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In ricordo di Bushwick Bill dei Geto Boys, che ha portato all’estremo il gangsta rap

Fare la storia del rap cantando di smembramenti, proiettili e necrofilia è dura, ma lo è ancora di più se sei affetto da nanismo e ti manca un occhio.

di Elia Alovisi
13 giugno 2019, 8:29am

Screenshot da VICELAND

"Cazzo, quanto è bello essere un gangsta / Dare da mangiare ai poveri, aiutarli a pagare le bollette / Anche se sono nato in Giamaica / Ora sono negli Stati Uniti a fare affari". Bushwick Bill era un uomo di pochi, sani principi: gli piacevano le armi, i soldi, il sangue, le pistole, aiutare chi stava peggio di lui, ricordarsi sempre delle sue origini, fare rap. Adesso Bill è morto, per un cancro al pancreas, e nel suo cervello si è spenta l'elettricità che aveva acceso lo spirito trasgressivo e provocatorio del Southern Rap.

Bill era uno dei Geto Boys, il gruppo di artisti che per primo, alla fine degli anni Ottanta, ruppe il duopolio East/West che controllava la scena rap statunitense. Nato a Kingston, Giamaica, con una forma di nanismo, Bill passò buona parte della sua infanzia per le strade del quartiere di Bushwick a New York City—da cui il suo nome. La sua famiglia si trasferì presto a Houston, Texas, e lì lui sarebbe entrato nella storia della musica.

Lo presero appunto per la sua altezza, all'inizio. Bill saliva sul palco per ballare e scaldare il pubblico, prima dell'esibizione dei suoi compagni di crew. Poi uno di loro, Willie Dee, ebbe l'ottima idea di dargli un microfono in mano e fargli rappare un brano intitolato "Size Ain't Shit", le dimensioni non valgono un cazzo. Quel brano era un distillato del genio di Bill, un pezzo vecchia scuola lucido come un proiettile appena messo nel caricatore e incarognito come un cane tenuto alla catena troppo a lungo; quattro strofe composte al 91% da minacce di proiettili nel cranio.

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Fotografia pubblicata nell'inserto di Grip It! On That Other Level dei Geto Boys (1989). Da sinistra: DJ Ready Red, Aksher, Willie Dee, Bushwick Bill.

La violenza era infatti una componente fondamentale dell'immaginario dei Geto Boys e Bushwick Bill era, tra i membri del gruppo, quello che si faceva meno problemi a esplorare fantasie sanguinarie. È lui la prima voce di "Mind Of A Lunatic", pezzo rappato dalla prospettiva di un serial killer, pazzo, stupratore, necrofilo: "Mi supplica di non ucciderla, io le dò una rosa / Poi le taglio la gola, la guardo tremare finché i suoi occhi non si chiudono / Mi scopo il cadavere prima di andarmene / E scrivo il mio nome sul muro, tipo helter skelter".

Parole come queste non potevano non attirare l'attenzione dello scopritore di un'altra band ben felice di scrivere testi dalla prospettiva di serial killer, pazzi, stupratori e necrofili. Loro erano gli Slayer, lui era Rick Rubin. Fondatore di Def Jam Records, punk nel cuore, grande cultore dell'hip-hop, scopritore di LL Cool J, dei Public Enemy, dei Beastie Boys, risvegliatore della carriera degli Aerosmith. Quando sentì i Geto Boys decise immediatamente di lavorare con loro e si mise a remixare brani dei loro primi due album. Il grande distributore di Def Jam, la Geffen, si rifiutò però di lavorare con un gruppo che aveva partorito un pezzo come "Mind Of A Lunatic".

Dato che la controversia è benzina per il motore dei media, i Geto Boys si trovarono presto sulla bocca degli Stati Uniti tutti—compresa quella di Tipper Gore, moglie del vicepresidente e mente dietro all'organo censore PMRC. Ma non ci fu nessun problema, anzi: semplicemente il disco uscì per Def American, sotto-etichetta gestita interamente da Rubin, con un adesivo aggiuntivo oltre al solito "Parental Advisory". C'era scritto sopra questo: "La Def American Recordings si oppone alla censura. Ad ogni modo, il nostro fabbricante e il nostro distributore non condonano o supportano i contenuti di questo disco, che trovano violenti, sessisti, razzisti e indecenti."

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La copertina di We Can't Be Stopped dei Geto Boys, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Insomma, Bill era il più controverso dei Geto Boys. Come ha raccontato ai nostri colleghi americani, nel 1991 si fece di PCP e si mise a litigare con la sua ragazza. Lei gli sparò in un occhio. I suoi compagni di crew Scarface e Willie Dee lo portarono in ospedale, sporco di sangue, a farsi mettere una pezza e a non morire. Qualcuno gli scattò una foto, che divenne la copertina del loro album We Can't Be Stopped. Su quel disco c'era "Mind Playing Tricks On Me", fantasia malata, collezione di brevi racconti sanguinari in forma di strofe: un vero classico dell'orrore in musica, sorretto da un beat luminoso come un prato d'estate su cui compaiono macchie di testo nero e purulento.

Intervistato da VICE, Bill ha spiegato ampiamente che dietro alla sua scrittura c'era una genuina passione per l'horror, e che un pezzo come "Chuckie"—la bambola assassina in cui lui si immedesimava, data la loro altezza condivisa—poteva essere un indizio. Ma non si limitava a considerare la violenza un esercizio di stile: "Se vivi nei centri città, nei ghetti, fai rap che parla di crimini. Sei abituato a vedere la violenza. La povertà porta la gente a prendere misure drastiche, ed è questo che è il gangsta rap. Si chiama libertà d'espressione. La gente dovrebbe poter esprimere quello che ha passato, quello con cui sono riusciti a familiarizzare."

Con il passare degli anni e l'aumentare della potenza della scena texana, i Geto Boys si affermarono come una delle voci più importanti dell'hip-hop americano tutto. Bill è comparso su un classico come The Chronic di Dr. Dre. "Damn It Feels Good To Be A Gangsta", un inedito del gruppo, è finito nella colonna sonora di un classico del cinema come Office Space, potenziando il senso di splendida stranezza nello scontro tra suono, testo e immaginario del loro gangsta rap calandolo in un contesto di semi-borghesia bianca. Quest'anno si sarebbero dovuti esibire in un tour di addio, consci che Bill era malato e il suo cancro se lo sarebbe portato via. Non ci sono riusciti, ma la loro musica continua e continuerà a riverberare negli angoli catramosi della cultura hip-hop.

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