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vita vera

Quale sarà il nuovo Pigneto?

Alla ricerca della prossima hipster-oasi romana.

di Valerio Mattioli, foto di Niccolò Berretta
24 maggio 2013, 8:11am

Premessa: con il termine gentrification si intendono (cito da Wikipedia) “i cambiamenti socioculturali in un'area, risultanti dall'acquisto di beni immobili da parte di una fascia di popolazione benestante in una comunità meno ricca […] Questi cambiamenti si verificano […] nelle zone con un certo degrado da un punto di vista edilizio e con costi abitativi bassi. Nel momento in cui queste zone vengono sottoposte a restauro e miglioramento urbano, tendono a far affluire su di loro nuovi abitanti ad alto reddito e ad espellere i vecchi abitanti a basso reddito, i quali non possono più permettersi di risiedervi.” 

Avanguardia e anzi causa di ogni gentrification che si rispetti, sono in genere quei soggetti a caccia di affitti bassi perché il loro... come vogliamo chiamarlo, stile di vita? Diciamo che il portafogli non gli permette altro perché in genere presi da occupazioni sulla carta non redditizie pur se intellettualmente qualificate: studenti, artisti squattrinati, scrittori nullafacenti, cose così. Naturalmente, visto il retroterra culturale dei soggetti in questione, non è gente che si accontenta di un appartamento economico ovunque esso sia, per il puro vantaggio di risparmiare qualche euro. Quello che questi soggetti cercano è un ambiente amichevole dove fare comunità e ricreare quell'effetto-village che da sempre fa da sfondo alle oasi bohémien. È un effetto a cui non tutti i quartieri si prestano, per vari motivi: conformazione urbana, resistenze della popolazione autoctona, storia pregressa ecc ecc. Ma quando la cosa funziona, il cambiamento può essere devastante. Pensate a quello che è successo a un posto come Williamsburg a Brooklyn, una volta area disgraziata popolata da tossici e immigrati di quarta generazione, e adesso regno dei real estate developer che vi affittano un monolocale a 5.000 dollari al mese. Non è un caso che l'altro termine per definizione associato al fenomeno gentrification è la parolaccia per eccellenza: hipster.       


Via del Pigneto, prima della metamorfosi notturna. 

Ora, di Roma Est e del suo quartiere simbolo, il Pigneto, vi ho già accennato a suo tempo. In quell'occasione mi soffermavo sulle manifestazioni esteriori di un'area che, pur eletta a simbolo della gentrification alla romana, non rinuncia ai suoi (ahem...) pittoreschi scorci un po' Pasolini, un po' Ranxerox, un po' Calcutta (la città, non il cantante). Resta il fatto che sul Pigneto si sono concentrate da anni le attenzioni—oltre che dei soliti bohémien—di immobiliaristi e speculatori, col risultato che il quartiere, a suo tempo accogliente rifugio per perdigiorno squattrinati, si è trasformato in un inferno saturo di frivolezze yé-yé, invivibile per le persone normali, e peggio ancora dispendioso, alla faccia non solo della crisi ma pure del buon senso.

L'effetto, abbastanza prevedibile, è che da qualche tempo a questa parte quelle stesse persone che contribuirono a trasformare l'ex quartiere simbolo del Neorealismo nell'incasinatissimo village de' noantri hanno cominciato a migrare verso lidi se non altro più economici, nella sottaciuta speranza di portare in eredità quel briciolo di colore che in futuro trasformerà anche i nuovi luoghi di adozione in ricercatissime mecche per la gioventù à la page, solo ad affitti più bassi. In effetti, la domanda “quale sarà il prossimo Pigneto” non è nuova: già da qualche anno i più accorti ne hanno progressivamente spostato i confini verso est, col risultato che quartieri limitrofi come il Prenestino, la Marranella e Tor Pignattara sono stati di fatto inglobati in un'unica enclave di cui rappresentano le aree periferico-residenziali, con il Pigneto vero e proprio a restare come centro e polo d'attrazione per i momenti di svago, divertimento e (uh...) vita sociale. Per capirci: a Tor Pignattara ci dormi, al Pigneto ci vai a bere, tanto sono dieci minuti a piedi. Non è mica una coincidenza se Demented si è fatto casa proprio a Tor Pignattara. E lo sapete tutti che Demented è quello che si dice un trend setter, no? Voglio dire, non la leggete la sua rubrica?


Tor Pigna, bar San Francisco, il bar preferito del nostro amico Demented

E però, se “nuovo Pigneto” deve essere, questo va cercato più in là. Le ipotesi che circolano sono diverse e – ci crediate o meno – per alcuni si tratta di una faccenda veramente seria. In una città in cui il comparto immobiliare rappresenta una delle principali voci di mercato, si tratta di prevedere quale sarà l'area che in futuro garantirà maggiori margini di profitto a partire dalla più parassitaria delle rendite, quella di posizione. Se pensate che gentrification significhi solo giovinastri che aprono gallerie e discettano dell'ultimo episodio di Portlandia ai tavolini di un bar ricavato in un ex deposito edile, avete una concezione un po' idilliaca del ruolo che le sedicenti culture urbane giocano negli equilibri della metropoli. Ma sto divagando. Immagino che voi vogliate sapere qual è il prossimo Pigneto perché siete furbi e state pensando di investire i risparmi di famiglia nell'acquisto di un appartamento che oggi vale dieci e domani potrebbe valere se non 100 almeno 20; oppure perché appartenete a quell'avanguardia hip che non si limita a inseguire le tendenze, ma le inventa, persino quando si tratta di decidere a quale indirizzo prendere residenza. Va bene, eccovi accontentati. Per capire la convenienza o meno delle ipotesi che seguono, non posso che rimandarvi al Testo Sacro di ogni cacciatore di occasioni che si rispetti (almeno a Roma), il sito www.portaportese.it ovviamente nella sua sezione immobiliare.   

IL QUADRARO


Via dei Quintili, Quadraro. 

Secondo la pubblicistica ufficiale, il nuovo Pigneto sarà il poco distante Quadraro, che effettivamente rimanda ad alcune caratteristiche chiave del fu quartiere di Accattone: l'aria neorealista, la tipica edilizia spontanea (cioè abusiva) risalente agli anni Venti, l'atmosfera un po' paesana delle strade... A dire il vero sono anni che sento dire che il Quadraro è destinato a esplodere in una giostra di creatività e impeto giovanilista, ma qualcosa deve essere andato storto. Sì, sono arrivati gli architetti che hanno rimesso a posto le vecchie baracche a suo tempo rastrellate dai nazisti (il Quadraro ha una riottosa tradizione de' sinistra, altro elemento che lo accomuna al Pigneto), e certo, il quartiere non è più quel postaccio di cui narrano le vecchie cronache di borgata. Ma qualcosa mi dice che 35 metri quadri a 700 euro al mese non è quello che si dice un affare, perlomeno per gente la cui unica fonte di reddito sono gli improvvisati dj set organizzati in qualche enoteca bio; che sia questo il motivo della sua mancata pignetizzazione? 

CENTOCELLE

Ecco, qui la cosa comincia a farsi interessante. Il mio amico Wolf Anus è arrivato al punto da stabilire che Centocelle è già il nuovo Pigneto. Secondo lui, il fatto che negli ultimi mesi abbiano aperto in successione una ciclofficina, un beer shop artigianale e il laboratorio gastronomico dei Fooders, vale da solo l'investitura del quartierone tra Casilina e Prenestina a nuova Terra Promessa per la generazione hip. Devo ammettere che ha scelto gli esempi giusti. E bisogna anche dire che sì, un sacco di gente ha cominciato a trasferirsi da quelle parti: costa meno del Pigneto, da cui dista una decina di fermate di tram, è sempre Roma Est, e in compenso è un posto dove ancora puoi trovare un forno, una panetteria, una macelleria, e non solo una fila di locali notturni e librerie-caffè che servono pasticcini al kamut. 

L'unica cosa che non mi convince nella lettura di Wolf Anus è che Centocelle la conosco bene. Per la miseria, ci ho vissuto 12 anni e mio padre abita ancora lì. Se non ci siete mai stati, vi avverto: dite  addio alla romantica atmosfera pasoliniana di Pigneto e Quadraro, scordatevi le palazzine anni Venti e gli orticelli urbani che separano un lotto dall'altro, e abdicate a qualsiasi pretesa da village separato dal brutto mondo lì fuori. No, Centocelle è un mostruoso agglomerato di palazze anni Sessanta firmate dalla peggior risma di geometri, un posto dalla densità abitativa altissima e in cui le case sono letteralmente costruite le une sulle altre, al punto che se stai in salotto puoi tranquillamente scambiarti il posacenere col dirimpettaio che dorme nell'edificio di fronte. Secondo Wikipedia conta 55.000 abitanti, ma quando ci vivi ti sembrano almeno il quadruplo. La sua via principale, via dei Castani, è un'ambita meta di struscio per gli adolescenti di vicine borgate come Alessandrino e Torre Maura. Per le vie di Centocelle ogni anno sfilano le collezioni autunno-inverno di quel caratteristico fenomeno romano che è il coatto, l'incarnazione di tutti i peggiori incubi di cui può soffrire un lettore di i-D. Se digiti Centocelle su Google, la prima immagine che salta fuori è questa: sono i Centocelle Nightmare, un gruppo di spogliarellisti la cui estetica a occhio e croce poco concede alle playlist di Pitchfork. E potrei continuare.


Palazzine "vintage" a Centocelle.

Insomma, mi chiedo: come può questo posto diventare l'ambito nuovo rifugio per gli orfani del Pigneto a misura d'uomo e dei fantomatici giovani creativi che al posto di California sognano Williamsburg? Non sarà che Wolf Anus insiste tanto perché anche lui nasconde qualche interesse in zona?

SAN LORENZO

C'è un altro modo di leggere la domanda “quale sarà il nuovo Pigneto”: e cioè come sarà il Pigneto del futuro. La risposta esiste già: basta andare a San Lorenzo, il primo quartiere del quadrante orientale romano a subire la brutale gentrificazione dei club notturni, dei giovani alla moda e degli studenti fuorisede. La questione andrebbe in effetti ribaltata: non è che San Lorenzo sarà il nuovo Pigneto, è semmai il Pigneto a essere già ora il nuovo San Lorenzo. Quelli che speravano di scampare alla sorte che toccò a fine Novanta/inizi Duemila al popolare e comunistissimo quartiere limitrofo all'Università La Sapienza, si sono ormai arresi all'evidenza, quindi perché non tornare alle origini? Centocelle e il Quadraro sono posti lontani, in periferia. San Lorenzo è attaccato alla stazione Termini, le case sono più grandi, e se proprio uno non può fare a meno dell'eccitante vita del divertimentificio metropolitano basta farsi un giro tra via dei Volsci e dintorni. Infine, se siete maniaci di palazzi divelti, muri che cadono, baracche a pezzi e case sventrate (essendo questo il landscape tipico di Roma Est), be'... per la miseria, San Lorenzo è stato direttamente bombardato dagli Alleati nel 1943. Ed è vero che si tratta di fatti risalenti a settant'anni fa, ma i segni dei bombardamenti sono ancora lì, per la gioia di tutti i fan del romanticissimo (?) decadentismo urbano. 



CORVIALE


Un pezzo di "Serpentone".

Quando in un'altra vita fui studente di architettura, si faceva un gran parlare di come recuperare i famigerati mostri urbani partoriti dall'edilizia pubblica romana negli anni Settanta. Coi loro palazzoni in cemento armato e i disumani fuoriscala che ti facevano pensare alla più opprimente periferia sovietica, quartieri come Tor Bella Monaca o Laurentino 38 sono diventati, nell'immaginario dei romani, delle lande mitiche sulle cui mappe sta scritto a chiare lettere hic sunt leones, quindi meglio tenersene alla larga. Il caso limite resta ovviamente Corviale: non un quartiere ma un unico, infinito palazzo, alto nove piani e lungo un chilometro, che ospita un totale di oltre 1.200 appartamenti. Un posto in cui, così voleva la leggenda, nemmeno gli autobus osavano avvicinarsi perché troppo pericoloso, ricettacolo di qualsiasi tipo di vizio, crimine e degenerazione umana. In poche parole, l'infausto simbolo di un delirio architettonico il cui esito non poteva che essere la conseguente aberrazione di chi, dentro quel delirio, doveva pur viverci. 

Ora, Corviale sarà anche il più appariscente esempio di un'utopia distorta quale fu l'urbanistica pubblica degli anni Settanta, ma come opera architettonica bisogna dire che è notevole. Sono anni che si discute se abbattere o meno quello che i romani chiamano Il Serpentone, e i più strenui difensori della sua conservazione sono appunto gli architetti, che vi riconoscono quantomeno una visionaria, disturbante eccezionalità. Quando ci andai in visita ai tempi dell'università, il professore di turno ci spiegò che il problema di Corviale non era tanto che si trattava di una specie di astronave che solo a pensarci ti venivano le vertigini, ma che quell'astronave aveva subito una serie di politiche abitative intrinsecamente sbagliate: essendo tutti i suoi 1.200 appartamenti destinati a famiglie in difficoltà, con corredo di scarsa alfabetizzazione e ampie sacche di degrado, l'effetto-ghetto era inevitabile. Non c'era insomma da stupirsi se gli autobus alla fine non volevano arrivarci. 

Voleva forse dirci, il professore di turno, che se quei 1.200 appartamenti fossero stati riservati a 1.200 famiglie ricche, Corviale sarebbe ora ricordato non come un mostro ma come un gioiello dell'architettura moderna italiana? La sua risposta fu: “Col tempo le cose cambieranno. La riqualificazione è già iniziata. Quando a Corviale apriranno i primi studi per professionisti, quando verranno a viverci le giovani coppie con figli, quando a seguire arriverà una nuova generazione di abitanti, più dinamica, più creativa... allora si scoprirà che Corviale può anche essere un gioiello.”

Quindi appuntatevelo. Se volete veramente essere all'avanguardia e il village pignetino non vi basta più, fate un pensierino al Serpentone. Potreste essere tra i pionieri di un nuovo modo di vivere quello che, alla fine, è pur sempre uno dei palazzi più famosi d'Italia, griffato dal grande architetto Mario Fiorentino. Se l'esperimento riuscirà, potremmo trovarci tra qualche anno con 1.200 appartamenti tutti occupati da musicisti indie a caccia di recensioni su Fact, sale da tè organic, punti vendita American Apparel, laboratori gastro-chic che vendono hamburger a 15 euro, e via di questo passo. Meglio che Disneyland, insomma. Sarà a quel punto che, finalmente, rimpiangeremo Corviale per come era una volta.

VITERBO


Immagine via.

Ho letto che a New York, quelli che quando Manhattan costava troppo e allora andarono a Brooklyn trasformando le varie Williamsburg, Greenpoint e dintorni nel non plus ultra dell'hipsterismo gentrificato, non hanno retto più e—complici i prezzi troppo alti e una fauna ormai composta al 90 percento da semiebeti in jeans skinny—hanno deciso pure loro di trasferirsi altrove. "Dove?", vi chiederete voi. Magari ancora più in periferia? Magari giù fino a, chessò, Bay Ridge, dove d'altronde fu girato La febbre del sabato sera? Macché. Ancora più lontano, direttamente fuori città. In posti che portano nomi come Irvington e Hastings, paeselli di provincia non troppo lontani dalla metropoli, ma da essa rigidamente separati. Hipsturbia, l'ha chiamata il New York Times

Che questo sia il futuro anche per i corrispettivi romani? Che il futuro sia non in periferia e nemmeno fuori dal Raccordo Anulare, ma direttamente al di là dei confini comunali? E se così sarà, dove? Quali saranno le Irvington, le Hastings de' noantri? 

Le ipotesi non mancano. Vogliamo fare, non so, Campagnano? Poggio Mirteto? Io a questo punto dico cambiamo direttamente provincia e andiamo a far danni altrove. Viterbo mi sembra un'ottima scelta. Ha un bel centro storico, è piccola ma non troppo (ha solo 10.000 abitanti più di Centocelle), si mangia bene, e le case costano la metà. Un amico ci è stato di recente e mi ha detto che ha cenato in un ristorantino dove ha degustato delle ottime birre artigianali. È praticamente già fatta. Basta solo sapere se i viterbesi sono d'accordo.  


Per non perdersi gli angoli migliori della Capitale: 

Guida a Roma Est

Guida turistica di Roma Nord
 

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