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Nella comunità degli ultimi radiotelegrafisti italiani

Ufficialmente, la radiotelegrafia è un'attività desueta—non è più utilizzata né per le comunicazioni ufficiali né dall'esercito. Eppure, rimane in Italia come nel mondo una comunità nascosta di radioamatori che la usa come un social network.

di Gabriele Colombo
12 ottobre 2015, 8:11am

Tutte le foto di Anna Adamo/Cesura

Qualche anno fa qualcuno ha definito Katy Perry un genio per il suo uso avanguardistico del codice Morse, e non è troppo datata la notizia di come l'esercito colombiano abbia regalato speranza agli ostaggi delle FARC nascondendo un messaggio di linee e punti dentro una canzone pop. Ma a parte questi rari casi, di telegrafia non si sente parlare molto spesso, anzi mai. Eppure esistono alcune frequenze che ancora oggi sono utilizzate esclusivamente da persone che si dedicano a comunicare tra loro in una sorta di Esperanto in codice Morse.

L'ho scoperto una sera che Esaù Remor, un vecchio amico di famiglia, è capitato a cena a casa mia portando quello che, dopo due ore che me ne parlava, ho dovuto accettare essere un tasto telegrafico. E non per mostrarmelo in qualità di pezzo da museo, ma come uno strumento che utilizza quotidianamente per chiacchierare con persone in tutto il mondo.

Esaù fa parte della comunità internazionale degli ham [anche detti OM], ovvero gli appassionati di elettronica e radiocomunicazioni nel senso più ampio: coloro interessati a costruire, utilizzare e sfruttare in modi sempre nuovi la tecnologia radiofonica. Non è un semplice hobby, ma un percorso impegnativo che in molti paesi, tra cui l'Italia, richiede il superamento di un complesso esame di Stato, in seguito al quale si ottiene il diritto a un nominativo in codice e all'impiego di determinate frequenze messe a disposizione dal Ministero delle Telecomunicazioni.

La telegrafia è solo una branca delle radiocomunicazioni, e all'epoca della sua nascita, nel 1846, permise a messaggi che prima avrebbero richiesto settimane di viaggio di diventare questione di pochi minuti di battitura—dove per battitura intendo una tecnologia semplice proprio quanto la parola: una leva, poggiata su un fulcro e mantenuta in posizione da un perno, chiude il circuito su un apposito contatto producendo così una nota tanto lunga quanto il tempo di pressione.

Nel Ventesimo secolo, però, le tecnologie si sono rincorse in modo così repentino che presto il telegrafo è stato sostituito da altri strumenti. In un primo momento, i nuovi macchinari sfruttavano proprio la tecnologia telegrafica in modo più intuitivo—è il caso delle telescriventi degli anni Venti, che coniugavano il funzionamento del telegrafo all'immediatezza della macchina da scrivere—o se ne differenziavano in modo netti: il telefono, il fax e infine internet. Così il telegrafo ha cominciato a essere desueto già nella prima metà del Novecento, per essere definitivamente abbandonato a fine secolo (il detto esame per radioamatori non comprende più la radiotelegrafia dal 1998).

Per capire perché, nonostante questo, ci siano ancora persone che dedicano parte del loro tempo libero a codificare e decodificare messaggi tramite il telegrafo, sono andato a trovare Esaù.

A differenza di molti radioamatori che trovano il proprio spazio in garage o in solaio, Esaù ha optato per posizonare i ricetrasmettitori in salotto, l'antenna per i collegamenti intercontinentali sul balcone e un trasmettitore del dopoguerra al posto della scarpiera. "Veniva usato in acque internazionali per diffondere una radio pirata che faceva concorrenza alla BBC," mi spiega, "è un pezzo piuttosto raro, in Italia ne saranno rimasti un paio."

La sua passione, che ha trasmesso anche al figlio 14enne, è nata una decina di anni fa, e da quel momento Esaù ha realizzato migliaia di connessioni con altri utenti e ha lavorato scrupolosamente sulla tecnica. "Sono sempre stato appassionato di elettronica, ma alla telegrafia mi sono avvicinato solo di recente, nel 2005—per curiosità." In breve tempo è entrato nell'INORC, uno tra i più prestigiosi dei molti club in cui i radiotelegrafisti possono conoscersi di persona dopo aver stretto rapporti nell'etere. Estremamente esclusivi, vi si può entrare solo su invito dei soci, chiamati a selezionare sia sulla base della bravura e della condotta sulle bande: si parla di poche centinaia di membri scelti dopo mesi di incontri radiofonici. Se fare delle stime del numero di operatori radiofonici nel mondo è complesso, fare stime del numero dei telegrafisti è quasi impossibile: i dati si basano sul numero di licenze concesse dai vari governi, ma non implicano che gli operatori siano attivi né che abbiano mai esercitato.

La dimensione comunitaria è però molto forte, ed è legata allo strumento stesso della comunicazione. C'è infatti una differenza essenziale tra la comunicazione in radio e quella al telefono o in chat: mentre due ham parlano, chiunque sia sintonizzato sulla stessa frequenza può restare in ascolto inosservato. Non si è mai certi di essere soli. A questo va aggiunta l'importanza dell'adesione al cosiddetto ham spirit, un codice etico che accompagna il regolamento ufficiale di trasmissione e ricezione. "Come nelle religioni, anche nella nostra comunità ci sono dei comandamenti," mi spiega Esaù. "Il radioamatore è un gentiluomo, si comporta in maniera sempre positiva verso il prossimo, mette a disposizione la sua esperienza e le sue macchine per chi ne ha bisogno. Il radioamatore non danneggia, non insulta. C'è tutta una serie di regole a cui deve attenersi. Ma queste regole non sono imposte, sono proposte".

Seguire le regole è molto importante per guadagnarsi il rispetto della comunità, che ne fa una vera questione di etichetta. Anche se non mancano le eccezioni: un esempio è quello del radioamatore italiano che, quando l'Associazione internazionale dei radioamatori ha deciso di riservare la frequenza 14,195 Mhz ai contatti intercontinentali, ha nondimeno continuato a usarla per chiacchierare come faceva da anni. Tutto il resto della comunità internazionale aveva seguito le nuove direttive, ma non c'era niente che lo Stato o altre associazioni potessero fare, perché la pianificazione dell'uso delle frequenze si basa sull'ham spirit e non su un contratto. "È finita che qualcuno gli ha messo del tritolo sotto il traliccio," mi racconta Esaù.

Le difficoltà nell'ottenere una completa padronanza del linguaggio e del mezzo di comunicazione fanno il resto: parliamo di circa sei mesi per imparare l'alfabeto, e di anni e anni di pratica quotidiana per raggiungere velocità rispettabili, e per poter quindi chiacchierare con qualche altro radioamatore.

La dinamica espressiva segue l'esatto contrario dell'iter odierno di proliferazione segnica, adattando il vocabolario a due soli segnali, un punto e una linea combinati in tanti modi quante sono le lettere, i numeri e la punteggiatura. Ma in che lingua comunicano le persone da tutto il mondo?Il linguaggio degli ham, mi spiega Esaù, è una specie di Esperanto settoriale composto principalmente da codici a tre lettere e abbreviazioni dell'inglese, con una serie di "parole" prestabilite a livello internazionale che servono per chiedere le informazioni di base: il codice QRA serve per domandare il nome di una stazione, QRS per chiedere di rallentare il ritmo di battitura. Anche per frasi di vita quotidiana come "grazie" o "saluti" ci sono i corrispettivi THX e 73, mentre per gli insulti pesanti si ricorre all'uso secco della virgola o a LID ("pessimo operatore"). Ma i codici di cent'anni fa non sono tutto: come qualunque comunità in buona salute, anche quella dei telegrafisti ha un gergo in continua evoluzione. "Per esempio, nel corso degli anni si è avvertita la necessità di esprimere le proprie emozioni, perciò in breve si è diffuso nell'etere l'uso del lemma HI per indicare la risata."

Nella pratica, per permettermi di seguire la sua battitura Esaù mi accende un computer, sul cui schermo corre un programma che decodifica il codice in tempo reale. A un orecchio profano il Morse può sembrare una sfilza meccanica di linee e punti, ma per chi lo usa è come musica. "Il tasto è uno strumento musicale, non diverso da un basso o una chitarra. Imparare a memoria combinazioni di linee e punti è un errore, perché il Morse è innanzitutto ritmo e ogni lettera ha un'identità sonora che la distingue da tutte le altre."

Esaù mette mano al ricetrasmettitore e girando la manopola cerca una frequenza dove sa di incontrare qualcuno a quest'ora, nel tardo pomeriggio. Non ha idea di chi troverà, né se trasmetterà dall'Europa o dal Medio Oriente. Batte la chiamata generale: CQ CQ DE IZ2RBR IZ2RBR PSE K. Dopo qualche tentativo andato a vuoto, dal rumore bianco di fondo emerge una risposta quasi inaudibile, ed Esaù muove una manopola e filtra il codice per rendere il suono più chiaro e pulito. Si presenta: NRR DE IZ3RBR GM OM TNX FER CALL BT UR RST IS 599 QSB BT 48 MY QTH IS MILANO ES MY NAME IS ESAÙ BT HW ? Grazie al computer, capisco che ha comunicato al radioamatore dall'altra parte il suo nome, il luogo da cui trasmette e le informazioni sulla macchina che usa, sulla qualità del segnale e sul meteo locale. A rispondere, scopro, è stata una radioamatrice, che si chiama Pascale e trasmette da Parigi.

Fino qui, la comunicazione è "standard", ovvero, mi spiega Esaù, "ripete sempre la stessa impostazione [nominativo, intensità del segnale, posizione, meteo locale e macchine usate da entrambe le parti]." Un principiante si attiene a questo tipo di scambio o rischia di beccarsi le virgole, ma il bello viene quando sei in grado di rendere una normale chiacchierata in codice e puoi passare ore a parlare.

Ed è proprio quando si comincia a chiacchierare davvero che il radioesperanto non basta più ed entra in gioco la personalizzazione: bisogna codificare l'italiano o un'altra lingua naturale nel giro di pochi secondi. E dopo che Esaù e Pascale hanno parlato per una decina di minuti abbondanti, mi sembra di capire cosa voleva dire Esaù quando diceva che da una tecnica così meccanica può emergere anche la personalità del radioamatore. "Se uso dei tasti che generano il codice grazie al supporto di un computer, la parlata è sempre uguale, senz'anima. Ma nel caso di chiavi completamente manuali, come il tasto verticale che sto usando, il modo di battere determina una riconoscibilità nello stile e nel carattere dell'operatore. Senti tutte le sfumature di chi sta di là," mi dice Esaù, "se ha voglia, se è incazzato, se si è appena alzato la mattina. Una persona attenta riconosce con chi parla."

Prima di salutarsi, Pascale ed Esaù decidono di inviarsi una cartolina personalizzata di avvenuto contatto o cartolina QSL, com'è usanza tra gli ham. Queste cartoline sono composte di solito da un'immagine e dai dati essenziali del collegamento e non sono solo un gesto di cortesia: rappresentano vere e proprie conferme di avvenuto contatto, e possono di conseguenza essere usate come "prova" della propria attività per entrare in un club. Esaù ne ha una quantità incalcolabile—quelle che mi dispone sul tavolo sono sono alcune di una collezione che occupa interi cassetti e schedari.

Durante tutto lo scambio tra Esaù e Pascale sono rimasto impressionato dalla velocità della battitura—ma ho presto scoperto che quello che ho visto è niente. Esistono, infatti, vere e proprie gare di velocità: se un operatore medio batte tra i 25 e i 60 caratteri al minuto, chi pratica High Speed Telegraphy riesce a raggiungere quota 300 caratteri e più. "Nell'Est Europa ogni anno organizzano campionati mondiali di alta velocità in telegrafia," mi dice Esaù. "In Bielorussia, ad esempio, è considerata uno sport come il calcio, viene insegnato nelle scuole il governo promuove e finanzia la partecipazione dei giovani. Lì i ragazzi crescono col Morse in testa." E tra i paesi dell'Est Europa non è solo la Bielorussia che porta avanti la sua tradizione di telegrafisti: non a caso, infatti, sul podio internazionale ci sono anche Russia e Romania. L'Italia non figura nemmeno tra le prime dieci, ma è riuscita a vincere alcuni premi importanti grazie a Claudio Tata.

Oltre alle gare di alta velocità, ogni settimana vengono organizzati contest nazionali e internazionali in cui vince chi riesce a collegare il maggior numero di stazioni possibile nell'arco di uno o due giorni consecutivi. Un radioamatore tende sempre a mettersi alla prova, ad esempio contattando stazioni lontane o magari agli antipodi, puntando sulle proprie apparecchiature e su tecniche di rimbalzo del segnale—sfruttando anche la superficie lunare, se è il caso—e portandosi in luoghi dove le onde elettromagnetiche trovano meno ostacoli, come isole o alture.

Questo spirito di competizione e avventura è portato all'estremo dai DXer, radioamatori che organizzano spedizioni che durano anche settimane allo scopo di attivare stazioni proprio in luoghi difficilmente raggiungibili, come atolli sperduti nell'oceano, e collegarle con più stazioni possibili. Viaggio, apparecchiature, vitto e alloggio possono costare anche centinaia di migliaia di euro—ma la coesione della comunità si fa allora sentire, con maratone di fund raising e sostegno in rete. Talvolta, queste spedizioni diventano anche occasioni per portare aiuti o soccorsi in zone di guerra o povertà.

"Se un atollo sperduto in mezzo al Pacifico, poniamo Clipperton, non è ancora stato collegato," mi spiega Esaù, "un gruppo di radioamatori deciderà sicuramente di andarci. Piantano le tende, sistemano i gruppi elettrogeni e le antenne e incominciano." Esaù non ha mai partecipato a spedizioni così estreme, ma l'iter da seguire è lo stesso di una qualsiasi comunicazione: silenzio, CQ CQ CQ, nominativo di Clipperton e in dieci minuti migliaia e migliaia di radioamatori chiamano nello stesso momento perché vogliono essere i primi a entrare in comunicazione con una stazione nuova, fino a quel momento scollegata. "Da alcuni punti di vista, è un disastro," dice Esaù. Non sempre queste spedizioni si concludono serenamente: ci sono storie di operatori che hanno avuto problemi con gli eserciti locali, e di altri che hanno addirittura perso la vita. Per esempio, nel 1983 una nave tedesca di radioamatori in rotta verso un'isola al largo della Cina Meridionale fu cannoneggiata da una guarnigione vietnamita che la occupava.

Insomma, per quanto le cose vengano superate e scompaiano dalla coscienza dei più, raramente muoiono del tutto: come succede con i collezionisti d'auto d'epoca o di vinili, c'è sempre chi ci vede qualcosa in più di un semplice oggetto del passato. Con la telegrafia è ancora diverso, perché non parliamo solo di una passione o di un feticismo—ma di una possibilità di comunicare, attraverso l'oggetto stesso della propria passione, con persone che la condividono. E probabilmente è proprio per questo che il fenomeno, per quanto sotterraneo, non scompare. Perciò, quando è il momento di salutarci ed Esaù mi lascia la sua cartolina invitandomi a dare un occhio alla sua "palestra di telegrafia", casomai volessi mettermi sotto col Morse, l'idea non mi sembra più così folle.