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Music by VICE

C'è spazio anche per i rapper dal cuore d'oro come Loyle Carner

Le buone azioni non attireranno l'attenzione come i diamanti e i vestiti, ma sono comunque un'ottima base sulla quale costruire il proprio rap.

di Simone Zagari
23 aprile 2019, 9:12am

Loyle Carner, fotografia promozionale di Charlie Cummings

Oltre la Manica non c'è solo il grime: Noisey esplora tutto ciò che è beat e rime ed esce dal Regno Unito in una rubrica che si chiama La Nuova Scuola Inglese.

Yotam Ottolenghi, ex dottorando in filosofia cresciuto a Gerusalemme, è oggi uno degli chef più famosi di Londra, redattore di una rubrica di cucina vegetariana sul Guardian e scrittore di libri culinari di successo internazionale. Perché la recensione di un disco si apre con il profilo di un cuoco? Semplice: “Ottolenghi” è anche il titolo del singolo di lancio di Not Waving But Drowning, il secondo album di Loyle Carner pubblicato due anni dopo l’acclamato debutto Yesterday’s Gone. Il legame che unisce Carner a Ottolenghi, però, è molto più profondo di quanto si possa immaginare.

Il ventiquattrenne rapper londinese è un grande fan dei fornelli e lo chef israeliano è uno dei suoi idoli, ma questo era già abbastanza ovvio. Ciò che non è ovvio, e che svela un importante lato della sua personalità, è che Carner ha fondato una scuola di cucina per ragazzi con disturbi dell’attenzione e iperattività (ADHD), di cui anche lui stesso soffre. Sin da bambino, infatti, cucinare lo ha aiutato a rilassarsi riducendo il deficit, a combattere contro la dislessia per imparare nuovi termini dai libri e dalle ricette (il suo stesso nickname è un finto errore di ortografia derivato dal vero cognome, Coyle-Larner), insegnandogli collateralmente i valori di indipendenza, ospitalità, multiculturalismo e attaccamento alla propria famiglia. Tutto questo, com’è naturale che sia, è confluito nella sua arte.

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La copertina di Not Waving, But Drowning di Loyle Carner, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Se Yesterday’s Gone metteva in musica le difficoltà dell'adolescenza, in Not Waving But Drowning troviamo un Carner cresciuto, innamorato e ormai lontano da casa. Una cosa, però, non è cambiata: la sua umanità. Immune al flexing, Loyle Carner è uno dei pochi che continua a stupirsi per le piccole cose e si muove nel mondo in punta di piedi, con il piglio del poeta urbano e la voglia di raccontarsi.

Viso simpatico, mente irrequieta e cuore d’oro, Benjamin Coyle-Larner è un fiume in piena che si addentra tanto nel vissuto quotidiano quanto in profonde riflessioni filosofiche, analizzando l’evoluzione dei rapporti umani con sincera tenerezza ed esorcizzando le paure con ironia. La narrazione ciclica del disco comincia con una lettera aperta alla madre (“Dear Jean”) e si chiude con la sua risposta (“Dear Ben”); nel mezzo c'è solo autobiografia, tra una dedica alla propria fidanzata (“Angel”) e una all’amico e collaboratore Rebel Kleff (“Krispy”). Si toccano relazioni sentimentali (“You Don’t Know”), passato (“Loose Ends” con Jorja Smith), futuro (“Ottolenghi”) e altri riferimenti culinari (“Carluccio”, come il celebre chef italiano vissuto a Londra). Le tematiche sono dense e personali, talvolta dolorose ma, grazie a una scrittura che procede per immagini, una gran varietà lessicale e un buon flow, l’ascolto resta sempre leggero e godibile.

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Loyle Carner, fotografia promozionale

Musicalmente Carner rimane nella scia di Madlib e J Dilla, tra incalzanti boom-bap jazzy e atmosfere soul più rilassate, ritmiche analogiche e strumentali suonate con fiati e tastiere. Un’accogliente comfort zone, certo, ma che ha il pregio di suonare spesso più originale e intima di tanti progetti contemporanei ormai prodotti con lo stampino. È quando Carner esce dal seminato, però, che si hanno i momenti migliori. Al di là di “Ottolenghi”, colpiscono “Desoleil” e “Looking Back”: la prima con un minimalismo impreziosito dal featuring di Sampha, la seconda con un torrente di pensieri sul multiculturalismo e un omaggio speciale al padre adottivo scomparso all'improvviso. Entrambe le tracce riducono la melodia e i beat all’osso, si svincolano dalla forma canzone e si sviluppano come flussi di coscienza, e così sottolineano quanto il margine di miglioramento di Carner sia ancora molto ampio, proprio come il suo talento.

La vera forza di Benjamin Coyle-Larner sta nella purezza con cui racconta una vita vera, lontana dagli eccessi e vicina alle persone care, con cui è facile immedesimarsi. Not Waving But Drowning è una chiacchierata con un amico, una polaroid a tinte pastello, il sottofondo perfetto per la preparazione del pranzo domenicale. È un disco che non vi cambierà l’esistenza, ma che di sicuro saprà raddrizzare una giornata storta con un sorriso sincero, merce rara di questi tempi.

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