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Questo articolo è stato pubblicato più di cinque anni fa.
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The Sochi Project, un promemoria della triste eredità delle Olimpiadi

Negli ultimi cinque anni, il fotografo Rob Hornstra e il regista Arnold van Bruggen hanno documentato gli enormi contrasti tra gli abitanti di Sochi e la stravaganza dei Giochi. Ora che le Olimpiadi sono finite, li abbiamo chiamati per capire come la...

di Ken Wallingford
26 febbraio 2014, 10:23am


Dima, un bambino le cui gambe si sono ustionate a un barbecue organizzato dai genitori. Per sei minuti, tre volte al giorno, mette le gambe sotto una corrente di acqua sulfurea. Foto di Rob Hornstra / Flatland Gallery.

Ora che i Giochi Olimpici sono finiti, i report dei giornalisti sugli alberghi senza hall, sulle camere senz’acqua e su un mucchio di altri problemi di Sochi sono quasi un vecchio ricordo. L’oscura eredità dei giochi, però, non sparirà tanto in fretta, tra famiglie russe mandate via a pedate senza un posto dove stare, ditte di costruttori ancora da pagare e una generazione di russi che si domanda come verranno saldati quei 50 miliardi di dollari.

Nel 2011 VICE ha seguito il progetto del fotografo Rob Hornstra e dello scrittore/regista Arnold van Bruggen. I due hanno lavorato al Sochi Project per buona parte degli ultimi cinque anni. Insieme, hanno documentato gli enormi contrasti tra gli abitanti della zona e la stravaganza dei giochi. È stato un viaggio nel cuore delle aree rurali impoverite della Russia, dalle zone postbelliche alle città ancora in bilico. Dalla città turistica di Sochi alle campagne, fino all’Abcasia, lo stato de facto indipendente, e oltre le montagne al nord del Caucaso, una regione in cui i combattimenti tra separatisti e forze di sicurezza russe sono andati avanti per anni. Hornstra e van Bruggen sono stati fermati più volte dalla polizia, si sono scolati numerosi shot di vodka, e dal luglio 2013 si sono visti negare senza ragione il visto per rientrare nel Paese.

Il loro lavoro è però giunto a una (semi)conclusione: The Sochi Project: An Atlas of War and Tourism in the Caucasus, pubblicato nell’ottobre del 2013, è una sbalorditiva raccolta degli ultimi cinque anni, e il sito web è la ciliegina sulla torta. In occasione della chiusura dei giochi, VICE si è messa in contatto con Hornstra per discutere dei cambiamenti a Sochi, della percezione della popolazione e del suo progetto.


Hamzad Ivloev, un ex poliziotto nel Nord del Caucaso, è stato colpito da una granata dei ribelli.

VICE: Ciao Rob, a che punto sei con The Sochi Project, ora che non ti è più permesso di rientrare in Russia?
Rob Hornstra
: Be', da un certo punto di vista il progetto è finito. Naturalmente il rifiuto del visto significa che è finito per forza di cose, ma questo non ha influito sul lavoro perché ormai avevamo già in programma di completare il progetto.Volendo avere tutto pronto prima dell'apertura dei giochi, ci siamo mossi per avere come limite ottobre. La nostra ultima visita per The Sochi Project è stata a inizio 2013. Si è trattato dell’ultimissimo viaggio che abbiamo potuto fare. Vorremmo tornarci per la fase successiva del progetto. Se avessimo il visto, adesso saremmo in Russia. Vogliamo vedere come vivono ora i protagonisti del nostro Sochi Project—persone che abbiamo seguito per più di cinque anni.

Durante l'ultima visita avete constatato se c'è ancora un enorme contrasto tra la povertà delle comunità e il nuovo paradiso olimpico?
I contrasti stanno aumentando. All’inizio, quando eravamo lì, volevano costruire lo stadio nel mezzo del nulla, tra i campi. Certo, ha poco senso fare un paragone tra un campo verde e la violazione dei diritti umani o la povertà dall’altro lato delle montagne (Nord del Caucaso). Ma se provi a paragonare violazione dei diritti e povertà con questi fantastici giochi da 50 miliardi di dollari, allora c’è un contrasto incredibile. È cresciuto a dismisura, negli ultimi cinque anni.

Dicevi di non riuscire ad ottenere un visto. Le autorità erano a conoscenza del vostro lavoro?
Difficile dirlo. Quando abbiamo iniziato avevamo in programma di occuparci prima di Sochi e poi dell'Abcasia, e di iniziare a lavorare nel Caucaso del Nord soltanto a progetto quasi concluso, perché in quella zona si hanno problemi con le autorità russe. Succede sempre ai giornalisti che ci lavorano per più di due o tre giorni.


La spiaggia vicino Adlersky Kurortny Gorodok ad Adler.

Le prospettive degli abitanti della regione di Sochi sono cambiate negli ultimi cinque anni?
Ora che i giochi sono iniziati, credo che i russi ne siano abbastanza orgogliosi. A Sochi non è cambiato molto. Le persone vivono lì e si guadagnano da vivere col turismo estivo. I giochi olimpici sono una roba invernale a cui non sono interessati; a loro interessa l’estate. Se ti allontani un po’ da Sochi capisco che non c'è interesse per gli sport invernali, lo snowboard e lo sci sono cose da ricchi.

Abbiamo sentito che i reporter, qualche giorno prima dei giochi, hanno alloggiato in hotel non ancora finiti. La cosa ti ha sorpreso?
Sì, perché ci siamo sempre detti che qualsiasi cosa sarebbe accaduta, si trattava della Russia e dall'esterno tutto sarebbe apparso fantastico. Penso che gli stadi e gli alloggi per gli atleti rasentino la perfezione. Per quanto riguarda i giornalisti, è sorprendente, perché se hai bisogno di una cosa perfetta, la devi fare per i giornalisti: sono loro che scrivono gli articoli.

Mi chiedevo se fosse possible interpretare la cosa come un ‘fottetevi’ indirizzato ai giornalisti. Tipo che se gli atleti sono soddisfatti, il benessere dei giornalisti è secondario. Alla fine bisogna scrivere di sport.
Non lo so. Credo che ogni tanto si tenda a sopravvalutare i russi, anche a livello di potere. Credo si trattasse di un errore. Hanno calcolato male le tempistiche.


La vista dalla strada tra Shamilkala e Gimry. Gimry è la nuova culla del separatismo di ispirazione islamica.

Il tuo approccio al progetto e il tuo modo di fotografare sono cambiati durante i cinque anni in Russia?
Il mio modo di fotografare non è cambiato, e non è cambiato sin dai tempi dell'università. Se invece guardi ai contenuti… alla fine, c’è da amareggiarsi; in effetti questa bellezza di facciata ce l’aspettavamo, ma se vedi cosa succede a pochi metri dai giochi, è deprimente. Al comitato internazionale del 2007 Putin diceva che avrebbe favorito lo sviluppo del Nord del Caucaso e costruito ski resort per aiutare l’economia. È stato tutto finto, e non c'è nessun membro del comitato olimpico che chieda, "che fine hanno fatto tutte quelle promesse?"


Stadi Olimpici in costruzione sulla costa del Mar Nero, nella valle di Imeretin.

Credo di sapere la risposta. Secondo te cosa sarà di tutte queste infrastrutture olimpiche tra cinque anni?
Non accadrà niente di che. Gli stadi resteranno lì, Putin si assicurerà che qualche convegno internazionale si terrà in quei luoghi. Ci saranno dei congressi e persone da tutto il mondo a trascorrere le vacanze negli ski resort.

Non penso che ai russi importi qualcosa. Mi chiedo se abbia migliorato l'immagine internazionale della Russia. Si è scritto già molto sulla violenza e sulle violazioni dei diritti umani, e tutti vedono già i giochi come una facciata, che poi è la realtà. Questo dimostra semplicemente cos’è la Russia. 


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