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rap italiano

A cosa serve ‘Gelida Estate’ di Gué Pequeno?

A ricordare a chi critica ogni suo nuovo lavoro di stare calmo, perché lui parlando di tutto (anche di morte) ha anticipato i trend ancora una volta.

di Federico Sardo
26 giugno 2019, 9:36am

Gué Pequeno, screenshot dalla pubblicità de "La Febbre Dell'Oro" su DMAX

Ogni volta che esce un nuovo lavoro di o con Gué Pequeno succedono due cose. I numeri parlano da soli, ma ci sono sempre quelli che dicono che è il suo disco peggiore. Ogni volta. Bé, da qualche tempo ho capito che il problema è che tendiamo ad accorgerci soltanto qualche tempo dopo che in realtà lui stava già qualche giro avanti.

È una costante che parte sin da quello che è il più storico fra i lavori in cui è presente—Mi Fist, da cui l’ormai mitologica frase "Non siete più quelli di Mi Fist”, diventata anche quasi-titolo del loro ultimo lavoro in studio. Più passava il tempo e più i Club Dogo venivano accusati di essere commerciali, venduti, quando in realtà in molti casi stavano semplicemente anticipando tendenze che sarebbero state capite anche dalle nostre parti soltanto qualche tempo dopo. Ne parlavo recentemente con Don Joe, durante la nostra intervista, a proposito di “Spacco Tutto”.

Lo stesso discorso si applica anche a un pezzo del primo solista di Gué: "Il ragazzo d’oro". Nella pagina dedicata su Genius a quel brano è riportata una dichiarazione tratta da un’intervista rilasciata all'epoca:

"Il pezzo, secondo me, è davvero molto avanti, talmente tanto che verrà capito tra mesi o forse anni: un po’ come è successo per 'Spacco tutto', che all’epoca della sua uscita secondo alcuni non doveva neanche essere considerato un brano hip-hop. Abbiamo voluto usare un beat che richiamasse il trend americano del momento, per fare una specie di omaggio ai veri cultori e per fare capire che anche noi lo siamo. In aggiunta a questo, abbiamo scelto uno stile che avevamo già utilizzato nel mixtape: niente congiuntivi e soprattutto niente metafore, uso direttamente la parola piuttosto che giri di parole. Credo che quella traccia potrebbe diventare un nuovo standard”.

Parole che lette otto anni dopo, se si ha un minimo di familiarità con quello che è successo negli ultimi anni in Italia, suonano estremamente profetiche.

Album dopo album, gli ascoltatori di rap sono sempre stati pronti a indignarsi per le nuove svolte del Guercio, salvo poi rimpiangerle pochi anni dopo. È successo con Bravo Ragazzo, meno legato all’old school del primo album, ma che poi ha generato alcuni dei classici assoluti della sua carriera: "Business", "Rose Nere", la titletrack. Vero era un album scuro e negativo, ma anche pieno di alcune delle cose più tamarre fatte fino a quel momento da Gué (“Squalo”, “Bosseggiando", “Nouveau Riche", “Pappone") e passato il solito scandalo è diventato più o meno unanimemente riconosciuto come il capolavoro della sua discografia.

gue pequeno gelida estate
L'artwork di Gelida Estate di Gué Pequeno, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify.

Gelida Estate, l’EP di cui dobbiamo parlare oggi, me lo ricorda. Ha quello stesso sentore di presa a male e di lato oscuro mixato alla tamarraggine e a produzioni potentissime. “Montenapo” è uno dei pezzi più contemporanei che abbia sentito nel rap italiano del 2019 (oltre a dimostrare per la milionesima volta un flow come pochi), e “Bamba” è chiaramente una hit estiva del rap italiano—peraltro farei notare a quelli che amano gridare al commerciale che la scelta di farne una su quell’argomento non è esattamente in linea con i gusti dei media mainstream del nostro paese, come ha dimostrato anche Lele Blade. “President Rolly" al momento è la mia preferita, trovo che abbia un andamento irresistibile. "Niente Photo" è uno statement, è un’ossessione in cui si mischiano orgoglio per il passato, critica sociale ("Il problema è che 'sta gente è vuota / Sì, però, posta, parla, sì, però vota". Ad ogni modo, ossessione è una parola adatta a inquadrare questo EP.

In molti, forse visto il periodo, o distratti da “Bamba", ne stanno parlando come di un lavoro fatto per monetizzare sull’estate, ma non so come si faccia a non sentire che è uno dei lavori più scuri e presi male del Guercio, che si mette a nudo come ha fatto poche volte. Ci sono riferimenti più o meno dichiarati al passato ("Ero nei Club Dogo e avevo un solo rolly”), e c’è un pezzo come “Maledetto”.

Riferimenti alla malattia del padre di Gué, morto nel 2017, compaiono in alcuni suoi vecchi pezzi: “Sono in sbattimento / mio padre ha un intervento", in “Squalo”; “Chi ho di più caro ha rifatto i controlli e la metastasi è sempre presente”, in “Vero”. Ma in seguito, nonostante nel frattempo siano usciti due album, il lutto non era mai stato nominato. Ne avevamo parlato con lui durante l’intervista fatta per Gentleman: "In questo disco avendo avuto anche dei momenti difficili nella mia vita personale sono anche andato in studio per sfogarmi, spesso in stati un po' confusi, diciamo, ed è così che sono venuti fuori alcuni dei pezzi più forti del disco”. La musica insomma come uno sfogo, una distrazione.

Questa volta Gué ha affrontato l’argomento di petto, nella prima barra di un pezzo amarissimo: "Quando mio padre se ne è andato, ho sofferto". Un pezzo che sta all’interno di un disco in cui non si fa che parlare delle proprie difficoltà e del proprio lato oscuro, alternandolo a un'autocelebrazione ossessiva che sembra quasi un tentativo di superare le proprie debolezze: ripetersi di essere forti per provare a diventarlo davvero. Oltre alle produzioni da spaccarti l’impianto, è questa sensibilità nascosta sotto strati di spacconaggine, abbinata a capacità di scrittura e di tecnica sempre al top del rap game, a fare di questo EP nient’altro che l’ennesima dimostrazione dello status di un rapper più unico che raro nel panorama italiano. Alla faccia del progettino estivo.

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