Abbiamo incontrato i boss del traffico di esseri umani del cartello di Sinaloa
Illustrazione di Che Saitta-Zelterman

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Abbiamo incontrato i boss del traffico di esseri umani del cartello di Sinaloa

Comanche e Juan sono quasi invisibili, questo è il loro obiettivo.
22.4.16

Comanche è appoggiato al bagagliaio di una coupé grigia e ha in mano uno walkie-talkie. In spalla ha un ricevitore sintonizzato con la radio del dipartimento di polizia.

"Ci sono persone che si dedicano solo ai migranti, altre alla droga", dice Comanche mentre ci offre una birra.

"E se ti lasci fregare uno zaino con della droga, ti ammazzano" ha aggiunto Juan, un giovane coyote, trafficante di migranti, che lavora per Comanche. Quelli che ti uccidono, chiaramente, sono i boss del cartello.

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Sentiamo un rumore alla nostra destra. È una guardia notturna che si è affacciata dal palazzo di El Diario de Sonora, un giornale locale di Nongales, nello stato di Sonora in Messico. Sorride, saluta Comanche e ritorna dentro l'edificio. Comanche, dopo aver ricambiato il sorriso, abbassa il volume del walkie talkie e si stappa una birra.

Sarebbe stato meglio evitare di incontrare il boss di un cartello e il suo coyote di fronte all'ufficio di un quotidiano. Esistono luoghi più riservati. Secondo il piano originale il ritrovo doveva essere in un bar del centro.

Ma i piani cambiano.

*

È una limpida e fresca notte di febbraio. Un cane abbaia in lontananza. La radio di Comanche gracchia in continuazione.

Siamo in mezzo al parcheggio sterrato di El Diario, in un barrio sperduto di Nongales, nel Messico, che confina con l'omonima città appartenente allo stato dell'Arizona. Questa comunità dalla doppia nazionalità è conosciuta anche come Ambos Nogales (le due Nogales). Lungo il confine tra Messico e Stati Uniti, questo è il principale punto d'ingresso per i migranti.

Siamo arrivati fin qui per passare un po' di tempo assieme a Comanche, il boss di una plaza del cartello Sinaloa, e Daniel, uno dei suoi trafficanti di esseri umani, o pollos. Hanno accettato di incontrarci tramite un intermediario via Whatsapp, ora criptato. L'incontro fa parte di un'indagine di Motherboard che ha il fine di comprendere come funziona il controllo a distanza nel traffico di essere umani. Abbiamo provato a scoprire in che modo i polleros come Daniel riescono a mettersi in contatto con i migranti, o pollos, attraverso telefoni cellulari prepagati da quattro soldi (i burners).

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Gli agenti della Pattuglia di Frontiera degli Stati Uniti chiamano questa tattica il "controllo remoto". È l'ennesimo passo avanti nella corsa agli armamenti fra le autorità e i cartelli, che controllano il traffico di droga e di esseri umani. I migranti stanno nel mezzo.

Tramite questa indagine abbiamo scoperto che i telefoni prepagati permettono ai migranti di attraversare la frontiera in maniera più sicura e allo stesso tempo rendono il business dei trafficanti più efficiente. Il traffico di esseri umani non è mai stato svolto in maniera così diretta.

Sono quasi invisibili, questo è il loro obiettivo.

Daniel, un pollero sulla ventina stranamente loquace, guidava i migranti attraverso la frontiera con il controllo remoto, sfruttando la posizione favorevole di un condominio situato in cima a una collina della città di Nogales, nello stato di Sonara. Era orgoglioso di essere un contrabbandiere e non avrebbe avuto problemi a mostrarci come funziona il controllo remoto. Purtroppo, però, non siamo riusciti ad incontrarlo. Qualche giorno prima che arrivassimo in città, Daniel è stato ucciso a colpi di pistola, in strada, vicino al confine.

Quindi Comanche, in assenza di Daniel, ci ha presentato Juan. Quest'ultimo ci ha spiegato che non si fida dei cellulari dei suoi pollos, perché pensa che gli ufficiali di frontiera statunitensi ne controllino i movimenti. Questa sua ossessione ci fa pensare che il cartello stia cercando di sviluppare nuove tecniche di contrabbando. Le forze dell'ordine, infatti, utilizzano strumenti molto avanzati, come StingRays o Triggerfish, che raccolgono i dati telefonici simulando dei ripetitori cellulari in tempo reale.

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Juan ha accettato di parlare con noi del perché le autorità di frontiera utilizzino questi sistemi di spionaggio anche per monitorare i pollos e i coyote come lui. Juan e Comanche, che usano smartphone, ci hanno anche spiegato l'eterno gioco del gatto e del topo che sta dietro il traffico di migranti e gli sforzi per bloccarlo da entrambe i lati della frontiera. Questa è la prima volta che i due contrabbandieri parlano con i media.

*

Un recinto in ferro alto dai 5 ai 10 metri è tutto quello che separa il confine tra Messico e Stati Uniti lungo il territorio fra le due Nogales, ma è anche la ragione del traffico di migranti.

Nel deserto non c'è nessun muro, solo una barriera di filo spinato alta un metro.

Ed è qui che entrano in gioco Comanche e Juan.

Comanche è a capo di una cellula del traffico del cartello di Sinaloa nelle due Nogales. È il boss di una plaza. Il che significa che è responsabile delle operazioni in una determinata zona del territorio del cartello. Probabilmente non è il jefe, il capo della zona, ma sappiamo che supervisiona alcune aree della plaza di Nogales. Ha 47 anni.

Poi c'è Juan, nome fittizio che gli abbiamo dato per proteggere la sua identità. Lui traghetta i pollos da circa un anno. Si è appena acceso una sigaretta, ha stappato una birra e ha sputato in terra, nella polvere. Ha 25 anni.

Quello stesso giorno ci eravamo incontrati in un McDonald's vicino al centro di Nogales, nello stato di Sonora. Comanche e Juan non coincidono con lo stereotipo del narcotrafficante. Non indossano chino bianchi o stivali eccentrici, e nemmeno cappelli da cowboy. Non sono arrivati in BMW, ma con la macchina sgangherata di Comanche, che sbanda a destra e a manca.

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Sono quasi invisibili, questo è il loro obiettivo.

Comanche è alto circa un metro e sessanta e ha l'aspetto di un vecchio pugile: ha la pancia, un'andatura indolente e vacillante e grosse dita consumate che risaltano quando ti stringe la mano. I suoi capelli corti e neri sono diventati grigi sulle tempie e anche i baffi hanno subito la stessa sorte. Ha una fronte ampia e occhi castani che spalanca ogni volta che vuole enfatizzare qualcosa. Indossa una sporca felpa grigia e nera sopra una polo arancione e i jeans si adagiano logori sulle sue Puma. Sputa regolarmente per terra e la sua risata è rauca all'inverosimile.

In altre parole, Comanche non è il tipico boss di un cartello. Non si presenta certo come tale. Ma in realtà non è poi così difficile accorgersene.

Comanche parla della "mi gente". La mia gente.

Dice cose come: "Tengo a la gente en un viaje". Guido la mia gente in un viaggio verso gli Stati Uniti.

Oppure, " Ci saranno sempre dei pinche pollos". Dei maledetti migranti.

E "La gente? Sono solo un pinche billete". Una piccola, dannata spesa.

Si ha l'impressione che Comanche sia ben posizionato nella gerarchia interna del cartello. Però non è chiaro da quanto tempo faccia parte del crimine organizzato e se sia sempre stato affiliato al cartello. Secondo Luis, il nostro corrispondente esterno freelance che segue da molti anni i traffici illegali e il cartello messicano, Comanche ha diversi ruoli all'interno dell'organizzazione. Luis lo aveva incontrato un anno fa e Comanche gli aveva detto che in quel periodo stava lavorando per un'unità investigativa speciale della polizia giudiziaria. E anche che gestiva un bar clandestino a Nogales che apriva alle 3 di notte – "Perché non fate un salto?" – e che di recente aveva collaborato con El Diario. Ci ha mostrato un tesserino del quotidiano scaduto dal 2005.

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Juan accanto a Comanche sembra un bambino. E' alto un metro e settanta, ma è molto più magro e distaccato rispetto al suo superiore. Ha un filo di baffi, la testa rasata e indossa un paio di jeans, le Puma e una felpa con il cappuccio. Porta un cappello nero da baseball abbassato sulle sopracciglia. Di tanto in tanto si lecca l'apparecchio che gli riveste i denti superiori. Quando non parla, ovvero quasi sempre, i suoi tristi occhi castani fissano il vuoto.

Illustrazione di Che Saitta-Zelterman

Juan traghetta dai 10 ai 15 pollos a settimana. Ha iniziato a trasportare migranti incoraggiato da un amico al quale adesso non rivolge più la parola e che, a quel tempo, non gli dette molti consigli sul lavoro che avrebbe dovuto svolgere. La maggior parte delle volte, ci racconta Juan, i suoi superiori li incrocia per strada. E loro gli dicono, Andiamo!

Lui e i suoi pollos attraversano il confine in un punto che è "molto distante" dalle Due Nogales, ci spiega Juan. Non ci rivela esattamente dove si trovi, ma si capisce che è fuori dalla città, quel tanto che basta per non ritrovarsi di fronte a un vero e proprio "muro". C'è solo una staccionata alta un metro che serve da barriera per le automobili, sopra la quale passano dalle 3 alle 4 persone alla volta. Juan non utilizza mappe o GPS, ha tutto il percorso stampato nella mente.

"L'ho imparato molto bene", dice.

Ma può succedere di perdersi nell'oscurità. Molte traversate si fanno di notte, specialmente nei mesi più caldi, dato che di giorno le temperature raggiungono i 40 gradi. Di notte tutto comincia a sembrarti uguale.

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"Io seguo il mio istinto", dice Juan.

Nel migliore dei casi devono fare una camminata di tre giorni attraverso il deserto per arrivare in un luogo stabilito, dalla parte americana. E qui entra in gioco un altro pollero, che arriva in macchina, carica i migranti e se ne va.

Tutto è minuziosamente coordinato.

"Calcolano il tempo", dice Comanche. "Arrivano sempre in perfetto orario".

Tre giorni dopo Juan torna indietro. Questa volta da solo. Dorme sulle colline e si nasconde nei canyon. Se si perde o se rimane ferito, nessuno può aiutarlo. Non può nemmeno chiamare i soccorsi, perché non ha con sé un telefono.

I pollos pagano dai 3000 ai 4000 mila dollari per attraversare la frontiera, dice Juan. (Ci confessa che lui trasporta solo migranti, mai la droga, e ci spiega che i contrabbandieri guadagnano all'incirca 1800 dollari, se riescono a portare un carico di narcotici al di là del confine). Juan è l'ultimo anello nella catena del contrabbando del cartello di Sinaloa. I pollos vengono riuniti per poi essere spostati da una casa rifugio all'altra, fino a che non finiscono nelle mani di Juan. Lui guadagna 1400 dollari per ogni persona che riesce a trasportare oltre il confine.

"Sono tutti molto sospettosi. Nessuno utilizza il cellulare."

Nemmeno i migranti che viaggiano con Juan si portano dietro il cellulare. Lui e i suoi superiori spengono e sequestrano tutti i telefoni per paura che i rilevatori de La Migra riescano ad intercettarli. Quando l'alta tecnologia batte la bassa tecnologia, meglio non utilizzare alcuna tecnologia, recita il detto.

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"Tutti sono molto sospettosi, qui", ci dice Juan "Nessuno utilizza il cellulare".

Inoltre, aggiunge Comanche, i boss non vogliono rischiare di ritrovarsi un "pollo infiltrato" che manda soffiate con il suo telefono. E così, nel momento in cui Juan si ritrova con i suoi pollos, i loro cellulari sono già stati spenti e confiscati.

C'è un percorso, però, nel quale i migranti devono portarsi dietro il cellulare, ci raccontano Juan e Comanche. È la rotta "attraverso la linea di confine": si passa normalmente la frontiera, attraverso Le due Nogales, con un documento di identità fasullo fornito da un pollero. Se si passa dal posto di blocco il costo aumenta: 5500 dollari.

In tutti gli altri casi, i boss non si fidano dei cellulari, dice Juan. Non utilizzano nemmeno Whatsapp per comunicare tra di loro. È una strana dichiarazione, visto che abbiamo comunicato con Comanche, e per estensione anche con Juan, solo tramite Whatsapp.

Illustrazione di Che Saitta-Zelterman

La diffidenza nei confronti dei telefoni di cui ci hanno parlato Juan e Comanche, però, non deve essere interpretata in modo sbagliato. Non è che tutti i migranti, i contrabbandieri o i boss di una plaza non utilizzano i cellulari o evitano di farlo. Molte persone, da entrambi i lati del confine, ci hanno assicurato il contrario.

È logico che alcuni polleros o coyote temano che le autorità possano controllare l'attività dei loro telefoni. Soprattutto se ad occuparsene è la rete di sicurezza La Migra. E quello che ci hanno raccontato Juan e Comanche riguardo la loro abitudine di confiscare i telefoni ai pollos, non è poi così diverso da quello che abbiamo sentito in giro.

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Ma siamo sicuri che le autorità stiano veramente monitorando i cellulari dei migranti e delle guide, anche se di scarsa importanza? Probabilmente no.

Le forze dell'ordine locali, statali e federali utilizzano strumenti di intercettazione come StingRays e TriggerFish, che simulano la funzione dei ripetitori, per ottenere dati utili dai telefoni che intercettano. Ma queste tecnologie vengono utilizzate solo per importanti indagini criminali, non certo per localizzare gruppi di pollos guidati da un coyote. Oltretutto, StingRay e TriggerFish funzionano solamente quando il telefono è acceso.

In poche parole, Juan e i suoi superiori non hanno di che temere. Dovrebbero semmai accertarsi che le autorità di frontiera non seguano le loro tracce. Le impronte, dei rami piegati, o qualsiasi altro segno del loro passaggio potrebbero essere una pista che rischia di incastrarli. La paranoia non è strana nella più ampia veduta del moderno traffico degli esseri umani. Ma essere tecnofobi spinti lo è.

Una cosa che sicuramente spaventa Juan sono i pericoli che si presentano sulla linea di confine. Nel 2013, uno degli anni più violenti che si ricordi, sono stati rinvenuti 168 corpi senza vita nel deserto dell'Arizona. Quando si attraversa la frontiera, guide di basso rango come Juan o persone come Chino, un immigrato clandestino di 33 anni messicano che vive a New York e che ci ha raccontato di aver attraversato il confine quattro volte, si trovano di fronte al rischio di rimanere feriti, di essere derubati, torturati, violentati, uccisi o semplicemente "scomparire".

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Juan ci racconta di aver particolarmente paura dei bajadores. Nel dialetto locale significa "gli scippatori". Mettiamo che un coyote come Juan si trovi nel bel mezzo del deserto, lontano chilometri dalla città. Arriva un bajador che gli ruba tutti i soldi e anche i migranti. Indovinate chi è che deve ripagare il boss, ovviamente se il bajador non lo ha ucciso dopo essersi preso tutti i pollos?

"Se un bajador non vuole lasciarti lì, ti uccide", dice Comanche. "Vedono solo i soldi. Anche se ci sono persone loro vedono solo i soldi".

Comanche nota qualcosa fuori dal McDonald's. Allunga il collo per vedere meglio. Si rilassa un secondo e beve un sorso della sua Coca Cola. Il suo telefono emette un suono.

*

Da Pancho Villa, un bar nel centro della Nogales messicana, si vede la barriera di confine. E' la sera di un giorno feriale e le strade sono deserte. Ci incontriamo qui con Comanche e Juan per le 22:00. Ordiniamo delle birre. Loro prendono delle Tecates, noi le Indios.

Dopo qualche chiacchiera i ragazzi ci dicono di non sentirsi a loro agio. L'hotel a fianco è famoso per essere un rifugio per i pollos che aspettano i loro polleros. Ci sono esponenti del cartello rivale nei paraggi, ci dice Comanche, ed è probabile che ci stiano ascoltando. Teme un levanton, ovvero ha paura di essere derubato.

È meglio spostarsi.

Gif di Che Saitta-Zelterman

Finiamo le birre, ci allontaniamo da Pancho Villa e decidiamo di incontrarci in un posto lontano dalla città, magari nel piazzale vicino al nostro albergo. Quindi cominciamo a spostarci in quella direzione. Loro ci fanno strada con il catorcio di Juan e noi li seguiamo con la macchina a noleggio di Luis. Un'auto alle nostre spalle sembra avvicinarsi più del dovuto. Ci staranno pedinando?

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Il telefono di Luis emette un suono. E' un messaggio Whatsapp di Comanche. L'hotel non è una buona idea, dice. Troppo rischioso. Incontriamoci alla sede di El Diario.

Continuiamo a guidare, in silenzio. Siamo stati attirati in una trappola? Probabilmente no. E che succede se il cartello o qualche superiore di Comanche scopre che stiamo parlando con lui e Juan? E poi, Comanche ha una pistola con sé? Luis sospetta di sì.

E cosa succede se arriva la polizia? In Messico non è sempre bello averci a che fare, se non sei un membro del cartello. Comanche ci ha detto che c'è un accordo tra Sinaloa e la polizia locale di Nogales. Quindi, se arriva la polizia? Basta dire la parola d'ordine e non ci saranno seccature.

"Dovrei trovarmi un altro lavoro."

Ci fermiamo davanti alla sede di El Diario e della polizia non c'è traccia. Juan sta pisciando dietro un albero, mentre Comanche ci spiega che il traffico di migranti nelle Due Nogales non è più quello di una volta.

"Ora è tutto più complicato", ci dice. Una volta ti capitava di imbatterti nei polleros che attraversavano il confine. "Li guardavi e dicevi 'Hey, ragazzi, quanti pollos. Adesso non è più così."

"La gente ha paura", aggiunge Juan. E anche lui, ovviamente. Il guadagno è buono. Abbastanza buono da poter mantenere i propri figli. Ma è troppo rischioso. "Dovrei trovarmi un altro lavoro", ammette.

Fino ad allora si guadagnerà da vivere trasportando i pollos.

"Sono persone con delle necessità, come me", dice Juan. Sono dei poveracci. Non abbandonerebbe mai nessuno lungo il cammino. "Mi sentirei un bastardo". Una volta, ci racconta, ha portato in braccio per un paio di chilometri una donna anziana che si era fatta male a una gamba.

"Quasi tutti sono originari di qui", dice. "Del Messico. Veniamo tutti da qui."

Questo articolo fa parte di BORDER LINES, una serie di Motherboard sulle tecnologie che favoriscono il traffico di esseri umani al confine tra Messico e USA.