televisione

Essere una bambina prodigio nella tv italiana degli anni Novanta

Per anni ho fatto l'attrice in spot e fiction, 'Don Matteo' incluso—oggi per quell'esperienza ricevo strani DM su Instagram, ma l'impatto che ha avuto su di me è molto più profondo.
14 maggio 2020, 9:18am
spot ip – cuba, 2001 3
L'autrice nel 2001 sul set di uno spot, a Cuba. Tutte le foto per sua gentile concessione, tranne ove diversamente specificato.

Sono salita su un palcoscenico per la prima volta nel 1997. Ho ricordi molto vaghi di quel giorno: i baffi di Alberto Castagna, i vestiti pieni di paillettes di showgirl delle quali ho dimenticato il nome, l’emozione della mia famiglia, e poi bambini che cantano, ballano, sfilano, recitano. Un ritaglio di giornale, oggi ingiallito, racconta di una bambina di quattro anni che imitava decine di personaggi celebri dell’epoca, aggiudicandosi il Premio Simpatia di un concorso per enfant prodige a Roma: ero io, e questo è stato il mio esordio nello sfavillante mondo dello spettacolo. Se ve lo state chiedendo, sì, nel mio repertorio c’era anche Berlusconi, così come ogni imitatore italiano anni Novanta che si rispetti.

Ero finita lì grazie a un annuncio in cui si ricercavano bambini di talento. Ovviamente non avevo idea di cosa stesse succedendo, e neanche i miei genitori: erano giovani, lontanissimi dallo showbusiness e ignari dell’assurdo effetto domino che questo evento avrebbe comportato. In ogni caso, far ridere le persone mi piaceva ed ero esaltata dall’ipotesi di ricevere dei premi per questo: così mi ritrovavo spesso a provare i miei personaggi per ore, alla ricerca del momento esatto per emettere una battuta. Ma non amavo essere in competizione con gli altri bambini, volevo solo essere brava.

L'autrice nel 1997, a Miss e Mister Baby.

Quella assurda sera del 1997, sono stata notata da un’agente per baby attori. Così, a pochissime settimane dal mio esordio, mi ritrovai inghiottita in un vortice di casting, book fotografici, copioni da imparare e una competizione ancora più agguerrita: in palio non c’era più una targa con il mio nome scritto sopra e qualche passaggio sulle televisioni private, ma la fama, un sacco di soldi e il grande sogno di una carriera nel cinema. Erano gli anni in cui Mike Bongiorno conduceva Bravo Bravissimo, Un Medico in Famiglia era la fiction più amata dagli italiani e La Vita è Bella vinceva l’Oscar: i bambini di talento erano ovunque.

La strada per arrivare alle produzioni più grandi, però, era costellata di avvenimenti che solo oggi riconosco come terribili umiliazioni: ricordo in particolare alcuni provini per spot pubblicitari, in cui io e decine di altri bambini venivamo messi in fila, come se fossimo davanti a un plotone di esecuzione, per sentirci dire da adulti privi di tatto “tu sì, tu no.” Per quanto la mia famiglia provasse a proteggermi e farmi vivere la recitazione come un hobby un po’ speciale, era tutto il resto a turbarmi: avevo la sensazione piuttosto nitida che gli altri genitori mi avrebbero gettata volentieri in un bidone di acido, se questo fosse servito a far ottenere un ruolo al proprio figlio.

Non sono mai stata una celebrità à la Macaulay Culkin, ma, nel mio piccolo, ho avuto una carriera dignitosa: sono apparsa in alcune delle trasmissioni più seguite dell’epoca, ho fatto anche cose divertenti—soprattutto quando, a dieci anni, ho iniziato a fare stand up comedy (che all’epoca si chiamava ancora “cabaret” e aveva come massima espressione Zelig, non gli special su Netflix)—e sono stata nel cast di Don Matteo per diversi anni.

L'autrice nel 2001, in una puntata di Don Matteo. Grab via Raiplay.

Ogni giovedì sera entravo nelle case di circa otto milioni di italiani come la più rassicurante delle figlie del maresciallo interpretato da Nino Frassica—e ancora oggi, per effetto di quest’esperienza, ricevo assurdi DM su Instagram. Non era chissà che personaggio: l’unico compito della piccola Assuntina Cecchini sembrava sorridere sventolando le lunghe trecce castane. Ok, era Don Matteo e non Breaking Bad, non potevo aspettarmi chissà quale profondità da una delle serie più nazionalpopolari della televisione italiana, ma, guardandomi indietro, avrei preferito interpretare un personaggio che mi aiutasse a crescere come attrice e come persona.

In ogni caso, ai miei occhi di bambina il lavoro procedeva in modo abbastanza lineare: mi convocavano sul set una o due volte a settimana, qualcuno mi vestiva, qualcun altro mi pettinava, dicevo delle frasi davanti a una telecamera facendo finta di crederci, a volte dovevo andare in altre città, e poi tornavo nella periferia romana per niente glamour dove vivevo.

L'autrice nel 2001 sul set di uno spot, a Cuba.

Erano i primi anni Duemila, non avevo neanche dieci anni e non esistevano i social media, potevo dividere in compartimenti stagni la mia vita—e così ho fatto. Mi piaceva studiare, trascorrevo molto tempo da sola a leggere o disegnare, i miei amici erano bambini normali. Sebbene tutti non facessero altro che ripetermi quanto fossi speciale, la recitazione era per me quello che poteva essere il nuoto o il calcio o la ginnastica artistica per chiunque altro. Quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande, credo di non aver mai risposto di voler essere un’attrice, e se l’ho detto non lo pensavo. Mentivo spesso, lo facevano tutti.

La distanza con lo showbusiness ha iniziato a diventare incolmabile durante la pubertà. Con l’esplosione dell’adolescenza e di tutti i turbamenti che porta con sé, ho scoperto il punk: a dodici anni arrivavo sul set di Don Matteo con le punte dei capelli decolorate e la maglietta dei Ramones, ed ero decisamente fuori luogo in mezzo alle altre ragazzine fotogeniche che prendevano lezioni di danza e dizione.

Finalmente avevo trovato un modo per esprimere nel modo più evidente possibile una modalità di pensiero che stava iniziando a crescere dentro di me: la negazione totale. Non sapevo chi fossi né chi volessi essere, ma l’unica cosa davvero certa è che non somigliavo per niente a una rassicurante teenager acqua&sapone da fiction: le pressioni iniziavano a sembrarmi insopportabili e sentivo la necessità di distruggere tutto quello che mi opprimeva per essere libera, oscena, felice.

L'autrice nel 2011, in una puntata di Don Matteo. Grab via Raiplay.

Ma, quando sei così giovane, tutto questo è più facile a dirsi che a farsi. Ero fragile e piena di contraddizioni, mi sentivo tremendamente sbagliata nel mio non essere mai abbastanza carina, e ho sofferto di disturbi alimentari per una parte considerevole della mia adolescenza. Non ho mai superato la taglia 40, ma mi sentivo in sovrappeso; riuscivo a malapena a guardarmi allo specchio, figuriamoci in televisione. Per esperienza personale, posso affermare che una percentuale considerevole di giovani attrici soffre di anoressia e bulimia e gli adulti non aiutano affatto: come quella volta che una costumista mi ha sgridata perché mi erano cresciute le tette e non sapeva come nasconderle (non era ironica, giuro), per non parlare delle innumerevoli accuse di “culone” e “coscione” che riempivano ossessivamente i dietro le quinte.

Ma avevo iniziato troppo presto, non ricordavo come fosse la mia vita prima e la recitazione era una parte così radicata nella mia identità da rendere spaventosamente difficile l’idea di smettere. E poi tutti mi dicevano che ero fortunata, che stavo mettendo da parte dei soldi che mi sarebbero stati utili in futuro, che tanti avrebbero voluto essere al mio posto: avevano perfettamente ragione, e ciò non mi aiutava affatto a emanciparmi. Non riuscivo a immaginare una me diversa, una me non-prodigio.

L'autrice nel 2014, nel film Mi chiamo Maya. Grab via YouTube.

Durante il liceo, però, ho finalmente iniziato a farlo: ho scoperto di poter essere brava anche in altri ambiti, ambiti nei quali mi veniva permesso di coltivare realmente le mie attitudini senza sentirmi umiliata, fuori luogo, a disagio. La distanza da quel mondo ha iniziato a crescere, lasciandomi entrare nell’età adulta con un’identità più libera e onesta—soprattutto nei confronti di me stessa.

I momenti realmente decisivi sono stati due: il primo, quando ho scoperto con un tweet (!) che non sarei stata confermata in Don Matteo e la delusione si è trasformata in sollievo con sorprendente velocità; il secondo e più importante a 21 anni, quando nel giro di pochi mesi mi sono laureata, ho girato il mio ultimo film e sono stata molestata in modo serio per la prima volta.

Come ci ha insegnato il movimento #MeToo, nel cinema gli abusi sono stati a lungo drammaticamente comuni e tacitamente accettati. Così, come tante altre, mi sono ritrovata addosso le mani non desiderate di un uomo adulto: non si trattava del solito produttore laido che ti mette le mani sul culo mentre promette ruoli, ma di qualcuno di cui mi fidavo. Non entrerò nei dettagli perché l'articolo non parla di questo, ma le conseguenze mi hanno accompagnata a lungo: dovevo aver interiorizzato la tendenza a dar colpa più alle vittime che ai predatori, e per anni mi sono sentita un’imbecille per essere rimasta immobile troppo a lungo—finché poi uno psicoterapeuta mi ha spiegato che se non ho reagito come credevo è per via del freezing, la risposta naturale del nostro corpo che, davanti a una minaccia, resta inerme e non riesce a reagire immediatamente. Quel giorno ho evitato uno stupro per un soffio. Ricordo il viaggio verso casa, guidavo sulla Tangenziale in una specie di trance: mi sentivo sporca, ero incredula. È stato un punto di non ritorno, e ho capito di dovermi allontanare definitivamente da quello che per me era nient’altro che un ambiente tossico, perché, in fondo, di quel tipo di fama non mi importava nulla.

Oggi mi occupo di altro e non parlo spesso del mio passato, anche per lo stigma dovuto a quindici anni di quelle che molti considerano frivolezze—anche se i miei trascorsi sono un’ottima fonte di aneddoti divertenti a cene e feste, lo ammetto. Senza troppe ipocrisie, ci sono stati indubbi aspetti positivi: sono entrata in contatto con persone straordinarie, ho viaggiato molto portando con me i membri della mia famiglia, ho messo da parte dei soldi, spesso mi sono semplicemente divertita.

Non escludo di tornare a lavorare nel mondo dello spettacolo in altre vesti: continuo a percepire l’intrattenimento come vocazione nonostante tutto ciò che è seguito a quel Premio Simpatia del 1997. Ma l’unica cosa di cui sono certa è che, se mai avrò dei figli, aspetterò che possano scegliere da soli di fare ciò che più gli si addice, perché l’infanzia è una fase fragile e complessa ed è così facile lasciare cicatrici indelebili. Non porto alcun rancore nei confronti dei miei genitori, però: ho imparato a capirli, perché so per certo che abbiano fatto tutto questo in buona fede. Erano gli anni Novanta, ero una quattrenne simpatica e i bambini prodigio andavano così di moda.

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