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Il documentario Netflix che svela il mistero della morte di Elisa Lam, uno dei più indagati di Internet

'Il caso del Cecil Hotel' su Netflix riparte dal video dell'ascensore di Elisa Lam, uno dei più analizzati su internet in questi anni.
18.2.21
netflic: Il caso del Cecil Hotel
Immagine via Netflix.

“Sono arrivata a Laland [sic] e c’è un edificio mostruoso vicino a dove sto,” scriveva Elisa Lam su Tumblr a gennaio del 2013. “Quando dico mostruoso, attenzione, intendo ostentato. D’altronde è stato costruito nel 1928, ecco spiegato lo stile art déco. Per cui, sì, ha un che di elegante, ma dato che questa è Los Angeles, è anche in botta da crack.”

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La studentessa canadese, 21 anni, era impegnata in un viaggio solitario per la California. Era partita da San Diego e aveva fatto tappa obbligata a Sea World prima di andare a nord, verso Los Angeles. La destinazione successiva sarebbe stata Santa Cruz, ma Lam non ci è mai arrivata. Cinque giorni dopo Laland è stata data per dispersa e nessuno l’ha mai più vista viva.

Il mistero della sua scomparsa è stato amplificato dal fatto che Lam pernottava al Cecil Hotel, un edificio una volta simbolo di opulenza, che nel tempo si è guadagnato una reputazione oscura. Stando a quanto si racconta, infatti, più di dieci ospiti dell’hotel si sono tolti la vita all’interno della proprietà.

Il Cecil ha aperto nel 1927, e il suo primo suicidio è avvenuto solo quattro anni dopo, quando il 46enne W.K. Norton ha preso una stanza sotto pseudonimo e ha ingerito una manciata di capsule piene di veleno. Nel 1964, il corpo di "Pigeon Goldie" Osgood, preso a coltellate e brutalizzato, è stato scoperto nella sua stanza, e si mormora che Richard "The Night Stalker" Ramirez abbia pernottato proprio lì durante i mesi in cui ha commesso svariati omicidi a metà degli anni Ottanta.

Forse Lam non sapeva nulla della storia del Cecil quando ha prenotato una stanza lì un sabato come tanti, ma la sua morte è diventata parte del macabro registro dell’hotel. E per chi già conosceva gli strani retroscena del luogo, il caso è diventato una “prova” ulteriore—specialmente dopo che la polizia di Los Angeles ha reso pubblici diversi minuti di video di una telecamera di sicurezza in cui si vede Lam comportarsi in modo strano dentro e vicino all’ascensore dell’hotel.

Un nuovo documentario in quattro puntate prodotto da Netflix e intitolato Sulla scena del delitto: Il caso del Cecil Hotel, cerca di sbrogliare la triste verità dalle speculazioni sulla morte di Lam, compreso il ruolo che potrebbe aver giocato l’edificio. VICE ha parlato con il regista della serie, Joe Berlinger, di Lam, del genere true-crime e dei pericoli insiti nelle teorie del complotto. (Attenzione: ci sono un po’ di spoiler!)

VICE: Non è la prima volta che ti cimenti con storie true-crime, considerato che hai girato due film sul serial killer Ted Bundy, ma cosa ti ha attratto in particolare della storia di Lam e del Cecil Hotel?
Berlinger:
Nel 2013 ho visto il video dell’ascensore e mi è rimasto impresso, anche se all’epoca non avevo approfondito la ricerca. L’anno scorso, il [giornalista] Josh Dean, che lavorava sul caso, me ne ha riparlato, pensando che ci fosse del materiale per una serie. Non avevo mai fatto niente del genere prima—analizzare un luogo e le forze sociali ed economiche che ne creano una certa percezione.

Abbiamo proposto a Netflix una serie su un luogo e la sua storia criminale—o percepita come tale. Mi piaceva l’idea di iniziare dalla storia di Elisa Lam perché, senza rovinarla ai lettori, il fatto che non sia avvenuto davvero un crimine mi permetteva di giocare con gli stilemi del true-crime e di ribaltare il genere.

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Letture passate di questa storia hanno spinto molto sugli aspetti paranormali, ma penso che sia pericoloso perpetuare questi miti. Volevo sbrigliare la storia e comprendere perché la reputazione dell’hotel avesse convinto una legione di teorici su internet a pensare che fosse legato a un enorme complotto.

La partecipazione di questi “detective del web” è stato uno degli aspetti più difficili del documentario, per me—il modo in cui si inserivano nell’indagine e insistevano sulle loro teorie, spesso senza senso. Pensi che avessero buone intenzioni, o che fossero lì solo per i like e i click?
È difficile fare di tutta l’erba un fascio. Penso che le persone che abbiamo intervistato avessero buone intenzioni. Penso anche che alcuni detective amatoriali su internet abbiano avuto un impatto positivo, in alcuni casi. Nella mia serie Paradise Lost viene dato loro il merito della liberazione dei West Memphis Three dalle sentenze che avevano subito ingiustamente.

Per cui sì, ho visto detective amatoriali usare internet in modi molto positivi. Una delle ragioni per cui volevo analizzare a fondo questo caso è che le teorie del complotto possono essere molto pericolose, e volevo capire da dove nascono. In questo caso, ci sono molte strane coincidenze, comprese le leggende sull’hotel stesso, ma nessuna può sostituirsi alla verità.

E quando scopri la verità su cosa è successo davvero a Elisa Lam è triste e basta. Non è una storia dell’orrore o di fantasmi, è una tragedia.
Hai assolutamente ragione. Non sto cercando di essere duro con gli altri programmi che hanno percorso questo cammino, ma per me trattare una tragedia come una storia di fantasmi è mancare di rispetto alla vittima. Privarla della sua umanità. Mentre questa serie vuole concentrarsi sulla vittima. E non voglio rovinare la storia a chi non la conosce, ma il fatto che non sia stato commesso alcun crimine è proprio il punto. Ho scelto questa storia per la prima stagione perché è tutta una questione di percezione: una percezione della storia di crimini sensazionalistici all’hotel, e la percezione che possa esserci qualcosa di malvagio a infestare il luogo. Per quanto teorie assurde siano state inventate, la verità non ha niente di sensazionale. È solo una triste circostanza. 

Già, Lam era stata così coraggiosa a partire per il suo primo viaggio internazionale—è triste scoprire come è finito.
Quando ho iniziato a leggere i suoi post su Tumblr e ho capito l’impatto che aveva avuto su questa comunità di detective amatoriali—per quanto alcuni dei loro metodi e delle loro conclusioni restino discutibili—mi è stato chiaro che molte persone siano state attirate dalla sua storia perché sentivano una connessione.

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Hai contattato i familiari di Elisa Lam perché partecipassero?
Sì, ma hanno scelto di non farlo. Mi sono dovuto fermare a riflettere. “È giusto andare avanti?”, mi sono chiesto. Ma loro non erano contrari: semplicemente, non volevano partecipare. Questo mi ha spinto a rispettare ancora di più la regola d’oro del true-crime, che è mai raccontare una storia senza onorare la vittima e la verità.

C’è stato qualcun altro che si è dimostrato riluttante a parlare del caso o delle proprie esperienze all’hotel?
Ci è voluto parecchio per convincere Morbid, il musicista, a partecipare perché aveva sofferto [per essere stato coinvolto in teorie del complotto]. Sono orgoglioso di aver incluso persone che non avevano mai preso parte a un documentario prima d’ora e volevano tutte essere certe che non stessimo facendo una cosa su “mostri e fantasmi.” Amy Price, la manager dell’hotel; Tim Marcia, uno degli investigatori; Jason Tovar, il medico forense—volevano tutti essere certi che avremmo trattato il tema in modo responsabile. Penso che il mio curriculum li abbia rassicurati da solo, così come aver chiarito da subito le mie intenzioni.

Il tuo lavoro ti porta a immergerti in storie e luoghi molto oscuri. Come limiti l’impatto che queste storie hanno su di te? O le affronti dando per scontato che ti cambieranno per sempre?
All’inizio, mi tormentavano molto. Col passare degli anni ho imparato a compartimentalizzare di più. Mi ricordo quando stavamo montando Paradise Lost, che era girato in pellicola e per questo il processo era molto lungo. Passavo ore a guardare immagini terrificanti di scene del crimine e autopsie. Ricordo che tornavo a casa dopo aver visto immagini davvero impressionanti, andavo in camera di mia figlia neonata, l’abbracciavo e mi comparivano alcune di quelle immagini di cose orribili fatte a poveri bambini.

All’epoca, mi sentivo come se il progetto mi avesse rubato l’innocenza, per di più proprio quando ero appena diventato padre. Da allora, mi sono sforzato di dividere in compartimenti stagni il lavoro. Qualsiasi progetto è un investimento di due anni di vita, in genere, e ciò che mi permette di superare i sentimenti negativi che posso provare è sapere che si tratta di un progetto che in qualche modo aiuterà le persone. Non posso essere solo un distributore di storie macabre.

L’intervista è stata editata per ragioni di brevità e chiarezza. Sulla scena del delitto: Il caso del Cecil Hotel è disponibile su Netflix.