Chi va davvero a vedere DJ Gruff?

Chi va davvero a vedere DJ Gruff?

Siamo stati al concerto di Gruff a Roma per affrontare il nostro invecchiamento e provare a parlare di nuova scuola con i puristi.
Matteo Contigliozzi
Rome, Italy
16.2.17

Ho esitato a lungo prima di decidermi se andare o meno a vedere Dj Gruff. Mi sono imbattuto per caso nella locandina del suo concerto a Roma dell'11 Febbraio passeggiando per San Lorenzo, mentre mi guardavo le spalle per controllare se qualcuno mi stava pedinando con l'intenzione di derubarmi.

C'erano da considerare vari fattori, mi dicevo tra me e me: in primis il fato che siamo nel 2017 e che Gruff ha 52 anni; certo, mi dicevo, si parla di un fuoriclasse, di un outsider assolutamente geniale, ma il cordone ombelicale che mi legava al mondo da cui Gruff proviene è stato reciso da tempo immemore. Così come non ho più nulla da spartire neanche con le persone che vanno a vedere un suo concerto nel 2017, ed era questo il secondo problema: a innervosirmi era la prospettiva di sentirmi come un pesce fuor d'acqua, solo e boccheggiante in mezzo ad una fiumana di extraterrestri.

Dj Gruff è 1/3 dei Sangue Misto, gruppo seminale tanto per l'hip-hop italiano quanto per la mia adolescenza, e l'unico dei tre che dopo i duemila abbia continuato effettivamente a dedicarsi al rap. Deda si è dato all'elettronica sotto il nome d'arte Katzuma, ed è fin troppo noto quel che combina Neffa da sedici anni a questa parte.

Inciso: un giorno vi racconterò anche di quella volta, anni fa, in cui io e il mio migliore amico siamo andati ad un concerto di Neffa a Villa Ada, mettendoci in prima fila e urlandogli per tutta la durata del concerto parole tratte dal vocabolario sanguemistico. Neffa, visibilmente incazzato, alla fine del live fu costretto a dire che, se ci interessava, il suo fonico era rimasto lo stesso di allora.

L'autore, mimetizzato nel pubblico.

È proprio questa considerazione a spostare l'ago della bilancia e a farmi decidere di andare, anche perché non avevo mai visto Dj Gruff in concerto e non avevo assolutamente idea di cosa aspettarmi—ero attraversato da un misto di curiosità e timore. Prima del concerto ho provato a strappare un'intervista a Gruff scrivendogli più volte in privato, ma purtroppo il nostro si è comportato esattamente come le ragazze con cui solitamente ci provo: ha visualizzato senza rispondere.

Il concerto si svolge a pochi passi da Stazione Termini, precisamente in un centro sociale nei pressi di Viale Manzoni. La domanda spontanea che mi sono posto lungo tutto il tragitto dalla stazione al locale è stata questa: quali sono i motivi che spingono qualcuno ad andare a vedere Dj Gruff? Si tratta di qualcosa in più di semplice timore reverenziale e di rispetto per i giorni che furono?

Siccome non riesco a trovare l'indirizzo del posto, essendo senza navigatore, chiedo indicazioni ai passanti. Vedo due persone che dall'aspetto potrebbero essere potenziali astanti del concerto: si tratta di una coppia di fricchettoni, lui con i dread e lei con un orsetto di peluche messo sulle spalle a mo' di zaino. Mi danno delle indicazioni sbagliate e ovviamente mi perdo.

Abbattuto ma non vinto, continuo a girovagare finché non incontro un paio di ragazzi che mi indirizzano correttamente e finalmente arrivo al concerto. Mi rendo conto immediatamente conto che le cose sono molto peggio di quello che temevo e inizio a sudare freddo.

Sono circondato.

Circondato dal 1998.

Il centro sociale, come se si trattasse di una gigantesca capsula del tempo sepolta da Philip K. Dick,  mi ha evidentemente spalancato le porte di un'ucronia: in questo universo parallelo in cui il tempo è fuor di sesto i baggy jeans a vita bassa continuano ad essere indossati , così come le felpe ECKO e le scarpe con la linguetta pump.

Fortunatamente avevo preventivato questa opportunità e avevo già deciso di mimetizzarmi con la fauna urbana del locale, tirando fuori dall'armadio un cappello con visiera piatta, una felpa con cappuccio e un gilet a mezze maniche da indossare sopra ad un paio di vecchie Adidas Superstar II (quelle rese famose dai Run DMC, per intenderci).

La mia missione, mano a mano che passa il tempo, si fa più chiara. Il mio scopo è quello di sovvertire le certezze di quei poveri b-boy inconsapevoli dell'ottusità mentale che li accomuna a un sasso. Io sono John Titor, un elemento perturbatore  venuto dal futuro a sconvolgere le menti degli astanti. Sono Prometeo, che fa scoprire Tedua agli uomini.

Siccome una volta anche io ero uno di loro, un cosiddetto "purista", conosco i loro punti deboli e so come e dove colpire. Decido di adottare una strategia attendista: sono in inferiorità numerica e non ho speranze di farcela da solo. Non mi resta altra scelta che camuffarmi, fingermi uno di loro, far domande neutre per fargli abbassare la guardia e solo allora incalzarli con un fendente dritto nel cuore.

Come scopro presto, anche nel 2017 Gruff rimane un catalizzatore di attenzione, o meglio di devozione, come pochi.

Molti degli ascoltatori sono venuti apposta da altre città solo per assistere al concerto: Francesco e Sasha, per esempio, sono venuti apposta da Pescara. "La città di Lou X. Lo conosci?", mi chiedono con sguardo scrutatore, lo sguardo del b-boy che sta tentando di capire se chi ha di fronte abbia abbastanza knowledge per sostenere una conversazione proficua o se si tratti solamente di un rookie che ha ancora tantissima strada da fare.

Piano piano le loro difese si abbassano. Il mio odore ha tratto in inganno il branco, che adesso mi crede uno dei suoi componenti. Siccome mi trovo in una una gigantesca area di stasi culturale in cui lo Zeitgeist è ancora quello della musica commerciale vs musica underground decido di far leva su quello.

"Ragazzi, che ne pensate della Dark Polo Gang? Io sto in fissa, li ho pure intervistati".

Il gelo.

I visi delle persone intorno a me si contorcono in un modo osceno, i loro sguardi torvi mi impalano al pavimento.

Appena quei poverini tornano a respirare, le risposte che ho ricevuto andavano tutte nella stessa direzione, e nella mia testa continuano a rimbombano come un'informe ecolalia disturbatrice: quella non è musica è moda, è trap non rap, sono dei sucker (sic!).

Una foto professionale di Gruff, scattata dall'autore.

È Daniel a regalarmi però la più grande dose di incazzatura all'interno del locale. Daniel è un ragazzo che come me si trovava in prima fila, uno studente di ingegneria del suono (come ci tiene a sottolineare, per avere un principio d'autorità su cui far leva e poter parlare ex cathedra), con il quale discuto di massimi sistemi: Guè Pequeno non è musica, mi spiega, era bravo nel 2003 quando faceva "Hardboiled Sabotatori" ma poi basta. Rafforzava il suo ragionamento con una inoppugnabile tesi: se a Guè Pequeno dicessero di suonare gratis o di non suonare, lui sceglierebbe la seconda opzione. Questo, sempre secondo Daniel, proverebbe che la passione non è ciò che lo spinge a fare musica: e, continua a spiegarmi, se fai musica non essendo spinto dalla passione semplicemente non stai facendo musica. Si tratta proprio di un'altra cosa, a livello ontologico. Se siete curiosi di scoprire cosa rimarrete delusi, perché il nostro Daniel era un disco rotto, impermeabile a tutte le critiche  che gli muovevo a proposito di questo "ragionamento". La sua risposta era sempre la stessa. "Non è musica, punto e basta". Quando gli ho chiesto di nominarmi un paio di dischi di Guè Pequeno cosa credete che abbia risposto?

Chi non ha mai frequentato l'ambiente hip hop potrebbe rimanere stupito da un simile atteggiamento, puramente ideologico, che ricorda da vicino certi fondamentalismi di matrice religiosa. Ma anche l'hip hop, come ogni religione, conserva una struttura fondamentalmente paradossale e Dj Gruff incarna perfettamente la porzione più cattofascista di quest'ambiente, la retroguardia culturale che si nutre di conservatorismo sonoro, di misoneismo cieco e ideologico. "O credi in Dio o sei ateo" mi dice Mirco da Frosinone, o Dj Gruff o Tony Effe, o stai con quel ragazzo che ha tirato una sberla a Dark Side alla fermata dell'autobus oppure _se_i Dark Side.

Un'altra brillante prova me l'ha fornita Mattia, un venticinquenne in fortissima psicoconfusione col quale siamo arrivati—partendo dalle Sacre Scuole, ovviamente—a parlare di Dargen D'Amico. Mattia sosteneva che, "ultimamente", Dargen D'Amico facesse musica "per finti intelligenti". Quando gli chiedo di motivarmi la sua accusa, mi risponde di nominargli un pezzo del primo e dell'ultimo disco per un confronto. Quando lo faccio, il nostro mi risponde: "Semplice, il primo pezzo che hai nominato è bello, il secondo è brutto". Ho dei testimoni che possono confermare che è andata esattamente così.

Degna di nota una ragazza di cui purtroppo non ricordo il nome (scusami!) che ho convinto a dabbare davanti al palco tra gli sguardi cagneschi delle persone intorno a noi e che spero leggerà questo articolo perché le ho promesso che ci sarebbe stata lei in copertina. Cosa non si farebbe per provare a scopare avere un po' di materiale in più per un pezzo, eh?

In tutto questo, è passata un'ora dall'orario di inizio indicato e di Dj Gruff ancora non c'è traccia.

Nonostante il ritratto impietoso che ho delineato fino adesso, rimango sono comunque un po' emozionato: Dj Gruff è stato per lungo tempo una colonna portante della mia vita, e soprattutto le sue canzoni d'amore mi hanno coccolato per tantissimi anni. Continuo a considerarlo un genio. Sono e gli sarò sempre riconoscente per questo. Se l'hip hop ci ha veramente insegnato qualcosa di buono è che occorre ricordare le proprie radici, il proprio background culturale. Musicalmente, lo ripeto, io e quel mondo non abbiamo più niente da spartire, e ciò nonostante mi sento ancora profondamente in debito.

Ecco perché sono molto emozionato quando Gruff sale finalmente sul palco. Si presenta molto gioviale (citazione), e nonostante abbia 52 anni ne dimostra almeno venti in meno. È giusto un po' imbolsito, ma la plasticità e l'eleganza dei suoi movimenti sembrano essere indirizzati a me per avvisarmi di non fare caso a qualche chiletto di troppo perché questo b-boy fiero i suoi atout da giocare ce li ha eccome. Sono in prima fila: il concerto vedere alternarsi scratch e rap, in proporzione più o meno di due a uno. Oltre a scratchare sui suoi pezzi più famosi, quelli per i quali continuo a considerarlo un genio nonostante tutto ("Ti canto", "E così è") Gruff si lancia a volte in freestyle giocati col suo solito stile di alternanza tra finte rime equivoche e allitterazioni verbali (che privilegiano molto spesso il significante al significato). Certamente non è Ensi, però tutto sommato si fa apprezzare.

Il delirio arriva quando Gruff intona i suoi classici: i ritornelli di "Svarionato" e di "1500 lire" sono accompagnati da un coro unanime del pubblico e lo stesso Gruff sembra sorpreso dall'incredibile ovazione ricevuta (a giudicare dall'evento su Facebook e da quanto ci ho messo per fare la fila al bar, nel posto si trovavano più di mille persone). "Lucida Follia" è quasi irriconoscibile per via del cambio di metrica vagamente dylaniano.

Immancabili i Sangue Misto, ovviamente: Gruff, però, come per porre le distanze tra il suo sé attuale e quel periodo ormai lontano della sua vita, decide di scratchare soltanto, senza rappare le sue strofe, quasi fosse poco più che una concessione al pubblico—venuto più per quello, forse, che non per gli ultimi dischi del nostro, tra i quali comunque spiccano almeno due capolavori, e cioè Sandro O.B. e Phonogruff.

Cantare "Cani sciolti", "Lo straniero" e "Clima di tensione" davanti a Dj Gruff è stata un'esperienza mistica, che per un attimo mi ha riportato con la mente ai miei quindici anni, quando io e la mia "crew" (non ridete) ci riunivamo ore prima dei concerti di Kaos per essere sicuri di conquistare la transenna.

Il concerto è durato più di tre ore, ma io dopo due ero stremato e abbandono la prima fila tra gli spintoni e le gomitate. Prima di uscire, vedo un cesto con delle Morositas offerte gratuitamente e facendo una spola strategica davanti a banchetto ne prendo sette.

Mi incammino verso la stazione Termini con una ragazza conosciuta al concerto e iniziamo a chiacchierare. Secondo lei, il concerto merita una condanna senza appello: gli svarioni di Gruff mi dice, ormai vanno per conto loro, non lo accompagnano più. Non sono d'accordo con lei, ma poi iniziamo a cantare Calcutta ad alta voce e nessuno di noi due ci pensa già più.

Anche tu puoi incamminarti verso la stazione Termini con Matteo, scrivigli su Twitter: @realmattycon
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