perché nella mia testa, pensavo, gli italiani non avessero bisogno di mangiare cibo cinese, e se io lo avessi fatto avrei messo a rischio il mio piano d’integrazione a lungo termine.

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Il locale era gremito di gente. In tutte e tre le sale non c’era un posto libero, e anche i tavoli erano ricoperti di piatti e bottiglie di birra. Decine di persone erano raggruppate vicino alla cassa, altre vicino alla porta d’ingresso, o direttamente fuori per la pausa sigaretta. Io stavo lì, fermo, con gli occhi spalancati a causa di una folgorazione: la maggior parte di questa gente era italiana.

Ovviamente per me non c’era verso d’entrare quella sera. Così, sulla via d’uscita, mi sono messo a scrutare le pareti del locale. I muri erano pieni delle foto di Mao e di una donna cinese. La seconda, inspiegabilmente, era nettamente più presente di Mao. Si trattava di una donna vestita abbastanza alla moda, sorridente in mezzo a vari ospiti del locale, fra cui si contavano anche persone famose. E le sue foto non si fermavano agli interni del ristorante, bensì proseguivano fuori, sulle vetrine, dove c’era spazio anche per articoli di giornale dedicati alle sue varie apparizioni in TV. Il tutto era corredato da adesivi che consigliavano a chiunque passasse di lì di fermarsi e mangiare all’ Hang Zhou .

La settimana successiva ho quindi consigliato a un’amica di recarci lì a mangiare. Lei, di tutta risposta, ha ribattuto con un “ah, ma intendi da Sonia!”. Ok, ma chi è questa Sonia? Posso già considerarla la versione cino-romana della newyorkese Elaine?

Sonia allo Hang Zhou.

Qualche tempo dopo, durante una bellissima giornata autunnale, decido di tornare all’Hang Zhou, dove a dare il benvenuto trovo proprio la signora raffigurata nelle foto. Indossava un vestito a righe, senza maniche, e sfoggiava un taglio a caschetto che le accentuava gli zigomi altissimi, ricordandomi vagamente Anna Wintour. Mi aveva dato l’impressione di essere un po’ risentita, principalmente perché avevo mangiato prima di recarmi lì per l’intervista, e poi anche perché non avevo accettato il tè verde offertomi. Abbiamo parlato in italiano per tutto il tempo, una lingua che lei padroneggia molto meglio di me. Il suo tono di voce è entusiasta, leggermente divertito, e dà quasi l’impressione sia sempre in procinto di rispondere a una qualche affermazione comicamente sbagliata. Non c’è verso d’intraprendere conversazioni dal sapore professionale con Sonia, e questo l’ho appurato subito quando, durante l’intervista, avevo tradotto maldestramente “mi vergogno d’ammettere,” in “mi vergogno di me stesso.” La sua risposta era stata quella di allungarsi verso di me, posizionare le mani sui miei avambracci, e dirmi “non preoccuparti, a me puoi davvero dire tutto.” Per tutta l’intervista diverse persone si sono fermate al nostro tavolo, fra cui Enrico, il figlio di Sonia, Daniele, il robusto ragazzotto italo-cinese che gestisce la sala da pranzo del ristorante, nonché dozzine di clienti desiderosi di salutare Sonia con un abbraccio o d’immortalare la loro presenza lì, con lei, con un selfie. Non solo persone fisiche, però. L’intervista è stata costantemente accompagnata dalle notifiche di Instagram che intasavano il telefono di Sonia, facendolo vibrare incessantemente come una biglietteria automatica. Senza troppi mezzi termini, Sonia ha ammesso di amare le attenzioni ricevute, e che queste non la sorprendono più di tanto. Il successo e la fama, dopotutto, sono diretta conseguenza della sua filosofia di vita. “Aprite il vostro cuore e siate ottimisti. La vita va avanti e il passato è passato. Non possiamo recuperarlo, sia esso bello o brutto. L’importante è vivere il presente,” mi dice. “Non sappiamo quando moriremo, quindi ogni istante è prezioso.” Per apprezzare la rarità di una persona come Sonia mi ci è voluto un po’ di tempo. Inizialmente non capivo molto l’attaccamento dei fan, e neppure il perché di tutta quella fama.
Zhou “Sonia” Fenxia è nata nel 1968 a Huzhou, una cittadina di media grandezza nella provincia sudorientale dello Zhejiang. Questa regione, a partire dagli anni Ottanta, ha visto un tasso di emigrazione altissimo verso l’Italia. A oggi i cinesi regolarmente documentati in Italia sono 300000, la maggior parte dei quali divisa fra Milano, Roma e Prato. A Roma i cinesi hanno subito iniziato ad aprire le proprie attività, dedicandosi prettamente ai prodotti per la casa (non a caso a Roma ora si dice proprio “andiamo dal cinese”), e alla ristorazione. Sonia, che nel 1991 lavorava come contabile e aveva una figlia, decide di seguire il marito in Italia, ritrovandosi una volta arrivata a lavorare all’Hang Zhou, un (allora) piccolo ristorante chiamato come la capitale dello Zhejiang, Hang Zhou. “Arrivi in un posto di cui non sai niente e in cui non conosci nessuno, e cosa dovresti fare? Io sono stata fortunata, perché qui c’era mio zio e lui aveva questo locale. Ma non ero mica una stupida, io volevo imparare,” rivela, rinvigorendosi tra un sorso di tè e l’altro. “Imparavo l’italiano leggendo dai menù le traduzioni dei piatti. Le prime parole che ho imparato sono state ‘ involtini primavera.’ Non è meraviglioso?”.

La verdura intagliata è uno dei marchi di fabbrica dell'Hang Zhou.

Non che ci fosse molto altro da memorizzare. I menù nei ristoranti cinesi degli anni Ottanta erano piuttosto limitati, e annoveravano quasi solo involtini primavera, pollo alle mandorle e riso alla cantonese (quello fritto con uova, piselli e prosciutto). Poco a poco, grazie anche allo Chef nativo di Pechino, Sonia ha letteralmente preso in mano il menù, ampliandolo. Nel 2001 ha comprato il locale, facendolo diventare il primo ristorante cinese a essere incluso nella guida del Gambero Rosso. I clienti si presentavano a frotte, e ben presto giunsero anche i personaggi dello spettacolo e della politica.

I piatti che attirano i palati scettici degli italiani sono ancora moltissimi, tra porzioni piene di amido (pensate per un pasto a più portate), abbondate uso d’aceto nero e zucchero, e nessun abuso, invece, d’aglio, spezie, teste di pesce e trippa. Moltissimi clienti vengono qui specificatamente per provare le pietanze che nessun altro ristorante cinese della città prepara così egregiamente e genuinamente in tutta Roma. Il marito di Sonia, non a caso, fa quotidianamente visita al mercato per comprare gli ingredienti necessari. Altri, invece, tornano per Sonia perché la trovano diversa da qualsiasi altra persona cinese che abbiano mai conosciuto prima.

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La popolazione cinese occupa una sorta di terra di mezzo a Roma. Fra tutte le comunità d’immigrati di solito non si ritrova vessata come capita a quelle dell’Africa o dell’Albania. Tuttavia, le barriere linguistiche e/o culturali che dividono italiani e cinesi sembrano ancora alte. L’impressione generale è che molti romani apprezzino i negozi gestiti dalla comunità cinese ma abbiano poco interesse nel conoscere chi li gestisce. Di rimando possiamo dire che una buona fetta d’immigrati cinesi sembra proprio sguazzi in questo stile di vita “silenzioso” offerto.

Clienti in uno dei supermercati cinesi vicino all'Hang Zhou.

E poi è arrivata Sonia, con il suo nome (acquisito) e la parlantina italiana. Socializza(va) con i clienti, tra chiacchiere e foto appese al muro. Lei voleva, anzi, desiderava proprio, parlare con i giornali e prendere posto nei programmi dedicati al cibo. Gli italiani erano colpiti da Sonia, così come dal suo spirito gioioso e dall’accettazione pubblica dei propri riconoscimenti professionali. Sicuramente un altro punto di forza è stato il senso di “casa” che tuttora trasuda dalle mura del ristorante, e che è comune a molti ristoranti e case italiane dove, a infondere un senso di sottomissione, è la padrona di casa.

Nonostante la location sia cambiata, ingrandendosi nel 2010, la clientela di Sonia non è diminuita, anzi, ha acquisito nomi ancora più prestigiosi. Uno fra tutti è Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci nonché assiduo frequentatore dell’Hang Zhou. Sonia, quest’autunno, è diventata una delle protagoniste della campagna promozionale di Gucci.

“Ho capito cosa cerchino gli italiani,” mi rivela sempre Sonia un altro giorno, a pranzo. Sapevo non stesse semplicemente parlando di cibo, nonostante il tavolino imbandito davanti a noi. Davanti a me si presentavano involtini primavera ripieni di germogli di soia, carote e verza (la cui croccantezza mi ricordava i classici e ‘romanissimi’ fiori di zucca fritti), quattro ravioli cinesi ripieni con altrettanti condimenti (più piccoli di circa la metà rispetto a quelli che si trovano negli Stati Uniti), pollo sichuan guarnito con abbondante zenzero e un assaggio di spezie, e costine con contorno di melanzane stufate che, se mi avessero obbligato a mangiare bendato, avrei detto fossero di cucina italiana. Tutte queste pietanze erano state servite da una donna vestita con la nuova maglietta del personale, caratterizzata da un’illustrazione di Sonia con cappello alla Mao, bacchette e motto “La Rivoluzione in Cucina.”

La nuova t-shirt dello staff.

“No, no, no, non è cambiato nulla,” Sonia tiene a precisare quando le chiedo se qualcosa del menù sia ora diverso. “In Cina tutti fanno le cose a modo proprio. E se le cose vanno bene, rimangono così. Comunque ci sono un sacco di similitudini fra il cibo cinese e quello italiano.”

Questo è un po’ lo stesso pensiero che ho avuto io un giorno, durante una visita allo Hu Qiao, un angolino di cucina cinese vicino alla stazione che, per stessa ammissione di Sonia, vanta più clienti cinesi del suo Hang Zhou. Il perché è presto detto: i sapori, allo Hu Qiao, sono più audaci, soprattutto quelli del magnifico piatto di noodles gommosi guarniti con aceto di riso nero e aglio fritto. Tuttavia lì non avevo potuto fare a meno di notare che, tolta la salsa di soia, il piatto di tendini di vitello brasati ricordassero ampiamente i classici nervetti italiani. E qui sorge spontanea una domanda: perché questo non è fra i piatti preferiti degli italiani? Ovviamente l’ho chiesto alla proprietaria del locale, che prontamente ha intercettato la figlia per rispondere (perché parla italiano).

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“Mi spiace, ma credo gran parte del personale non desideri finire sul giornale, questo è…” e qui ha preso una pausa, scegliendo le parole con attenzione, “è un posto tranquillo. E ci piace sia così.”

Così dicendo, forse, alludeva a chi del personale si ritrova lì senza un permesso di soggiorno regolare, come spesso accade nei ristoranti della capitale. Se devo essere sincero, però, io ci ho visto anche un disinteresse genuino per qualsiasi tipo di pubblicità. L’attenzione da parte degli italiani è vista, allo Hu Qiao, come il pezzo di un puzzle che raffigura il successo lavorativo in Italia. E stando sempre a questo puzzle generale c’è chi colpevolizza Sonia per la sua personalissima visione del successo. Fra questi, seppur poco probabilmente, ci sono anche italiani.

“Sonia è diventata un simbolo della cucina cinese a Roma, ma non tanto per una questione di qualità, secondo me,” esordisce Gianni Catani dopo un pranzo nel suo nuovissimo ristorante, il Dumpling Bar. “Ama i media, è una showgirl, ma se devo essere sincero non sono più un grande fan dei suoi piatti. Nel locale originario, quando c’era ancora il vecchio chef, la cucina era migliore e si potevano trovare piatti più autentici. Ora ruota tutto attorno alla clientela italiana.” Catani aggiunge anche che nulla di quanto detto sia dovuto a risentimenti personali nei confronti di Sonia, e che rispetta molto il suo successo. Cresciuto fra le mura di una trattoria, Catani ha iniziato a interessarsi alla cucina cinese da giovane, partendo quindi alla volta della Cina. Tornato a Roma, ha passato 10 anni come apprendista al Kaiyue, un ristorante poco distante dall’Hang Zhou, finché non ha deciso d’aprire il proprio locale lo scorso anno. Tutti i cuochi, da lui, sono cinesi, e alcuni di loro sono stati persino reclutati dagli altri ristoranti della zona. La cucina è aperta al Dumpling Bar, cosicché i clienti possano vedere con i propri occhi quanta fatica e dedizione ci vogliano per preparare buoni piatti di cucina cinese.

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Tra un morso e l’altro mi dice anche che, secondo lui, gli italiani siano finalmente pronti, “davvero pronti, al cibo cinese vero, quello originale . E il fatto che un italiano sia qui a cucinarlo potrebbe rendere le cose più facili.”

Matrimonio allo Kaiyue

Incoraggiato dalle parole di Catani, sono quindi andato al Kaiyue, uno spazio che ricorda una sala banchetti e che, alla porta, ora vanta un adesivo del Gambero Rosso. Ordinato un piatto di carne di manzo alla Sichuan, che è giunto con abbondante olio e aroma caratteristico di peperoni, spodestando la versione di Sonia, mi avvicino al proprietario, Giovanni Pan. Gli chieso se sappia chi sia Sonia.
“Certo che lo so. La conosco da tempo,” risponde calorosamente. “Lei prepara cibo diverso dal nostro, però.” E perché lei è famosa e voi no? “Lei fa tutto da più tempo, e parla italiano meglio di noi. Poi gli italiani non sono pronti per il nostro tipo di cibo. Penso, e spero, saremo migliori fra qualche anno.”
Tornato all’Hang Zhou, ritrovo Sonia, più esausta del solito (ma con la grazia e l’energia di sempre). Con il cambio di location il ristorante ha assistito anche a un ricambio di personale, che ora è per la maggior parte di provenienza filippina (le condizioni di vita nello Zhejiang sono migliorate, e il tasso d’emigrazione non è più così alto). Quando le ho menzionato Catani, la sua espressione non è stata delle più contente. “Lui non mi conosce molto bene. Anzi, a dirla tutta è passato di qui 10 anni fa a chiedere un lavoro, io gli avevo detto che ero troppo impegnata così l’ho mandato a far pratica al Kaiyue, che all’epoca non aveva un giro d’affari grandissimo. Lui ha poi trovato la sua strada e va benissimo così.”
Gli italiani sono pronti per una cucina cinese più originale, tradizionale?
“Cosa s’intende per originale? Tutto quello che piace di più alla gente è considerate originale. A noi spetta il compito di capire cosa i clienti vogliano mangiare, altrimenti a loro non fregherà un cavolo di niente.” Non l’avevo mai sentita parlare così. La mia domanda le aveva chiaramente, e comprensibilmente, dato un po’ sui nervi . Attorno a me il ristorante, mezzo vuoto, constava solo di clienti italiani. Ciò che prima sembrava così rivoluzionario risultava, ora, una reliquia. E non sono l’unico ad aver avuto quest’impressione. Puntarella Rossa, un magazine romano dedicato al cibo, ha recentemente coperto la crescita dei ristoranti cinesi in città, notando come molti di questi avessero nelle proprie cucine chef italiani. “Ecco la nuova generazione, che si affianca agli storici cinesi di Roma, da Sonia (Hang Zhou), gettonatissima dai media come rappresentante della ‘tipicità,’” scrivono. Così, mentre uscivo dal ristorante, mi sono preoccupato per Sonia. L’Hang Zhou sarà sempre amato? O alla fine perderà i clienti italiani perché è stata così brava ad attrarli fin dall’inizio? Oppure potrebbe presentarsi uno scenario ancora diverso. Un giorno, sempre passeggiando per l’Esquilino, ho scoperto un nuovo ristorante chiamato Pho 1. Incuriosito, sono entrato, trovando subito la proprietaria pronta a chiedermi da dove venissi e se avessi mai mangiato vietnamita. Io, che sono statunitense, le ho risposto che da me il cibo vietnamita è decisamente popolare ormai. E lei invece, da dove veniva? “Noi siamo cinesi, della provincia di Zhejiang per essere più precisi.”
Il mio sgomento era visibile. “Mi scusi per la domanda forse invadente, ma perché avete deciso d’aprire un ristorante vietnamita?”. “Ormai ci sono tanti ristoranti cinesi a Roma, vogliamo provare qualcosa di diverso. Se gli italiani risponderanno positivamente, apriremo altri locali.”
Ed è stato in quell’esatto momento che, dalla porta, è entrato Daniele, il braccio destro di Sonia. Non era solo, con lui c’era un gruppetto di amici. Prima di sedersi e ordinare il suo pranzo, mi ha salutato e ha abbracciato la proprietaria.


Quest'articolo è originariamente apparso su Munchies US.