Jason Polan sta cercando di disegnare ogni singola persona di New York


Foto di Matthew Leifheit

Jason Polan è un artista e sta cercando di disegnare ogni singola persona di New York. Non si può dire che stia riuscendo nel suo intento. 

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Più di sei anni fa l’idea ha iniziato a prendere vita nella sua testa e finché è rimasta lì, in quel laboratorio astratto sospeso tra due orecchie che è il pensiero, il concetto gli era sembrato assolutamente semplice, pulito, perfetto come solo un cerchio disegnato da un supercomputer ad alta definizione può esserlo. A) Esistono New York B) Esistono persone che vivono a New York C) Quindi si potrebbe fare una sorta di documento, un registro disegnato e completo di ogni persona che vive New York

Poco dopo essere stata pensata, però, questa idea perfetta ha abbandonato la sua testa per entrare nel mondo—come accade sempre quando una forma d’arte prende vita—e si è dovuta scontrare con la dura realtà di questo postaccio scopriamo che disegnare un cerchio perfetto è intrinsecamente impossibile.  

Disegno di Jason Polan

Ad esempio per Jason sarebbe stato quasi impossibile sapere se stava ritraendo dei veri e propri abitanti di New York e non dei turisti o semplici persone di passaggio. Certo, avrebbe potuto bussare a ogni porta usando i dati dell’ultimo censimento, ma anche in questo caso non avrebbe risolto tutti i problemi: sarebbero rimasti esclusi i clandestini o quelli che si sono trasferiti a New York dopo l’ultimo censimento, o ancora i bambini appena nati e le persone appena morte, insomma tutti quegli elementi che fanno di New York o di qualsiasi altro centro abitato una città in costante fermento. Da qualsiasi parte si girasse il risultato era sempre lo stesso: il ritratto della città avrebbe avuto piccole e infinite lacune, piccoli buchi che lo avrebbero reso perennemente incompleto. E se anche Polan fosse in qualche modo riuscito a districare i pezzi di questo puzzle sarebbe non avrebbe risolto il problema principale: per riuscire davvero ad includere ogni singola persona nel suo progetto avrebbe dovuto ritrarre 14 persone all’ora per 70 anni. 

In poche parole: Polan aveva avuto un’idea perfetta, ma una volta scontratasi con l’incoerenza dell’esistenza questa idea si era rivelata talmente imperfetta da essere irriconoscibile, lasciando a Paul un unico modo per ristabilire la sua originaria bellezza: cercare di portarla a termine. 

Così ogni giorno Polan va in giro per York con la sua penna e il suo blocchetto, e continua a non riuscire nel suo intento. Disegna ritratti su ritratti, ogni tanto lavora a qualche progetto collaterale (spesso al MOMA) e organizza incontri al Taco Bell Drawing Club (che è esattamente quello che sembra) per poter condividere con qualcuno la sua esperienza. Lo fa con il sorriso sulle labbra; non è mai stufo, non avverte mai un senso di sconfitta, anzi, è a suo agio mentre gioca a questo gioco che sa essere truccato fin dal principio: il solo fatto di applicarsi con questa tenacia lo rende felice e orgoglioso. 

È come se Polan fosse riuscito a scendere a patti con il grande problema dell’arte: ogni rappresentazione artistica è, per sua natura, una fatica di Sisifo. Questo significa che, al di là di tutte le nostre teorie sulla verità e sulla rappresentazione, l’arte è sempre il tentativo di realizzare l’impossibile. Fallisce sempre, non è mai perfetta, perché per esistere deve realizzarsi in quel luogo imperfetto che è il “qui.”

Ad esempio, Polan avrebbe potuto realizzare un ritratto di New York selezionando un gruppo di personaggi per rappresentare l’intera città. Avrebbe potuto semplicemente ritrarre un gruppo di persone di ogni zona della città, di ogni razza, di ogni classe sociale, e così via fino ad avere l’impressione di aver detto tutto quello che c’era da dire, di essere arrivato alla fine della storia che aveva deciso di raccontare. Usando questo stile avrebbe ottenuto un prodotto apparentemente completo, ma pieno di una semplicità ingannevole, di una falsa bellezza. Avrebbe realizzato una rappresentazione artistica che si spaccia per vera quando in realtà è solo un premio di consolazione. 


Disegno di Jason Polan

Invece Jason persiste nel praticare il fallimento intrinseco all’arte. All’inizio della sua carriera aveva deciso di ritrarre ogni singolo chicco di popcorn presente in un sacchetto da microonde e aveva chiamato questo progetto “Un intero sacchetto di popcorn.” È esattamente il contrappunto di quello che poi sarebbe diventando il grande progetto di New York, l’opera magna sulla sua città, perché nel caso dei popcorn siamo davanti a uno spazio estremamente piccolo e a un obiettivo estemamente realizzabile. Ma anche in questo caso, anche in quello che potrebbe sembrare il più insignificante dei suoi progetti, Polan è riuscito a fare dell’arte il suo oggetto principale (a realizzare una rappresentazione meta-artstica). Quando si è seduto in soggiorno e ha meticolosamente posizionato ogni singolo chicco di mais in modo tale da non correre il rischio di disegnare lo stesso due volte di fila o di farne cadere uno per terra, Polan stava in realtà conducendo un vero e proprio esperimento artistico, usando il metodo induttivo di ogni scienziato degno di questo nome: analizzare il piccolo per comprendere il grande. 

Per lui, se in ballo c’è qualcosa che ha il coraggio di fallire e di farlo in modo spettacolare, allora significa che è qualcosa di buono e forse perfino di miracoloso. 

Gideon Jacobs è il direttore creativo di Magnum Photos. Seguilo su Twitter.

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