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Le edicole italiane stanno scomparendo

Una faccia poco nota della crisi dei giornali e dell'editoria italiana è la crisi di chi una volta i giornali li vendeva: le edicole, che stanno scomparendo in modo lento ma costante e forse irreversibile.

di Vincenzo Marino
15 settembre 2015, 1:21pm

Foto via Flickr/


Angelo Amboldi

Questo post fa parte di Macro, la nostra serie su economia, lavoro e finanza personale in collaborazione con Hello bank!

Se provate a chiedere a qualche vostro amico quale sia stata l'ultima volta che ha comprato qualcosa in un'edicola, potreste sentirvi rispondere "boh."

Malgrado una risposta del genere non possa essere accettata come campione statistico attendibile, appare invece ragionevole ammettere quanto effettivamente l'acquisto di giornali sia in costante diminuzione da un po' di tempo, soprattutto fra i giovani—solo negli ultimi 15 anni il numero delle copie dei giornali venduti si è praticamente dimezzato.

Se da una parte, però, questo flusso in uscita di lettori di carta riesce a essere parzialmente compensato da Internet, dall'altro chi questo mercato antico e tutto analogico lo gestiva—le edicole—rischia seriamente di non arrivare fino alle prossime generazioni per come lo abbiamo conosciuto. O addirittura di non sopravvivere per nulla.

Dal 2001 ad oggi circa 13mila edicole avrebbero chiuso su tutto il territorio nazionale. Si tratta di quasi un terzo del totale, che riduce i chioschi e rivenditori di prodotti editoriali a circa 28mila unità. Solo a Milano nell'ultimo anno le edicole sono scese da 577 a 541, mentre 45 sono state le edicole romane che hanno chiuso per sempre e 19 quelle napoletane.

In aggiunta alla moria generalizzata che sta affliggendo il mercato negli ultimi 15 anni, si calcola che in tutto il nostro paese siano rimaste attive circa 18mila edicole "pure"—escludendo quindi tabaccherie, autogrill, cartolerie che vendono anche giornali—e che da qui a tre anni (stando a una stima del Sinagi, il sindacato nazionale dei giornalai) oltre diecimila chioschi rischieranno seriamente di non arrivare fino al prossimo decennio.

Eppure, fino a poco meno di dieci anni fa, le edicole apparivano come entità difficilmente 'deperibili nel tempo', custodi di prodotti destinati a durare probabilmente per sempre e con edicolanti trincerati all'interno di una struttura di metallo e di un'occupazione considerata sicura—specie se si pensa alla possibilità di non vedersi riconoscere particolari responsabilità sulla quantità dei prodotti offerti e non venduti (i cosiddetti "resi", i giornali rimasti invenduti che tornano all'editore).

La verità è che secondo il segretario generale del Sinagi Marchica, dal 2007 ad oggi il guadagno medio degli edicolanti sarebbe calato vertiginosamente, al ritmo del meno 10/15 percento di entrate annue, e persino l'industria poligrafica—che alle edicole è strettamente collegata—è passata dal contare diecimila unità lavorative nel 1995 alle quattromila di oggi.

Fino a qualche anno fa si è sperato di aver trovato la soluzione-palliativo buona per spostare il problema più avanti negli anni: ancora nel 2009 si pensava di aver pareggiato le perdite di giornali e giornalai con l'offerta di allegati alle riviste in grado di vendere bene e dopare i dati di vendite, ignorando totalmente però quali fossero i veri fattori della crisi industriale e sistemica di tutto il comparto editoriale.

Malgrado vecchi dvd e occhiali da sole di plastica in regalo, infatti, è come se l'editoria fosse diventata una specie di buco nero che sta trascinando con sé i giornalai, i giornali, chi quelle pagine le riempie, chi le stampa, chi le pubblica e chi per anni ha investito sugli spazi pubblicitari. Ma quali sono le ragioni di questa continua e probabilmente incontrovertibile depressione?

Come spiegato da Antonio Cavaciuti su Gli Stati Generali e da diversi critici dei media in giro per il mondo, le ragioni che hanno contribuito a costruire questo scenario sono molteplici. La prima, ovviamente, riguarda la crisi economica, che avrebbe portato le famiglie italiane a spendere meno di quanto prima facessero, e spostare i propri investimenti su altri acqusiti reputati generalmente prioritari.

I motivi che hanno reso l'acquisto di un giornale cartaceo non più "prioritario", peraltro, si collegano alla probabile seconda causa della crisi delle edicole: cioè il fatto che grazie a Internet praticamente quasi tutto lo spettro informativo locale, nazionale e globale può essere consultato liberamente, e pressoché gratuitamente, su testate online, blog, giornali in pdf, social network, pagine Facebook di Gianni Morandi.

Se da una parte, quindi, le nuove abitudini informative, un'offerta mediamente innovativa e la comodità del formato tascabile, impongono nuovi metodi di consultazione delle notizie, rendendo la carta praticamente obsoleta, dall'altro il sollievo dalla "tassa" quotidiana delle informazioni su carta ha accelerato questo processo, anche per ragioni diverse dal costo di un giornale di carta.

La terza probabile causa aggiuntiva della crisi delle edicole è infatti la crisi del giornalismo tradizionale in genere—sulle cui cause si dibatte diffusamente ancora oggi—che ha portato i giornali italiani a vendere dalle sei milioni di copie del 2000 alle quasi tre milioni del 2014 (dati FIEG), a chiudere decine di testate anche di rilevanza nazionale e a minacciare la chiusura di altre duecento nei prossimi anni, mettendo a rischio circa tremila posti di lavoro.

Con uno scenario del genere, viene naturale chiedersi se esista un'alternativa alla malinconica accettazione della fine di un'epoca. Le idee messe in campo in questi anni non sono poche ma tutte ancora prive di una risposta di sistema, che tarda ad arrivare anche fuori dai confini italiani.

Una di queste, per esempio, è stata la riqualificazione dei chioschi di giornali in infopoint: iniziativa più volte richiesta in diversi comuni d'Italia; a Milano alcune edicole sono state trasformati o integrate in punti informazioni per Expo 2015. Una forma più "aggressiva" di questa rimodulazione dei servizi è arrivata poi da chi ha proposto di inserire alcolici, generi alimentari e altro tra i prodotti in vendita dai giornalai, come già succede a Roma. In sostanza, due idee di "edicola" diverse da quella della tradizione, e dall'accezione odierna.

C'è invece chi crede sia necessario intervenire dal punto di vista politico e ritiene che le cause di questa stagione nera per le edicole derivino da una mancanza di interesse a questo tipo di offerta, e che quindi si debbano imporre interventi istituzionali per incentivare letture affini tramite bonus economici e altre iniziative. Da più parti, poi, si è ovviamente fatto ricorso direttamente alla presidenza del Consiglio, finora invano.

In sostanza, se da una parte è difficile immaginare un futuro e una città senza edicole—come pare sia successo a Ogliastro Cilento—allo stesso tempo è molto complicato pensare che esercizi del genere, che come altri sono soggetti commerciali soggetti alle turbolenze e le necessità del mercato, possano continuare a sopravvivere in qualche modo. L'unica possibilità rimasta per le edicole, probabilmente, sarebbe pensare di specializzarsi in locandine come questa.

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