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Motherboard

Cancella tutte le tue app

Non è solo questione di Facebook: gli App Store di Android e iOS favoriscono un'economia in cui le app gratuite ricavano guadagni vendendo i tuoi dati personali e la cronologia delle tue geolocalizzazioni agli inserzionisti.

di Jason Koebler
11 dicembre 2018, 11:30am

Immagine: Shutterstock

Lunedì, il New York Times ha pubblicato un'indagine preoccupante. Il pezzo ha analizzato un'enorme quantità di dati "anonimi" riguardanti la localizzazione degli smartphone che provengono da terze parti, li ha "de-anonimizzati" e li ha usati per monitorare gli utenti durante gli spostamenti della loro vita quotidiana — ottenendo anche informazioni personali come dove si trovano le loro abitazioni e i loro uffici.

L'articolo conferma ciò che sospettavamo già da anni: le applicazioni sul tuo smartphone riescono a tracciarti, nonostante tutte le rassicurazioni sulla cosiddetta ”anonimizzazione” dei dati e sul fatto che vengano raccolti solo in forma aggregata. Le nostre abitudini sono così specifiche — e spesso uniche — che spesso gli identificatori anonimizzati possono essere progettati e utilizzati lo stesso per tracciare i singoli utenti.

Oltre all'indagine, il New York Times ha pubblicato una guida per gestire e limitare i dati di localizzazione gestiti da applicazioni specifiche. Questa operazione risulta più semplice su iOS che su Android, e dovremmo ripeterla di tanto in tanto tutti. Tuttavia, l'aspetto principale su cui riflettere non è solo il fatto che dobbiamo essere più scrupolosi su come gestiamo le impostazioni dei nostri dati di geolocalizzazione, ma dobbiamo essere anche molto più restrittivi sulle applicazioni che installiamo sui nostri telefoni.

In qualsiasi posto andiamo, non stiamo solo trasportando un dispositivo che contiene un chip GPS progettato per tracciare la nostra posizione, ma anche una connessione internet o LTE progettata per trasmettere queste informazioni a terze parti, buona parte delle quali ricava un guadagno dai nostri dati. Anche i semplici dati di posizione possono essere raccolti tracciando le celle telefoniche a cui si connette il nostro telefono. A questo proposito, il modo migliore per garantire la privacy sarebbe quello di usare un ”dumb phone,” — cioè un telefono che non si connette a internet — un iPod Touch, o meglio ancora, addirittura non avere un telefono. Ma per la maggior parte delle persone queste opzioni non sono praticabili e, quindi, vale la pena dare un'occhiata ai tipi di applicazioni che abbiamo installato sul nostro telefono, e alle loro ”proposte di valore,” prendendole in considerazione sia dal punto di vista dell'utente che da quello dei suoi sviluppatori.

Una buona domanda da porsi quando si valuta un'app è: ”perché questa applicazione esiste?”

Le prime scelte di progettazione prese da Apple, Google e dagli sviluppatori di app continuano ad avere conseguenze su di noi anche ad anni di distanza. Ragionando in termini storici, siamo disposti a spendere centinaia di euro per uno smartphone, ma non ci piace l'idea di spendere pochi euro per un'app. La nostra riluttanza a pagare anticipatamente in denaro per usare le app ha avuto un costo per la nostra privacy che è incalcolabile ma sicuramente enorme. Persino una semplice torcia elettrica o un'applicazione che riproduce il suono delle scoregge non viene creata senza un investimento e la stragrande maggioranza delle applicazioni ”gratuite” non hanno scopi altruistici — sono progettate per guadagnarci, il che di solito significa raccogliere e rivendere i tuoi dati.

Una buona domanda da porsi quando si valuta un'app è: ”perché questa applicazione esiste?” Se non è gratuita, allora è più probabile che riesca a sostentarsi senza raccogliere e vendere i tuoi dati. Se si tratta di un'applicazione gratuita che esiste al solo scopo di conquistare una grande quantità di utenti, è probabile che si mantenga vendendo dati agli inserzionisti.

Il New York Times ha sottolineato come la maggior parte dei dati utilizzati nella sua analisi provengono da applicazioni gratuite per il meteo e dedicate alle classifiche sportive che vendono i dati dei loro utenti. Centinaia di giochi gratuiti, applicazioni per torce e applicazioni di podcast chiedono permessi di cui in realtà non hanno bisogno al solo scopo di monetizzare sui tuoi dati.

Spesso anche le applicazioni che non sono palesemente dei metodi grossolani di raccogliere dati funzionano in questo modo: Facebook e la sua suite di applicazioni (Instagram, Messenger, eccettera) raccolgono un sacco di dati su di te, sia dallo stesso modo in cui ti comporti con le sue applicazioni, ma anche direttamente dal tuo telefono (Facebook ha fatto di tutto per nascondere il fatto che la sua applicazione per Android raccoglieva i dati dal tuo registro chiamate). E Android stesso è un ecosistema di smartphone che serve anche come un ulteriore apparato di raccolta dati per Google. A meno che tu non abbia la forza di leggere le decine di pagine delle policy sulla privacy di ogni app che scarichi, non puoi sapere quali informazioni personalizzate stanno raccogliendo e vendendo dalle news che leggi, dai podcast che ascolti, dai biglietti che compri e dai social che usi.

E il problema sta solo peggiorando: Facebook ha trasformato WhatsApp, un'applicazione che riusciva a mantenersi grazie a un abbonamento annuale iniziale di un dollaro, in un servizio ”gratuito” perché ha ritenuto di poter guadagnare di più con un modello di business basato sulla pubblicità.

Questo significa che il modello di business dominante sui nostri smartphone si basa sulla monetizzazione di te, e solo prestando un'attenzione maniacale ai permessi concessi alle applicazioni e cercando alternative a pagamento si può sperare di ridurre al minimo questo impatto personale. Se non ti sta bene così, le tue uniche opzioni sono di sbarazzarti del tuo smartphone o di ripensare a quali applicazioni vuoi installare sul tuo telefono e agire di conseguenza.

Potrebbe essere giunto il momento di liberarti di tutte le applicazioni gratuite monouso che sono essenzialmente dei siti web sotto una forma diversa. In generale, è più sicuro dal punto di vista della privacy accedere ai propri dati da un browser, anche se è più scomodo. Ripensandoci, potrebbe essere addirittura arrivato il momento di cancellare tutte le applicazioni e ricominciare a utilizzare solo applicazioni che rispettano la privacy e che sfruttano modelli di business sostenibili che non si basano sulla monetizzazione dei dati. Su iOS, questo potrebbe significare l'utilizzo di un maggior numero di applicazioni di prime parti direttamente di Apple, anche se non funzionano bene come le versioni gratuite di terze parti.

Questo articolo è apparso originariamente su Motherboard US.