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stili di gioco

Cosa sarà Euro 2012, o l'Italia e le altre

Schemi, allenatori e giocatori: cosa vedremo in questi Europei.
8.6.12

Tra poche ore comincia l’Europeo e tutte le guide che avete letto non vi saranno servite a niente. C’era bisogno che qualcuno vi dicesse che “la stella” della Germania è Ozil e che nell’Olanda saranno da “tenere d’occhio” Van Persie e Robben? Per questa ragione, per non scrivere l’ennesima guida inutile, preferisco soffermarmi sull’Italia e sul tentativo sovversivo di Prandelli di trasformarci in una squadra che possa piacere anche al resto del mondo.

Per chi volesse approfondire per conto suo, consiglio anche solo le figurine del blog Zonal Marking (forse fate prima a metterlo tra i preferiti). Indispensabile, invece, l’applicazione gratuita Stats Zone (ne ho parlato qui) per visionare anche in tempo reale le statistiche di tutte le partite.

L'ITALIA

L'idealismo di Prandelli è ammirevole. Commovente, addirittura, quando in piedi davanti alla panchina guardava il campo durante l'ultima amichevole preparatoria contro la Russia. Qualcosa non andava in quell'Italia che, da poco più di due anni, sta cercando di plasmare a immagine e somiglianza delle proprie idee. E nel calcio se le idee non sopravvivono alla prova del campo muoiono. Non saprei quale sia il collegamento tra gli ideali etici espressi di continuo dal nostro C.T. e il modo in cui si è sforzato di far giocare l'Italia, ma sembrerebbe quasi che il suo desiderio di riformare il calcio italiano (da solo, e con discrezione, convocando Farina come premio per aver resistito a un tentativo di combine, definendo i giocatori coinvolti nell'inchiesta sul calcio-scommesse “50 sfigatelli”) abbia finito col combaciare con un'idea di gioco offensivo e costruttivo che marchi, sul campo, la soluzione di continuità tra la sua gestione e quelle passate. Come se ci fosse qualcosa di immorale nel modo in cui abbiamo vinto nel 2006, con un sistema di difesa e contrattacco, come se il vero problema fosse a livello di mentalità.

Sul campo da calcio, però, un sistema di gioco vale l'altro (almeno finché non introdurranno dei giudici con delle palette come nei tuffi o il televoto da casa) e se l'Italia di questo Europeo sarà o meno all'altezza delle idee di Prandelli lo scopriremo molto presto, forse già da domenica sera, quando affronterà la Spagna: una squadra che quel tipo di gioco lo pratica da sempre e con giocatori di gran lunga più adatti (Xavi, Iniesta, Busquets, Xabi Alonso, Silva, Cazorla, Mata). In ogni caso, al di là del risultato finale, il modo in cui Prandelli ha scelto di correre il rischio di fare una figuraccia resta interessante.

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La sua Italia si esprimeva all'inizio in un 4-3-3 estremamente fluido, senza un vero playmaker, con i tre giocatori di centrocampo che ruotavano in tutte e tre le posizioni, interpretando di volta in volta il ruolo del regista o dell'incursore. Anche adesso che il centrocampo si dispone a rombo, e Pirlo è diventato il regista ufficiale (ruolo in cui ha dimostrato quest'anno di essere ancora uno dei migliori in Europa), De Rossi, Marchisio e Montolivo in teoria dovrebbero continuare a ruotare. Di fatto, però, Montolivo gioca al vertice del rombo, da numero dieci, e come Muller nella finale di Champions il suo compito è allargarsi per creare spazio agli incursori o infilarsi lui stesso tra le maglie della difesa avversaria. In questo senso l'azione d'attacco ideale per il gioco di Prandelli è quella che ha portato al primo gol contro la Spagna in amichevole, meno di un anno fa:

Nella testa del nostro C.T. l'Italia dovrebbe tenere palla più degli avversari, palleggiando tra il centrocampo e la difesa, cosa già di per sé difficile, ma cosa succede quando la palla ce l'hanno gli avversari? Contro la Russia sono venuti fuori dei problemi strutturali. Tutti gli schemi che prevedono un solo uomo sulla fascia, infatti, dipendono in fase difensiva dai ripiegamenti dei centrocampisti e il gioco della Russia, un 4-1-4-1 che dalle fasce si accentrava, costringeva spesso De Rossi e Marchisio a finire fuori posizione seguendo la salita dei terzini avversari (mentre Maggio e Balzaretti chiudevano la diagonale) lasciando il solo Pirlo contro i due incursori avversari pronti a gettarsi in area. Come nel caso del primo gol, in cui tra l'altro proprio in virtù di quella rotazione voluta da Prandelli a scalare sulla fascia sinistra, in ritardo, ci si è trovato Montolivo.

Montolivo si merita le responsabilità che gli sono state date? I suoi pregi valgono la pena che ci creano i suoi difetti? Ci possiamo permettere tre giocatori offensivi, più Pirlo, e praticamente zero pressing? Un giocatore poco mobile come lui, si può sostenere solo con la difesa a 5? Per questo, Prandelli sta pensando di cambiare modulo: con un centrale difensivo in più, Maggio e Balzaretti, come da loro caratteristiche, potranno restare più larghi, gestendo con più facilità il passaggio dalla fase difensiva a quella offensiva, e la difesa a 3 sarà in grado di assorbire gli incursori avversari supplendo ai problemi di un centrocampo in inferiorità numerica. Non ci sarebbe sostanziale differenza tra il 3-5-2 e il 5-3-2, la linea di cinque va immaginata come una mano aperta in fase d’attacco e un pugno chiuso in copertura. Almeno sulla carta.

Scopriremo solo domenica quale soluzione adotterà Prandelli, considerata anche l'assenza di Barzagli. Se dovesse spostare De Rossi in difesa (il giorno della sua presentazione Zeman ha risposto a una sola domanda “di calcio”, proprio quando gli hanno chiesto di De Rossi, dicendo: 1) che non lo vede come regista; 2) che con lui non giocherà mai in difesa) la soluzione più probabile per Prandelli sarà inserire Tiago Motta. Sarebbe interessante vedere un centrocampo a 3 con Motta, Pirlo e Marchisio: un centrocampista di rottura, uno capace di passare la palla in avanti e un incursore. Sfortunatamente, Prandelli sembra preferire Tiago Motta dietro le punte, sperando in una specie di effetto Yaya Touré (un giocatore fisicamente imponente, tecnicamente valido, che si muove tra la linee). In questo, come nell’orribile finale di partita con la Russia, Prandelli ha dimostrato di non essere un tattico finissimo. Il trio d’attacco Balotelli-Di Natale-Giovinco è forse il peggiore che abbia mai visto per un 4-3-3. Di Natale è una punta atipica abituata a lanciare i compagni nello spazio e né Balotelli (anche se entra sempre benissimo in area di rigore, in generale si muove poco e non garantisce il pressing necessario) né Giovinco (un trequartista che vuole la palla sui piedi ed elabora molto le sue giocate) sono adatti a giocare sugli esterni. Il solo vero giocatore adatto sarebbe Borini, il cui valore a livello internazionale però non è ancora stato sperimentato. Diamanti e Giaccherini sono due vere incognite (più il primo del secondo) e non si riesce a capire se Prandelli ci conti veramente oppure no.

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E torniamo alla sconfitta con la Russia. Di solito sono proprio quegli allenatori che vedono il calcio in maniera costruttiva a cedere più facilmente, nei momenti difficili, alla tentazione di rifugiarsi in panchina con la faccia nella sciarpa o nel bavero del cappotto (d’altra parte, se si considerano le geometrie di gioco più importanti del temperamento della squadra, il gruppo sopra gli individui, non si può nemmeno dare in escandescenze invocando maggiore grinta, o prendersela con questo o quel giocatore in particolare). Un esempio su tutti: Spalletti. Guardiola, invece, al limite della propria area tecnica fissa il campo come fosse una lavagna, e lui anziché un allenatore di calcio fosse un professore di fisica alle prese con l’eterna domanda se la luce sia composta da onde o da materia. L’inquietudine di Prandelli invece è al tempo stesso coraggiosa e per niente astratta (si fida dei suoi uomini, quelli che lui ha scelto). Perdonate la digressione, ma un allenatore del genere non è comune e mi sembra che

nell’Italia di Grillo

in cui si confondono volontariamente piani diversi per sentirci ognuno migliore dell’altro una simile eccezionalità non sia stata messa abbastanza in evidenza. Se c’è un allenatore per cui vale la pena abbandonare, seppur per poco, i nostri provincialismi autarchici, è proprio Prandelli. Un uomo ispirato, che prova a coinvolgere, anziché costringere o convincere, i suoi giocatori in una determinata idea di calcio; capace di puntare su personalità borderline come Balotelli e Cassano (forse la coppia d’attacco più di talento dell’intero torneo) a cui nessuno finora ha dato simili responsabilità. Non sarà uno per cui vale la pena morire come Mourinho, ma umanamente spero proprio che gli vada bene.

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LE ALTRE

Comincerei dal lato oscuro dell’Italia: Trapattoni. In un’edizione in cui la maggior parte delle squadre sarà schierata col 4-2-3-1 o il 4-3-3 (persino la Grecia, seppur in un’interpretazione molto prudente), l’Irlanda è l’unica squadra dichiaratamente difensivista, con un modulo difensivista e atteggiamento sempre e comunque difensivista. L’Irlanda di Trapattoni è la nuova Grecia e, per motivi del tutto opposti a quelli per i quali auguro ogni bene a Prandelli, non mi dispiacerebbe se il Trap vincesse proprio in stile Grecia 2004. Ha evitato accuratamente di introdurre in squadra giovani talenti per non rovinare un 4-4-2 granitico (con due ali rapide—Duff e McGeady—un attaccante boa—Doyle—e Robbie Keane a cui ha chiesto di giocare “alla Totti”) e si è già fatto i calcoli: se vincesse la prima contro la Croazia, il Trap conta di passare con 4 punti. Da lì in poi si può anche vincere l’Europeo con tutti 0–0.

Una squadra non troppo diversa dall’Inghilterra di Hodgson, in fondo. Cambia la qualità degli interpreti, anche se non di troppo. Oltremanica si dice che questa sia la peggior formazione degli ultimi decenni (decimata dagli infortuni, c’è da dirlo, gli ultimi quelli di Cahill e Lampard) e che le nuove generazioni non siano all’altezza di quelle da rimpiazzare. Hodgson ne è consapevole e, come sempre per le sue squadre, c’è da aspettarsi una formazione chiusa e prudente capace però di rapide verticalizzazioni. Molto dipenderà dalla vena di Gerrard e dalla capacità di Hodgson di gestire la scelta dei giocatori. Rooney salterà le prime due e in avanti non è ancora chiaro chi tra Andy Carroll, più adatto per un gioco di lanci lunghi, e Danny Welbeck affiancherà Young. Partirà in panchina Alex Oxlade Chamberlain, detto “The Ox”, che potrebbe rivelarsi, un po’ come Ribery per la Francia nel 2006, l’arma in più per arrivare fino in fondo. Discorso a parte va fatto per la difesa. Hodgson ha scelto di tenere fuori uno dei difensori a mio avviso più forti al mondo: Rio Ferdinand. Secondo la versione ufficiale la scelta è dovuta a motivi calcistici, ma forse c’entra qualcosa il conflitto tra Terry e il fratello di Rio, al quale pare aver rivolto insulti razzisti. Al di là della questione particolare, tra Rio e Terry, il capitano che ha vinto da spettatore  la prima Champions League della storia del Chelsea per via di una inutile ginocchiata rifilata a Sanchez in semifinale, anche solo per una questione di karma, io avrei compiuto la scelta esattamente opposta. Staremo a vedere.

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La partita di lunedì tra Inghilterra e Francia dirà molto sulle ambizioni di entrambe. Blanc sembra ancora non trovare il bandolo della matassa anche se la squadra a sua disposizione è notevole. Oltre al fuori discussione Benzema l’abbondanza offensiva (Nasri, Menez, Ben Arfa, Valbeuna e Giroud) a disposizione di Blanc è forse la migliore del torneo dopo quelle di Spagna (in panchina ci saranno Mata, Llorente, Negredo, Pedro e Cazorla) e Germania (vedi poco sotto). I problemi di Blanc a mio avviso sono dietro, sull’affidabilità della coppia Mexes–Rami e sul sopravvalutato e in declino Evra. Io farò il tifo per Gael Clichy e Koscielny, così come per M’Vila, destinato nonostante l’hype di mercato a fare la panchina a Alou Diarra.

La Germania parte favorita e a Low sta riuscendo una cosa simile a quella che vorrebbe Prandelli: combinare felicemente la tradizione nazionale—nel caso di Low di solidità e compattezza—con un ideale di gioco di maggiore fluidità offensiva. La scelta in avanti è delle migliori: Klose o Gomez (o Schurrle); Muller, Podolski, Kross, Goetze e Reus per due posti su tre dietro la punta (uno di sicuro è di Ozil) e il gioco della Germania che varierà sensibilmente dall’uno all’altro. Ma la vera domanda è: la principessa del torneo si trasformerà in una popolana se dovesse trovarsi in finale contro la Spagna? I tedeschi mostreranno il loro lato brutale come l’Olanda due anni fa? (Se perdessero due finali consecutive dell’Europeo

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entrerebbero nella storia

).

Svezia, Croazia, Russia, Repubblica Ceca e Danimarca hanno più o meno le stesse possibilità di diventare l’outsider del torneo (ne dubito, ma Ibrahimovic potrebbe fare la differenza) mentre la Polonia sarà la mia osservata speciale (in particolare Blaszczkowski, Piszczek e il possibile capocannoniere della competizione Lewandowski). Un gradino sotto l’Ucraina (con Shevchenko e il sempre sottovalutato Voronin, di cui conservo una figura del Mondiale del 2006).

Menzione speciale al Portogallo di Cristiano Ronaldo. Cosa ne sarà della “sindrome da CR7” che lo spingeva, in nazionale, a tirare da metà campo o partire palla al piede nel tentativo di vincere da solo la partita e diventare l’eroe nazionale con una statua a Lisbona al posto di quella del Marchese di Pombal? Adesso può contare su Meireles, Nani, Moutinho, Coentrao o Pepe, ma continua a essere il più atteso e Bento, a differenza di Mourinho, non è un allenatore capace di guidarlo come un cavallo con delle briglie immaginarie. Comunque vada, ci regalerà delle perle, in campo e fuori, e non so davvero se preferirei vederlo esultare:

o rosicare:

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