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Tutto quello che devi sapere per sperare di andare in pensione

Per le nuove generazioni, la pensione è vista come un traguardo irraggiungibile. Ma forse proprio per questo motivo sarebbe il caso di iniziare a preoccuparsene da subito e cercare di correre ai ripari.

di Vincenzo Marino
25 settembre 2015, 8:33am

Illustrazione di Wren McDonald.

Questo post fa parte di Macro, la nostra serie su economia, lavoro e finanza personale in collaborazione con Hello bank!

Continuare a fare il social media manager a 78 anni non è il sogno di nessuno—tanto meno il mio. Ogni persona al mondo, arrivata a una certa età, dovrebbe godere di un meritato riposo, del TG Regione delle diciannove, e di una pensione entro certi standard. Ciò che i giovani d'oggi sanno bene, tuttavia, è che quest'ultima parte rischia di essere verosimilmente un miraggio.

Che la pensione sia una specie di traguardo irraggiungibile—che, come in un sogno disturbante, si sposta e si rimpicciolisce man mano che ci si avvicina—per le nuove generazioni è ormai un dato di fatto che si conferma ogni volta che arrivano nuovi studi di settore.

Ancora nel febbraio scorso il Censis ha diramato uno di quei comunicati stampa che annualmente, più o meno nello stesso periodo, scuotono il "dibattito pubblico" con dati su pensione e giovani, salvo poi evaporare dopo qualche giorno. L'unica differenza, di anno in anno, è che la prospettiva dodici mesi dopo appare sistematicamente più cupa. Nell'ultimo report, infatti, il centro studi spiegava che più o meno il 65% dei giovani occupati e dipendenti tra i 25 e i 34 anni andrà in pensione con meno di mille euro al mese, e che per i circa 2,3 milioni di giovani che non studiano né lavorano la faccenda rischia di essere più seria. Che è un modo molto gentile per dire nera.

Tuttavia i millennial sono ben coscienti della situazione in cui si trovano, ed è per questo, e per dati come quelli di sopra, che il 53 percento di loro ritiene molto realisticamente che la propria pensione arriverà al massimo al 50 percento di ciò che guadagnavano lavorando. Basta dare un'occhiata ai vari "simulatori di pensione"—come questo—che cercano di immaginare quale potrebbe essere un ipotetico e personale scenario pensionistico: come fa notare Francesco Cancellato su Linkiesta, raramente questo tipo di simulazione, sotto una certa età, porterà a tassi di sostituzione (la differenza fra l'ultima busta paga e il primo assegno dell'INPS) superiori al 60/65 percento. In pratica bisognerà cercare di guadagnare bene, da subito e il più a lungo possibile—non c'è di che.

Aspettarsi una pensione più generosa di così—per me, per voi e per tutti i social media manager italiani con età inferiore ai 63 anni—quindi dipenderà molto da quanto tempo si lavorerà, quanto l'età avanzata permetterà una vita lavorativamente longeva, e per quanto tempo si riuscirà a mantenere un contratto "conveniente" per una durata piuttosto lunga. Ma tra contratti "elastici" e occupazioni precarie—quando non addirittura in nero—il mondo del lavoro, allo stato attuale, non riesce a garantire niente di tutto questo a nessuno. Tanto più per i giovani.

A peggiorare questo dato, peraltro, c'è il fatto che praticamente tutte le simulazioni di pensione sono viziate da un difetto di fondo, ossia il fare riferimento a uno scenario "base" che immagina una crescita media annua a dir poco ottimistica: all'1,5 percento di retribuzioni o del PIL reale.

Insomma, immaginare la propria vecchiaia è un esercizio abbastanza complesso, se si eccettua la promessa che ognuno fa a se stesso di diventare un anziano il più possibile simile a Larry David. Per questo abbiamo pensato di offrirvi un quadro di base su cosa siano le pensioni, su cosa sarà di noi nel 2050, e se dobbiamo cominciare a preoccuparci—in tutti i sensi—del nostro futuro previdenziale, stilando una guida al quanto deve fregartene delle pensioni se hai dai 20 ai 30 anni. Per farlo abbiamo sentito Walter Passerini, giornalista, docente universitario e autore di libri come Senza pensioni: tutto quello che dovete sapere sul vostro futuro e che nessuno osa raccontarvi e La guerra del lavoro.

VICE: Quale sarà lo scenario pensionistico più verosimile per i millennial allo stato attuale, da qui al 2050?
Walter Passerini: La previsione è piuttosto fosca, se non si mette mano a tre questioni di fondo. La prima è quella di aumentare gli ingressi regolari nel mercato del lavoro, aumentando così anche i versamenti contributivi; la seconda è l'introduzione del reddito minimo di povertà, per coloro che avranno pensioni molto basse e che rappresentano una potenziale generazione di poveri; la terza è quella di un vero sviluppo della previdenza complementare collettiva, che integri gli assegni modesti della previdenza pubblica. Senza queste misure andremo verso una generazione di senza pensione.

Quindi servirebbero più lavoro e integrazioni come reddito minimo e pensioni complementari. Ma quali potrebbero essere, concretamente, i correttivi da adottare sin da adesso per evitare di arrivare agli scenari cupi che sono stati già tratteggiati in questi anni?
Dovremmo adottare con senso di responsabilità una procedura grazie alla quale le persone, di qualunque età, possano avere in tempo reale la proiezione della propria futura pensione. In Svezia si chiama busta arancione. In Italia l'INPS da pochi mesi offre questa opportunità ma non a tutti. Le tecnologie potrebbero aiutarci a fare delle scelte: le persone vanno trattate con rispetto, non come se fossero dei bambini sciocchi, il patto di fiducia cittadini-Stato deve essere ricostruito. In questo la questione del lavoro e quella delle pensioni sono due capisaldi di un'architettura democratica ineludibile.

Quali sono le cose che un ventenne non può non sapere sulle pensioni, e su quale sarà il proprio futuro? E perché è importante che un giovane cominci a prendere coscienza della cosa fin da ora?
Nella riforma Fornero del 2011 c'era un punto che è stato completamente disatteso, ed è quello dell'educazione previdenziale nelle scuole superiori e nelle università: nulla è stato fatto. Si tratta da un lato di offrire un'informazione seria, documentata, non gridata ma determinata che denunzi i rischi di un futuro di povertà per gli attuali giovani; dall'altro lato è necessario perseguire programmi di educazione alla previdenza anche a livello universitario. L'INPS e le altre casse previdenziali dovrebbero impegnarsi in questa operazione.

Cosa succederebbe se mondo del lavoro e politica continuassero a puntare sulla precarizzazione di posti e contratti?
Quello che conta è la stabilizzazione dei rapporti di lavoro regolari, che dovranno sostituire i troppi contratti di assunzione ancora oggi presenti. Il paradosso è incredibile: oggi a mantenere in equilibrio i disavanzi dell'INPS sono i giovani e il popolo della gestione separata, che versano una quota di contributi ma che sono troppo giovani per andare in pensione. Si parla di un attivo di circa 7 miliardi di euro. È scandaloso che a mantenere i pensionati siano oggi i giovani precari, alcune casse libero-professionali e ancora in buona misura gli stranieri.

Come possono i giovani, da soli, mettere al centro del dibattito pubblico l'argomento, in assenza di attori pubblici che si impegnino a tutelare i loro diritti, e all'interno di un mercato del lavoro così svantaggioso per loro dal punto di vista pensionistico?
Le classi dirigenti miopi sono quelle che preferiscono avere il consenso oggi piuttosto che costruire il futuro. I giovani sono una categoria a scarso potere contrattuale, resa in parte obnubilata dall'accesso ai consumi. Ai giovani fa paura parlare di lavoro e di futuro, preferiscono il presente; in questo fanno il gioco delle classi dirigenti adulte e irresponsabili.

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