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Come sta davvero la ricerca in Italia

Tra una petizione per il rilancio e l'ennesima sforbiciata di fondi, lo stato della ricerca in Italia è più chiaro di quello che sembra.
9.3.16

Un ricercatore non ha particolari esigenze, mangia, dorme e ama crogiolarsi tra atomi di idrogeno, fossili preistorici e animali rari. Un ricercatore dedica la sua vita allo studio della natura: alcuni combattono virus mortali, altri si preoccupano di decifrare le leggi dell'Universo.

Non perdono tempo in chiacchiere, e quando scoprono qualcosa di interessante lo comunicano agli altri scienziati pubblicando un paper, un documento tecnico — Poi ci pensano i divulgatori a decifrare le loro scartoffie traducendole in informazioni comprensibili da tutti, e ce le comunicano attraverso i media.

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È inusuale che un ricercatore si liberi dai suoi impegni per rivolgersi in prima persona ad un'intera nazione; cosa avrà mai da dire uno scienziato a delle persone che di scienza capiscono ben poco?

Giorgio Parisi è un nome che suona nuovo ai più ma è ben noto nel campo della ricerca. È il fisico più importante d'Italia e uno dei migliori al mondo. Al momento è impegnato nello studio della fisica delle particelle elementari e contemporaneamente insegna alla Sapienza di Roma.

L'Italia ha investito solo l'1,26% del Prodotto Interno Lordo, contro una media europea del 2%.

Esasperato dai continui tagli ai fondi di ricerca, il mese scorso ha trascurato gluoni e quark per uscire allo scoperto e farsi portavoce della protesta dei ricercatori italiani che, come lui, in Italia non riescono più a fare il loro lavoro.

Il 4 febbraio, con una lettera su Nature, ha esortato l'Unione Europea a far pressione sul Governo italiano perché torni a "finanziare adeguatamente la ricerca in ambito scientifico, portandola ad un livello superiore a quello della pura sussistenza". Alla lettera è seguita una petizione su Change.org che il grandissimo Piero Angela — numero uno della divulgazione scientifica in Italia — si è impegnato a promuovere con un video appello.

Chiamare in causa l'Unione Europea è una mossa doverosa in quanto nel 2007 la Commissione Europea ha stabilito che entro il 2010 gli investimenti in programmi di Ricerca e Sviluppo dei paesi membri non dovevano essere inferiori al 3% del PIL ma — secondo un rapporto OCSE del 2012 — l'Italia ha investito solo l'1,26% del Prodotto Interno Lordo, contro una media europea del 2% — ben lontana dal 3% di Finlandia, Svezia, Germania e Danimarca.

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Parisi denuncia inoltre che "in 8 anni l'Italia ha perso il 20% dei finanziamenti, il 20% del personale, il 20% delle strutture e in un mondo dominato dalla conoscenza, un Paese che non investe in Ricerca, Sviluppo e Cultura non ha futuro." Garantire ai ricercatori italiani i fondi sufficienti per finanziare i loro progetti di ricerca è di primaria importanza per le loro carriere e per l'economia italiana.

Per capire meglio come sono ripartiti i fondi italiani destinati alla ricerca dobbiamo entrare in un vortice di sigle incomprensibili, quindi andate a cercare un'aspirina perché tra un po' vi verrà il mal di testa.

Attualmente il Governo supporta la ricerca in minima parte con l'FFO, il Fondo di Finanziamento Ordinario destinato al MIUR che copre anche i costi di mantenimento delle Università; con i bandi PRIN -- a supporto dei progetti di ricerca di base e di interesse nazionale e coperti dai fondi FIRST -- e con i bandi FIRB, finalizzati a supportare ricerche di durata triennale, ad alto contenuto scientifico e tecnologico che generalmente trattano tematiche di rilievo internazionale.

Esistono anche i finanziamenti CNR, SIR e MAE ma da una recente discussione con i ricercatori del ROARS è emerso che i bandi per la loro assegnazione sono sporadici e i fondi sono scarsi, il che li rende pressoché inutili nella pianificazione di programmi di ricerca a lungo termine.

I primi ad aver subito un drastico taglio sono gli FFO, ridotti di 800 milioni di euro tra il 2009 e il 2010 e di ulteriori 100 milioni tra il 2014 e il 2015.

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Nel 2012 è toccato ai PRIN e a fronte dei 331 milioni di euro di necessari a finanziare i progetti idonei al bando, il Governo ne ha stanziati solamente 38 tanto che il MIUR è riuscito a finanziarne solo l'11%.

Secondo le previsioni della senatrice vita Elena Cattaneo nel 2016 la situazione peggiorerà, il MIUR avrà a disposizione solo 58,8 milioni per finanziare sia i PRIN che i FIRB.

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Proiezione dell'andamento dei finanziamenti PRIN dal 2002 al 2020.

Assieme al settore della ricerca, è tutta l' Università ad arrancare: mancano i fondi per rinnovare l'organico, l'età media dei docenti è di 52 anni e quella dei ricercatori di 42. Per l'OCSE "l'Italia è uno dei paesi sviluppati con il minor numero di ricercatori al mondo" con 4 ricercatori ogni 1000 occupati, senza contare che si tratta per lo più di precari con scarse prospettive di carriera. È dal 2011 che il sistema educativo italiano non riesce più a competere con quello dei paesi industrializzati e le cifre dei nostri investimenti in Ricerca & Sviluppo sono paragonabili a quelli dei paesi in via di sviluppo, come la Turchia — con la differenza che il loro è un trend in crescita, il nostro in continuo calo. Continuando così, nei laboratori di ricerca tra qualche anno si utilizzeranno solo abachi e tavolette d'argilla.

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Nonostante ciò le ricerche italiane continuano ad essere di qualità e di forte impatto internazionale — tutto merito del talento dei nostri bistrattati ricercatori.

L'indicatore della produttività della ricerca di una nazione si misura con l'h index, calcolato in base alla quantità di pubblicazioni e alle citazioni che queste ricevono. A gennaio il Sole 24 ha evidenziato che siamo al settimo posto su scala mondiale per la qualità delle ricerche, e con un h index di 713 superiamo Danimarca (418) e Svezia (614), paesi che investono in Ricerca & Sviluppo più del 3% del PIL, in proporzione quasi 2 volte quello che investe l'Italia. Tutte queste cose Parisi le conosce bene, ben 73 punti dell'h index italiano li dobbiamo ai suoi studi.

Anche se questi dati ad una prima occhiata sembrano incoraggianti, sono in realtà pericolosi per l'economia italiana: l'alta competitività dei nostri ricercatori e la mancanza di risorse li spinge a trasferirsi all'estero per proseguire i loro studi. Attualmente sono 12 mila — e potrebbero diventare 30mila entro il 2020 - i ricercatori che hanno lasciato l'Italia dopo aver trovato all'estero i fondi necessari a finanziare i loro studi.

Il Brain Drain, o fuga dei cervelli, è costato all'Italia 5 miliardi di euro in dieci anni e per giustificare le spese di formazione di un ricercatore di alto livello è necessario far fruttare le sue qualità in Italia, offrendogli delle opportunità di carriera adeguate alle competenze acquisite. Allo stato dei fatti stiamo regalando ai paesi esteri i nostri preparatissimi ricercatori, la cui istruzione ci costata 150 mila euro cadauno.

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Tornando alle odiosissime sigle, un altro modo per capitalizzare gli investimenti in ricerca è incrementare i fondi FIRB, a sostegno dei programmi di ricerca triennali.

In questo modo i progetti di ricerca diventano più competitivi a livello europeo e possono concorrere all'assegnazione dei fondi Horizon2020 del Programma Quadro con cui l'Europa ha stanziato 81,6 milioni di euro da assegnare ai progetti più meritevoli. Data l'eccellenza della nostra ricerca — con un adeguato supporto economico ai gruppi di ricerca — non sarebbe difficile ottenere i finanziamenti europei, ma per ora la partecipazione al Programma Quadro ha causato al Governo una perdita annuale di 300 milioni; a fronte di un contributo di partecipazione al programma di 900 milioni, la comunità europea ha elargito fondi per un totale di soli 600 milioni di euro.

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Fondi destinati ai programmi Quadro di ricerca dal 1984 al 2020

Questa serie di tagli fa pensare a una carenza di liquidità nelle casse dello Stato ma la realtà è tutt'altra.

Mentre la ricerca agonizza, Renzi fa lo splendido e stanzia un miliardo e mezzo di euro per lo sviluppo del progetto Human Technopole che si occupa di riqualificare gli spazi Expo in un polo scientifico. Il MIUR guarda caso non è coinvolto nella gestione del progetto, rimanendo anche sta volta a bocca asciutta. L'incarico è affidato all'IIT di Genova, un ente di ricerca controllato dal Governo, una "struttura non molto nota e già accusata in passato di un uso non efficiente di ingenti fondi statali" dice il Post.

Anche Elena Cattaneo - senatrice a vita e professoressa universitaria - definisce quella di Renzi un'iniziativa di propaganda politica e aggiunge "servirebbe mettere un limite all'arbitrio della politica, che dovrebbe solo scegliere gli obiettivi da perseguire. Si lasci alla libera e meritocratica competizione tra idee la selezione dei mezzi migliori per raggiungerli".

Insomma, i ricercatori non chiedono altro che fare quello per cui sono stati formati - negar loro i fondi di ricerca è puro sadismo oltre che estremamente controproducente a livello economico.

Chiunque volesse supportare l'appello di Parisi e degli altri 69 illustri scienziati che si sono uniti alla petizione per salvare la ricerca in Italia, è invitato a lasciare la sua firma qui.