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​Cosa può fare Anonymous contro l’ISIS?

Sono ormai alcuni giorni che la cyberwarfare di Anonymous contro l'ISIS sta andando avanti. Quali sono i suoi strumenti, e cos'altro può fare?

di Federico Nejrotti
18 novembre 2015, 12:53pm

Lunedì 16 novembre, pochi giorni dopo gli attentati di Parigi, l'account ufficiale di Anonymous ha caricato su YouTube un nuovo video all'interno del quale dichiara ufficialmente guerra all'ISIS, "per difendere i nostri valori e la nostra libertà noi smaschereremo i membri dei gruppi terroristici responsabili di questo attacco."

L'operazione #OpParis vuole essere la più grande mobilitazione nella storia del gruppo e segue naturalmente le intenzioni e i metodi delle precedenti #OpCharlieHebdo e #OpIceISIS, che avevano portato alla chiusura di numerosi account Twitter gestiti da membri dello Stato Islamico e attraverso i quali veniva portata avanti la campagna di propaganda del Califfato.

Le dichiarazioni di Anonymous sono state accolte in maniera quasi del tutto positiva, e secondo la loro webchat 'ufficiale' AnonOps al momento gli account identificati e segnalati—non tutti ancora ufficialmente oscurati—a Twitter "sono più di 10.000, e le statistiche sono in fase di ricompilazione quindi il numero potrebbe salire in fretta." Il quadro della situazione però è piuttosto spinoso: #OpParis è un'operazione inaugurata da Anonymous nella sua totalità, non da una divisione indipendente come spesso è accaduto in altre occasioni, e proprio per questo il rischio che non tutti gli ingranaggi girino nella maniera corretta è alto.

#OpParis è un'offensiva meccanica, "le persone ci aiutano segnalandoci i profili Twitter di presunti jihadisti affiliati all'ISIS, questi profili vengono inclusi in alcuni elenchi pubblici e privati che abbiamo a disposizione—dopodiché procediamo a verificarli, per assicurarci di star andando a segnalare proprio il profilo di un affiliato ISIS e infine la lista di profili viene data in pasto ad un bot che procede alla segnalazione automatica dei profili a Twitter."

Potremmo spendere tanti altri paragrafi per spiegare come Anonymous stia combattendo l'ISIS, ma su La Stampa Carola Frediani ha esaurito l'argomento nella maniera più dettagliata possibile, quindi eviterei di essere ridondante. Per farla breve: la cyberwarfare combattuta da Anonymous è un altro fronte della guerra contro l'ISIS, e prevede il contrasto dei mezzi informatici e digitali sfruttati dallo Stato Islamico per diffondere la propria ideologia nel mondo.

In un certo senso #OpParis sembra essere la prima operazione di Anonymous pensata con attenzione in ogni suo aspetto, "#OpParis non è un'offensiva portata avanti attraverso tecniche illegali, noi ci occupiamo di segnalare dei profili Twitter al momento," mi spiega un Anon sul canale di AnonOps.

"Facciamo crowdsourcing chiedendo a tutti di inviarci le loro segnalazioni, ma siamo poi noi in prima persona a verificare gli account e a inserirli nel nostro sistema di segnalazione—i problemi arrivano da alcune leggi vigenti in singoli stati, e sicuramente, benché la nostra operazione non sia illegale, almeno in Italia il nostro movimento non è ben visto dalle forze dell'ordine, dunque veniamo identificati come delinquenti in ogni caso. Abbiamo cercato di rendere #OpParis il più indolore possibile per chiunque volesse contribuire."

Questa volta il problema non è di Anonymous, ma dei governi che non solo non vogliono collaborare con il movimento—e tanto meno il movimento vuole collaborare con i governi—ma non provano nemmeno a sfruttare il vantaggio che la temporanea chiusura di diverse migliaia di account Twitter appartenenti all'ISIS offre.

Cosa può fare, dunque, Anonymous contro l'ISIS? La risposta è nient'altro.

Quella contro l'ISIS è più di tutte una guerra di propaganda: il problema non sono i grandi contingenti armati, ma i gruppi etnici figli di zone dell'Europa in cui razzismo e segregazione non sono mai stati davvero combattuti, "A furia di ripetere verità ovvie (forse anche necessarie) come il fatto che i musulmani non sono tutti terroristi e che i terroristi non sono tutti musulmani, a furia di reagire alle sciocchezze scritte dai vari Maurizio Belpietro, Matteo Salvini e Christian Rocca, il rischio è che si finisca per sottovalutare che il problema del terrorismo va ben oltre un pugno di "lupi solitari" che possono essere facilmente isolati dalla popolazione," scrive Raffaele Alberto Ventura su Prismo.

Sono proprio questi gli strati sociali più influenzabili dai messaggi online dell'ISIS: messi con le spalle al muro da politiche interne che mai hanno voluto realmente avviare un processo di integrazione nei loro confronti, questi cani sciolti trovano nell'ISIS l'unica via di uscita da una realtà per loro estremamente opprimente—ed è qui che i governi dovrebbero agire, se non per prevenire con politiche interne più funzionali, perlomeno per curare tarpando le ali alla macchina della propaganda jihadista.

Cosa può fare, dunque, Anonymous contro l'ISIS? La risposta è nient'altro, Anonymous non solo sta facendo tutto ciò che è in suo potere, ma lo sta facendo con una precisione e una cura invidiabili.

Su ForeclosurePedia, in un articolo risalente all'agosto scorso, il problema del rapporto tra Anonymous e cyberwarfare viene esposto in maniera piuttosto chiara, "#OpISIS (come oggi #OpParis, ndr) è in gran parte una guerriglia di informazione. Noi, in quanto Nazione (per ForeclosurePedia gli Stati Uniti, ma il discorso vale per tutti, ndr) non siamo attrezzati per difenderci da questo tipo di attacchi, né tanto meno per partecipare all'offensiva. Il motivo principale per cui il nostro intero governo sembra incapace di sviluppare questa consapevolezza è da ritrovarsi nel fatto che è concentrato principalmente sulla guerriglia cinetica. Non solo non stiamo vincendo la cyberwarfare, ma non vi stiamo nemmeno prendendo parte perché non la comprendiamo. Non riuscendo a comprendere questo aspetto del nemico, siamo incapaci, in quanto Nazione, di generare i presupposti necessari per portare avanti una guerra cinetica."

In questo senso, quindi, gli sforzi di Anonymous rischiano di contribuire soltanto a scalfire la corazza della macchina della propaganda dell'ISIS. Humera Khan, a capo di Muflehun, un think tank americano che lavora nell'ambito della lotta all'estremismo islamico, ha spiegato all'MIT Technology Review che "Coloro che stanno portando avanti questa cyberwarfare contro l'ISIS si contano nell'ordine delle decine. Ciò non è sufficiente. Gli account sui social media che supportano l'ISIS sono invece esponenzialmente superiori ai primi. Per ciò che riguarda le campagne di reclutamento, quella dell'ISIS è una delle voci più forti. Il loro messaggio è affascinante, e di fatto una contro-offensiva a questo tipo di messaggio manca del tutto. La cyberwarfare dei governi non è interattiva, è uno scontro pensato in maniera unilaterale e privo dei presupposti necessari per trasformarsi in un dialogo." E l'unico modo per evitare che questo messaggio arrivi alle frange sociali europee che stanno alimentando il contingente dei foreign fighters è creare un dialogo che renda chiara la vera natura dell'ISIS.

Quello dell'ISIS è un movimento sociale—il suo messaggio riesce a sfondare le barriere della "Fortezza Europa" attraveso i social media perché i governi occidentali non comprendono la possibilità che Twitter stia giocando un ruolo fondamentale in questo senso.

Ciò non significa, però, che l'unica via percorribile sia quella dell'incremento della sorveglianza su internet—invece, è necessario che i governi comprendano a fondo il messaggio dell'ISIS per carpire le ragioni per cui attecchisce così facilmente in Europa. La chiamata non è quella per una "occidentalizzazione forzata", ma anzi, per comprendere che integrazione non significa tentare di annullare le differenze tra i vari gruppi etnici, ma accettare una società multiculturale priva di segregazione, e allo stesso tempo sufficientemente compatta da non rischiare di essere sedotta da ideologie estreme e nocive, come nel caso dell'ISIS.

L'obiettivo dell'ISIS è instillare in questi strati sociali l'idea che l'unico modo per far valere la loro identità culturale sia attraverso i modi e gli obiettivi del Califfato—non è così, non deve essere così, e l'unico modo per evitare che ciò succeda è bruciare le teste dell'idra della propaganda jihadista. Anonymous si sta occupando di tagliare queste appendici, ma a causa dell'assenza di una compartecipazione attiva alla cyberwarfare da parte dei governi, queste teste sono destinate a ricrescere, probabilmente più forti e spettralmente pericolose di prima.

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