Vincent Cassel parla di sesso, hip hop e del dopo "L'odio"
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Vincent Cassel parla di sesso, hip hop e del dopo "L'odio"

Abbiamo intervistato l'attore francese per parlare di musica e della sua carriera ma anche della situazione francese, dove disparità sociale e razzismo non sono molto cambiati da quando il film L'odio li ha raccontati.
15.6.16

Illustrazione di Dan Evans.

Senza maglietta, coi capelli lunghi e nel mezzo di un'orgia: questo sì che è un ingresso in scena. Il problema è che non tutti gli attori ci riescono. Ma Vincent Cassel può, e lo fa nel Racconto dei racconti, l'ultimo film di Matteo Garrone. "Penso che non prendersi troppo sul serio sia una delle cose fondamentali per non impazzire nel mio mondo," mi ha detto al telefono da Parigi. Cassel, 49 anni, è diventato famoso con L'odio vent'anni fa e ora vive a Rio. Ha preso il posto di uno dei suoi mentori, Gerard Depardieu, in un film che il cittadino russo, vinicoltore e leggenda del cinema francese ha abbandonato. Pare che Depardieu sia a quel punto della vita in cui non gliene frega un cazzo.

L'umorismo è una delle cose che Cassel ha sempre amato di Depardieu. I suoi primi dieci anni da attore sono stati anche dieci anni di studio immersivo. Ha studiato tutte le tecniche attoriali, dal metodo Stanislavskij a New York a quelle "lezioni molto francesi in cui tutto è tutta una questione di pronuncia." Si è impegnato a fondo, ha preso appunti, ha dato tutto, ha cercato di pensare che quello che faceva era lavoro vero, che ne valeva la pena.

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"E poi mi sono reso conto di una cosa," mi dice. "La cosa più difficile da accettare è che recitare è facile. Direi che lo possono fare tutti. Bisogna accettare che non è nulla—e che in fin dei conti ti puoi divertire e puoi godertelo così com'è, ovvero che sei bravo a cogliere il momento evanescente." Il momento è un concetto a cui Cassel è molto affezionato. Essere nel presente è una componente fondamentale del suo lavoro. Consiglia ai giovani attori di rilassarsi, di ricordarsi che almeno stanno già lavorando e che devono solo aver ben presente cosa succede quando sono di fronte alla telecamera. "Nella vita è difficile perché hai un sacco da perdere," dice. "Stare di fronte alla telecamera invece è un po' un sollievo—è più facile essere presente davanti alla telecamera come attore, che come uomo nella vita."

Il suo ruolo ne Il racconto dei racconti è anche un po' quello di un uomo francese che riflette sul desiderio. Io gli detto che il film mi ricordava una fiaba gotica, una dei fratelli Grimm o Gormenghas, ma Cassel pensa più a "legami con il cinema horror italiano degli anni Settanta… c'è qualcosa di nostalgico, che è anche quello che mi piace del film."

In qualità di re di Roccaforte, Cassel fa la parte di uomo ossessionato dal sesso e dalla bellezza. Deve possedere tutto quello che desidera, ecco perché l'orgia iniziale, in cui passa da donna nuda a donna nuda. "È un quadro ironico dell'essere uomo, in realtà," dice. "La ricerca costante di carne giovane, in un modo assurdo—desiderare per non sentirsi morti. Il fatto che tutta questa situazione gli si ritorca contro come uno schiaffo dice molto sul machismo e sul fatto che un uomo che vuole controllare la sua famiglia non controlla, in realtà, nulla."

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Ho chiesto a Cassel se pensa che in generale gli uomini siano più inquieti. "Sì," dice, "mi sembra che sia nel nostro DNA. Anche se cerchiamo, nel corso della vita, di razionalizzare il desiderio e controllarlo, è sempre quello che fa girare il mondo. È di quello che parliamo sempre. L'altro giorno leggevo di Fellini e Calvino, che si frequentavano. Parliamo di persone intelligenti, talentuose. E di cosa parlavano quando erano insieme? Di donne."

Cassel disegna il perfetto bozzetto di questo concetto in italiano: "È molto bella ma è sposata," diceva Fellini. "Sì, ma se la prendi per un film, la vedrai," replicava Calvino. Cassel se la ride.

Da giovane Vincent Cassel voleva essere parte di questo mondo di arte e sesso. Voleva anche la sensazione della strada. "Andavo in costosissimi istituti privati del cazzo, e scappavo sempre," spiega. "Perciò, quando sono tornato a Parigi e ho preso in mano il mio futuro, ho deciso che volevo essere un ballerino e un attore per lavorare con la mia generazione—e fanculo tutti gli altri."

Ha recitato per strada e poi a teatro. Non guadagnava molto, ma più dei suoi amici. Poteva permettersi un appartamento e di viaggiare quando voleva—"non in business, ma potevo."

Nei primi anni Ottanta, quando è tornato a Parigi, passava il suo tempo per le strada. Sognava "il cinema italo-americano degli anni Settanta, il mondo duro e reale, era tutto quello che volevo." È la Parigi che vediamo in L'odio. Non importa che Cassel fosse uno da scuole private—suo fratello era un MC, e comunque "andavamo tutti alle stesse feste. C'erano differenze, ma non ero in Porsche."

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Negli squat del 19esimo arrondissement e nelle discoteche come Le Globo e Le Bobino, Cassel ha assistito alla nascita dell'hip hop francese. "Era tutto un mix," dice delle persone e dei posti. "Era nella zona di Jean-Paul Goude e Jean-Baptiste Mondino, ma allo stesso tempo era l'inizio dell'hip hip, ed erano passati i Public Enemy e tutti gli altri artisti 'dalla strada' di cui a nessuno importava niente. Non c'era altro posto in cui facessero musica hip hop—era tutto molto preciso e molto, ammettiamolo, bianco. Noi eravamo diversi, ci vestivamo in modo diverso," continua. "Era, come dire, molto funky."

Vincent Cassel, Saïd Taghmaoui e Hubert Koundé in

L'odio.

Tiro fuori lo stile de L'odio—il fatto che i vestiti che lui, Said e Huber portavano sono tornati di moda. "Nono sono mai passati di moda!" protesta. "I Levi's 501, le Stan Smith, il chiodo, la testa rasata… È buffo che all'improvviso la moda li abbia ritirati fuori, ma non sono mai stati fuori moda. Guarda per strada, ci sono sempre stati." Oggi la figura di Cassel è più elegante, almeno nelle foto istituzionali. Quando ha smesso di vestirsi come Vinz? "Davvero ho smesso? Non lo so. Non ho più i pantaloni così larghi e le sneaker sono più basse e meno colorate, ma mi pare… non sono così baggy, ma più o meno è lo stesso taglio." Ride.

Prima che uscisse L'odio, il cinema francese era così disconnesso dalle strade che i distributori avevano pensato di includere dei sottotitoli in francese. Oggi, le divisioni che il film sottolinea sono ancora vive. Dopo aver costruito la sua forza sulla manodopera sottopagata delle colonie, la Francia non è riuscita a investire nei figli e i nipoti degli uomini che vi sono migrati dall'Africa del nord e dell'ovest (ma non solo). Dietro i terribili attacchi terroristici che catturano le prime pagine dei giornali, la disoccupazione e la povertà sono ancora endemiche nelle aree come quella del film.

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"Quando i tuoi figli sono nati in un posto in cui le persone li segnano a dito e dicono loro che sono diversi, quando si rendono conto che anche se sono francesi non hanno la stessa fortuna e opportunità dei francesi, si arrabbiano," dice Cassel. "Tutti lo farebbero—vengono trattati di merda."

Per tutta la sua vita, dice, ha votato contro qualcuno. Ha scelto chi non era così odioso come l'altro. Però Bernie Sanders gli piaceva. "Mi sarebbe piaciuto essere americano solo per votare per Bernie. È la prima volta che sento un politico dire cose in cui mi ritrovo." Pensa che in Francia ci sia qualcuno come Bernie oggi? "Non penso. Non c'è nessuno così in Francia."

Sembra che la sua vita a Rio sia molto più tranquilla di quella di un ragazzo nella Parigi anni Ottanta e Novanta. "Ora sono attento alla salute, non bevo o fumo più così tanto," dice. "Rio è una città molto fisica—tutti sono in forma, tutti corrono, tutti vanno in palestra." Cassel dice che sì, c'è ancora chi esce e "fa bisboccia fino alle cinque del mattino," ma sono più quelli che surfano all'alba e comprano pesce e frutta freschi al mercato.

Ora che non sta più con Monica Bellucci, mi chiedo se vivere a Rio sia una specie di fuga per Cassel. Gli chiedo se riguarda mai Irréversible, il film che hanno fatto lui e lei con il regista Gaspar Noé in cui lei viene brutalmente violentata. "In genere non riguardo i miei film, ma questo ancora meno—anche se mi piace molto e penso che Gaspar sia uno dei più grandi."

Grazie alla sua capacità di rendere aggredibili da un punto di vista intellettuale le sue passioni e i suoi desideri, Vincent Cassel continua a essere uno degli attori più interessanti sulla piazza, un uomo capace di portare l'anima di creatività anarchica della Parigi anni Ottanta e Novanta in una fiaba su un re ossessionato dal sesso.

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