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Macro

Con la crisi, sempre più italiani smettono di curarsi

Secondo l'ISTAT, sono sempre di più gli italiani costretti a rinunciare a prestazioni sanitarie, visite specialistiche o interventi chirurgici. Oltre la metà di loro, lo fanno per motivi economici.
28.10.15

Foto via Flickr

Questo post fa parte di Macro, la nostra serie su economia, lavoro e finanza personale in collaborazione con Hello bank!

Secondo l'ultimo rapporto Istat su "reddito e condizioni di vita" pubblicato nell'ottobre 2014, il 28,4 percento degli italiani è a rischio di povertà o esclusione sociale—vive cioè una condizione di disagio nel corso della propria quotidianità, legata a una o più delle seguenti condizioni: gravi deprivazioni materiali rispetto a beni e servizi di prima necessità, mancanza di un lavoro fisso, reddito molto inferiore alla media nazionale.

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Anche se nel 2012 la percentuale era più alta, pari a quasi il 30 percento, fino a pochi anni fa era di molto inferiore. È insomma uno dei risultati della recessione che ha colpito l'Italia negli ultimi anni, che incide sui redditi e di conseguenza sulla qualità del tessuto sociale del paese.

Sempre secondo l'Istat, nel 2013 l'8,8 percento degli italiani è stato costretto a rinunciare "ad almeno una prestazione sanitaria, tra visite specialistiche, accertamenti o interventi chirurgici in regime ordinario o in day-hospital, pur ritenendo di averne bisogno." Oltre la metà di chi rinuncia lo fa per motivi economici, a dimostrazione dell'intreccio di deprivazione materiale e rischio di povertà che riguarda una fascia vulnerabile della popolazione italiana.

Il Bilancio di sostenibilità del welfare italiano pubblicato pochi giorni fa dal Censis ha aggiornato questi dati, mostrando uno spaccato se possibile ancora più preoccupante della società italiana dopo la crisi. Secondo il Censis, il 13 percento delle famiglie ha almeno un membro che ha dovuto rinunciare a visite sanitarie specialistiche di tipo privato, percentuale che aumenta fino al 41,3 percento tra le persone a basso reddito. In media, almeno un membro del 14,2 percento delle famiglie italiane ha rinunciato a una visita odontoiatrica (il 32,3 percento tra le famiglie a basso reddito) e in media il 7,5 percento (ancora, il 29 percento tra le famiglie a basso reddito) ha rinunciato a una visita di accertamento diagnostico.

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La sanità italiana rimane la migliore in Europa—e una delle migliori al mondo—per efficienza, ma allo stesso tempo al suo interno si annidano da decenni numerosi sprechi e spese insostenibili in un epoca di austerity, anche a causa di divari regionali molto marcati. Inoltre, da moltissimo tempo si discute dell'introduzione di "costi standard" che dovrebbero valere per gli ospedali di tutto il paese e ridurre drasticamente le spese per beni e servizi secondo i criteri delle regioni più virtuose, mantenendo allo stesso tempo prestazioni di qualità elevata e accessibili a tutte.

Ma tagliare razionalmente la spesa pubblica italiana, eliminando gli sprechi si è dimostrato negli ultimi anni un esercizio ai limiti dell'impossibile. Così, la scure finisce per abbattersi indiscriminatamente, come nel caso dei tagli alle prestazioni sanitarie decisi di recentedal governo. Una situazione che crea dei sommersi e dei salvati.

Lo dimostrano sia i dati di Istat e Censis, sia il fatto che sempre più persone hanno bisogno di una "copertura integrativa" per poter accedere alle cure—anche per l'accesso a prestazioni di base. Questa copertura, fornita solitamente dal datore di lavoro o da un istituto di assicurazioni, è solitamente a disposizione di lavoratori ad alto reddito e risulta del tutto assente per intere altre categorie di occupati, spesso quelle più vulnerabili: infatti, tra le persone senza copertura integrativa (la metà delle quali lo è per ragioni finanziarie) la quota di coloro che rinunciano alle cure è addirittura pari al 32 percento. E purtroppo, per queste persone ci sono sempre meno alternative.

Secondo un'inchiesta di Internazionale, sono già quattro su dieci gli italiani che si presentano allo sportello della Comunità di Sant'Egidio di Roma, che fornisce prestazioni sanitarie a favore delle persone più bisognose. Stessa storia presso la sagrestia della chiesa del Buon Consiglio, sempre a Roma, dove le cure dei comboniani—che hanno approntato un piccolo ambulatorio dentistico per statuto dedicato ai migranti—sono sempre più richieste anche dagli italiani. E persino presso l'ambulatorio di medicina solidale di Tor Bella Monaca, dove il 30 percento dei pazienti sono italiani. Insomma, anche la salute sta diventando un lusso.

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