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La guerra degli albergatori contro Airbnb è destinata a fallire

In questi giorni, a San Francisco, Airbnb ha ottenuto una vittoria strategica per il suo futuro: una proposta di regolamentazione è stata rigettata e per la prima volta l'azienda si è esposta alla prova del voto popolare.

di Nicolò Cavalli
05 novembre 2015, 1:43pm

Una protesta contro Airbnb a Berlino. Immagine via Flickr/


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Questo post fa parte di Macro, la nostra serie su economia, lavoro e finanza personale in collaborazione con Hello bank!

Anche se in Italia non ce ne siamo praticamente accorti, in questi giorni Airbnb ha ottenuto una vittoria strategica sui suoi detrattori in una battaglia fondamentale per il futuro dell'azienda. Lo scorso 3 novembre, infatti, a San Francisco—la stessa città in cui otto anni fa Airbnb era stata fondata per offrire sistemazioni a breve termine su materassi ad aria—si è tenuto un referendum con l'obiettivo di introdurre un limite di 75 giorni di affitto all'anno per ogni host, limite che oggi è fissato a 90 giorni. Il referendum, chiamato Proposition-F, avrebbe reso illegali tutta una serie di procedure molti comuni e avrebbe reso quasi impossibile affittare stanze su Airbnb, fornendo addirittura incentivi economici ai vicini per spingerli a segnalare eventuali attività contrarie alle regole.

Da ormai qualche decennio San Francisco sta attraversando una crisi residenziale che ha portato a una crescita insostenibile dei prezzi, con la conseguente gentrificazione e la distruzione quasi completa di interi quartieri, come quello latino di Mission dove le attività storiche sono state sostituite dagli appartamenti di lusso abitati dai sempre più ricchi lavoratori del settore tecnologico legato alla Silicon Valley. Una situazione che, negli ultimi anni, ha portato anche alla nascita di forti tensioni sociali e alla crescita di un forte movimento per la casa—che protesta contro il costo folle degli affitti, giunti a una media di 4mila dollari al mese per un monolocale.

In questa situazione, in molti vedono proprio Airbnb come una delle cause principali del problema. Secondo un recente studio pubblicato dagli analisti finanziari della municipalità di San Francisco, nella città ci sono tra le 925 e le 1960 unità abitative inutilizzate perché tenute libere da host Airbnb—un'ulteriore restrizione dell'offerta di possibilità residenziali in una situazione già critica.

Per questo motivo, lo scorso ottobre era stata approvata la cosiddetta "Airbnb Law," che poneva nuovi limiti agli host e introduceva una tassa del 14 percento su ogni transazione effettuata sul portale. Tuttavia, nel corso dell'ultimo anno erano stati pochissimi gli host a registrarsi e così i sostenitori della Proposition-F hanno tentato di sfruttare la situazione per ottenere ulteriori restrizioni—fallendo, perché la proposta è stata rigettata con il 55 percento dei voti sfavorevoli.

Ovviamente, l'approvazione della Proposition-F non avrebbe certo distrutto gli affari di Airbnb: quelle di San Francisco sono una porzione piccolissima delle case disponibili sul portale—dove ogni giorno si possono trovare oltre due milioni di soluzioni abitative in 190 paesi, numeri superiori anche a quelli delle grandi catene di alberghi come Hilton, Marriot, Starwood e InterContinental. Già oggi Airbnb rappresenta il 12 percento dell'offerta di Parigi, il 10 percento di quella di Londra e il 17 percento di quella di New York—dove tuttavia il servizio è stato dichiarato illegale ed è stato criticato fortemente dal New York Times, secondo cui "la città non può permettersi di avere ancora più appartamenti trasformati in hotel illegali"

Secondo gli analisti di Barclay's, da qui all'anno prossimo l'offerta di Airbnb è destinata a triplicare fino a raggiungere i 129 milioni di stanze-per notte all'anno. Con queste prospettive—un fatturato che nel 2014 ha toccato i 900 milioni di dollari e con una valutazione di mercato pari a 24 miliardi di dollari—almeno dal punto di vista economico Airbnb non poteva essere spaventata da quello che succedeva a San Francisco. Dal punta di vista simbolico e culturale invece c'erano ottime ragioni per spendere, come ha fatto l'azienda, oltre otto milioni di dollari in una campagna pubblicitaria senza precedenti.

Non era la prima volta che l'azienda era soggetta a regolamentazioni, ma era la prima volta che si sottoponeva più o meno direttamente all'esame del consenso popolare. Così, oltre ad affiggere manifesti in tutta la città e a mandare in onda 26 ore di spot televisivi, Airbnb ha contattato direttamente un numero impressionante—138mila sui 446mila elettori registrati—di residenti di San Francisco che in passato avevano utilizzato il portale, chiedendo loro di votare contro la proposta.

La potenza di Airbnb è stata di quasi 30 volte superiore a quella della campagna a favore della Proposition-F, che ha raccolto circa 300mila dollari di finanziamenti provenienti per lo più da associazioni alberghiere e dai sostenitori dei movimenti per la casa.

Uno degli spot realizzati per sostenere la Proposition-F è stato finanziato da un'associazione di albergatori di New York e intitolato "Save the Mogul," ossia "salviamo i magnati" del settore immobiliare—che secondo alcune stime rappresentano un quarto di tutta l'offerta residenziale di Airbnb. L'idea del video era quella di sottolineare come dietro alla retorica della condivisone legata alla sharing economy si nasconda un modello di business basato sulla pura rendita, in cui chi è abbastanza ricco da potersi permettere di affittare appartamenti o intere case finisce per guadagnare su di esse posizionandosi in una zona grigia in cui le tasse sono spesso eluse e le regole aggirate a discapito dell'interesse pubblico.

Per dirla con il New York Times, "ci sono buone ragioni perché il governo regoli gli alloggi: servono leggi per separare lo sviluppo alberghiero da quello residenziale, in modo che i turisti non invadano le città riducendo lo spazio per i residenti, e per assicurare che gli inquilini più poveri abbiano posti dove vivere." Eppure, il risultato del voto di San Francisco a favore di Airbnb dimostra che questo racconto non viene ritenuto credibile.

Secondo Arun Sundararajan della New York University, il punto è che "di fatto Airbnb risponde alle esigenze a cui tradizionalmente rispondevano gli alberghi, ma non c'è nessuno che pensa che la propria stanza affittata sui Airbnb sia equivalente a un albergo da 100 camere."

La maggior parte delle persone sa bene che i prezzi più alti degli alberghi tradizionali non sempre sono giustificati, ha un'idea di viaggio diversa da quella tradizionale e non comprende più le ragioni dietro al consumo di territorio portato avanti per decenni sulla base di esigenze turistiche. Vedono quindi nella categoria degli albergatori un gruppo di monopolisti dell'accoglienza che oggi criticano nei magnati di Airbnb gli stessi comportamenti da cui hanno ricavato ricchezza fino a ieri.

È proprio in questo contesto che si inserisce il successo di Airbnb, che a San Francisco ha dimostrato di controllare fermamente la narrazione e lo spirito del tempo, così che sarà impossibile per gli albergatori tradizionali competere e molto difficile per i legislatori porre troppe restrizioni a questa nuova forma di economia.

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