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Μoda

I quattordicenni che spendono migliaia di euro in vestiti

Vetements, Gosha Rubchinskiy, Supreme e i gli adolescenti che fanno carte false per comprarseli.

di Louise Donovan
01 febbraio 2017, 10:14am

Sono le undici del mattino e fuori da Dover Street Market, a Londra, ci sono 200 persone che aspettano pazientemente in fila. Tra loro c'è Colin, che ha preso la metro nel bel mezzo della notte per essere qui dalle 3 del mattino. Il motivo? La nuova collezione di Gosha Rubchinskiy.

"Gosha è uno dei miei stilisti preferiti," mi spiega riferendosi al 32enne diventato punto di riferimento di quel filone della moda ossessionato dallo stile post-sovietico. Colin prosegue dicendomi che "ho sempre amato lo sport, e i pezzi di Gosha inquadrano perfettamente questo aspetto: uniscono streetwear, il mondo dello skateboard e alta moda."

A questo punto credo sia utile far presente che Colin ha 14 anni. Non potrà votare per altri quattro anni, ma indossa una tuta in velour bicolore della Supreme (prezzo al dettaglio: 450 euro) e la sua padronanza di linguaggio quando mi spiega quali marche gli piacciono e quali no è impressionante. "Ormai la Palace [skate label britannica] ha perso il suo appeal. Sì, fanno dei bei pezzi, ma nelle nuove collezioni non vedo innovazione," mi dice con tono piatto. 

Dopo un po' incontro Ed, di cui non conosco il cognome perché nel bel mezzo della nostra conversazione è scappato via. Però so che ha 13 anni e che è appena riuscito a mettere le mani su uno dei pezzi più ricercati della scorsa stagione: le Adidas NMD "OG", tornate disponibili al Dover Street Market nello stesso giorno in cui ha fatto il suo debutto la nuova collezione di Rubchinskiy. "Avevo messo la sveglia alle 3 ma non l'ho sentita, quindi sono arrivato tardi, verso le 8." Il ritardo l'ha costretto ad acquistare le scarpe dei suoi sogni da un rivenditore fuori dal Dover Street Market, pagandole 70 sterline (81 euro) in più, ma Ed crede ne sia valsa la pena. "Se sei a Soho e indossi qualcosa che gli altri non hanno ti senti alla grande. La gente ti guarda e pensa 'cavolo, quello sì che sa vestirsi!'"

In coda c'è anche Michelle, che ha 16 anni e con cui sono riuscita a scambiare solo due chiacchiere prima che la madre la afferrasse per il giubbotto e la riportasse a casa. "Sono qui da otto ore," mi dice sorridendo. "Mia mamma è venuta a ripescarmi e ha fatto una scenata davanti a tutti." Anche lei indossa una tuta, ma Vetements, un collettivo di moda parigino. Il prezzo al dettaglio dei pantaloni è di quasi 600 euro.

In fila da Supreme a Londra. Foto di Jake Lewis.

Come mi è chiaro dopo essermi guardata in giro, i guardaroba di questi ragazzini potrebbero tranquillamente competere con quelli di gente che ha il doppio dei loro anni. Com'è accaduto? Perché Ed sta sborsando 600 sterline (700 euro) per una giacca Supreme x Stone Island di seconda mano senza battere ciglio? Com'è possibile che il quattordicenne prodigio Leo "Gully Guy" Mandela abbia raggiunto i 120.000 follower su Instagram grazie a un'infinita serie di foto in cui indossa esclusivamente abiti del brand fenomeno del momento?

Fino a qualche anno fa i ragazzini ciondolavano in giro con felpe degli Slipknot e cinture borchiate mentre speravano che l'adolescenza finisse al più presto, causando il minor numero di danni possibile. Adesso alcuni ambiscono a Supreme, Palace, Gosha, Off-White e magari un pezzo Gucci vintage per un look studiato fino all'ultimo dettaglio. Per poter essere considerati minimamente esclusivi da questa fascia di mercato, i capi d'abbigliamento devono costare almeno 250 euro. Ma chi sono questi giovani apparentemente ricchi, e da dove arriva la loro passione per la moda? 

La maggior parte degli adolescenti con cui ho parlato è d'accordo nell'affermare che Instagram ha avuto un'influenza decisiva. Chi si accaparra un nuovo capo—e più è raro, meglio è—sente il bisogno di mostrarlo a tutti e trova su questo social network il luogo adatto per farlo. Colin mi racconta che "all'inizio non facevo sul serio, ma poi sei mesi fa ho pensato: 'oh, lo fanno tutti, perché io no?'" Quando vedi la gente della tua età che riceve 500 e più like a ogni foto che pubblica su Instagram, è naturale che anche tu voglia fare lo stesso. 

Chi ha un certo seguito su Instagram però deve impegnarsi sul serio: Leo Mandela pubblica una foto ogni due giorni, sempre con un outfit diverso e possibilmente nuovo. Spesso, le immagini sono scattate in città diverse. Mi ha detto che negli ultimi due anni ha speso tra le 9.000 e 10.000 sterline (tra i 10.500 e 11.700 euro circa) in abbigliamento, ma per lui è tutto parte del gioco, della caccia al pezzo unico che nessun altro avrà mai. Rarità vuol dire complimenti, e i complimenti, anche se per poco, fanno star zitta la vocina interiore che ti dice che non vai bene. Dietro, in molti casi, ci sono le tipiche insicurezze adolescenziali e il bisogno di essere notati e accettati dagli altri; quando indossi un capo della Supreme o della Palace ti senti uno di quelli fighi, anche se magari la realtà è tutto l'opposto. 

Ma a meno che i tuoi genitori non siano veramente ricchi—frecciatina che su Instagram viene spesso lanciata a questi ragazzini—riuscire a stare al passo con le ultime novità è un lavoro a tutti gli effetti. E dato che molti sono così giovani che non possono neanche lavorare, trovano le scorciatoie più disparate per racimolare i soldi di cui hanno bisogno per comprarsi cose nuove. Per il compleanno, ad esempio, Colin ha ricevuto dai genitori un paio di scarpe di Raf Simons x Adidas di seconda mano costate 150 sterline, ovvero 175 euro (nuove costerebbero 235 sterline, cioè 275 euro). Un paio di mesi dopo però ha visto una giacca della Supreme e ha venduto le scarpe ricevute in regalo per potersela comprare. Come spiega Ed, "con il passare del tempo finisci per farti qualche soldo, perché i capi delle collezioni passate valgono molto più dei nuovi pezzi, anche se sono usati." Poi, un po' triste, mi confessa che i suoi genitori non gli hanno regalato soldi per Natale, perché aveva già guadagnato abbastanza rivendendo i suoi vestiti, e secondo loro stava diventando troppo materialistico. 

Anche lui pensa di essere troppo materialistico? Prima di rispondere ci pensa un po' su, e poi mi dice: "No, perché i miei vestiti sono solo un sostituto degli iPad, degli iPhone e delle Xbox che si comprano gli altri ragazzi. E ci guadagno andando in giro ben vestito."

Questa micro-economia è piuttosto diffusa, e oggi per un 16enne fissato con la moda non è affatto difficile finirci dentro. Vendere la tua vecchia maglietta (rarissima) con il logo Supreme su Grailed (un eBay di lusso) non fa di te un vero reseller—chi vende pezzi ricercati semplicemente per ricavarci il massimo profitto possibile. È semplicemente un modo per poter finanziare la propria ossessione quando i genitori non erogano liquidi. Alcuni, come Sophie Scott, una sedicenne di Croydon, si schierano però contro questo sistema, perché "ho passato un mese a cercare questa tuta della Supreme in edizione limitata per Playboy. Perché dovrei venderla? Così non c'è più divertimento. Compro questa roba perché voglio mettermela, non perché voglio guadagnarci su." Per inciso, Sophie lavora in un locale di Fish-and-Chips tutti i sabati e dice che "la sua roba" se la paga lei. 

Tolta l'isteria collettiva, questi ragazzini sono davvero interessati al mondo della moda? O anche solo all'abbigliamento? Molti non avrebbero problemi a definirli hypebeast, ovvero chi si interessa allo streetwear di lusso solo perché "va di moda", e a Sophie stessa non importa essere chiamata così, mentre Colin ha una personalissima scala di valori: "Senza offesa, ma le ragazze della mia età fanno shopping da Primark!" Lui, mi dice, ha scoperto l'esistenza di Supreme dopo aver iniziato a frequentare dei ragazzi più grandi nello skate park del suo quartiere. "Io con lo skate faccio schifo, per questo volevo essere come quelli che avevano roba della Supreme o della Palace; perché sembravano fighi anche senza lo skate."

Stessa storia per Sophie: è ossessionata dal suo armadio, ma c'è qualcosa di più profondo in questa passione. "Qualche anno fa, prima che lo streetwear iniziasse a piacermi, non avevo molta autostima. Poi ho iniziato a mettermi roba figa—roba tipo Palace—per vedere che effetto faceva e ho notato che agli altri piaceva. È stato un processo lungo. Ancora la scorsa settimana ho comprato una salopette bianca della Supreme, ma il primo giorno in cui l'ho messa per andare a scuola ero nervosa. Poi però, quando i tuoi compagni ti dicono "bella!' ti senti bene. Mi sta aiutando molto a essere più sicura di me."

Lotta Volkova, di Vetements, ha recentemente dichiarato che nell'industria della moda non esistono più le sottoculture. Secondo lei, gli adolescenti non hanno nemmeno idea di cosa siano. Nel mondo in cui vivono, costruirsi un'immagine convincente sui social media è molto più importante che parlare dei propri interessi. Si capisce immediatamente che fanno parte della stessa tribù. Innanzitutto, sembrano tutti uguali. Emo, punk, goth—tutte queste correnti sono state sostituite da un'identità visiva che unisce Supreme in un continuum con Sports Direct. 

Se siamo abituati a sottoculture che nascono e fioriscono attorno a una determinata scena musicale, lo streetwear è l'arte di saper apparire al meglio in una foto che non tradisca l'aver passato sei ore a cercare la location giusta per scattare. Questi ragazzini sono forse troppo giovani per poter capire cosa significa il simbolo della falce e martello di Gosha, o anche solo per rendersi conto di quanto sia ironico venerare una marca che si definisce nel rifiuto del consumismo. Ma tutto questo che importanza ha, in fondo? Hanno creato qualcosa che gli appartiene, qualcosa di cui possono sentirsi parte, e per questo dovrebbero essere ammirati. 

Viene ora da chiedersi se questa ossessione durerà per tutta la loro vita. A trent'anni andranno ancora alla disperata ricerca di una felpa di seconda mano che costa tre volte tanto il nuovo modello nei negozi? Colin non crede andrà a finire così: "Nah, tra un po' inizierò a mettermi i completi, giacca e cravatta, quelle cose lì." Sophie invece, come molti altri ragazzi con cui ho parlato, non è sicura che finirà tanto presto. "La moda non è tutto, ovviamente, ma i miei vestiti sono diventati un po' parte di me. Non credo che potrò mai smettere, perché mi hanno aiutato a dare forma la persona che voglio essere."

@louisedonovan_

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