Club Dogo
Immagine di copertina tratta dalla copertina di 'Vile denaro'

Per la gente. Una storia dei Club Dogo

Cronaca dei Club Dogo, il gruppo che ha cambiato il rap italiano ricevendo in cambio soldi, successo e un sacco di hater.
22.1.21

Ci sono due modi per cominciare questo articolo. Il primo recita così: i Club Dogo sono un trio di rap italiano, nato nel 2002 dalle ceneri delle Sacre Scuole. Il gruppo incide il suo primo, storico,  album nel 2003, Mi Fist. Il secondo è questo: Quando avevo quindici anni i b-boy mi guardavano male perché indossavo la maglietta di Vile Denaro ai concerti di Kaos One...

La verità però è che, se preso da solo, nessuno dei due incipit riuscirebbe a dare conto dell’importanza che i Club Dogo hanno avuto nella storia della musica italiana, perché questa importanza si articola su due livelli allo stesso tempo. Un piano individuale e un punto di vista collettivo.

L’importanza che i Club Dogo hanno avuto nella storia della musica italiana si articola su due livelli allo stesso tempo: un piano individuale e un punto di vista collettivo.

Individuale, perché quale sia stata la propria posizione in rapporto ai Club Dogo, questa dice molto sul tipo di persona che eravamo e che volevamo essere. C’erano motivi precisi per cui chi ascoltava i Club Dogo li ascoltava, e motivi altrettanto precisi se chi non li ascoltava se ne teneva a distanza e magari li dileggiava. Inoltre, tutti questi motivi avevano solo parzialmente a che fare con la musica.

Collettivo, perché prima dei Club Dogo il rap in Italia si faceva in un modo e da Mi Fist in poi si è iniziato a fare in un altro. Dopo l’uscita di questo disco, che ridà vigore ad una scena mai del tutto ripresasi dall’addio alle scene di Neffa con Chico Pisco, la prima generazione di rapper italiani—brutalizzando un po', quella legata alle posse, che vedeva il rap come epifenomeno della sinistra extraparlamentare—ha ceduto, o meglio è stata costretta a cedere il testimone a questi tre giovani rampanti di nome Guè Pequeno, Jake La Furia e Don Joe (nel 2003 Guè detto il Guercio ha 23 anni, Jake detto Fame ne ha 24, Joe detto Joevanni ne ha 28).

L’importanza collettiva del trio non si esaurisce nell'aver resuscitato il rap italiano quando sembrava morto e sepolto (e sarebbe stato già abbastanza per un posto assicurato nei libri di storia), perché la loro portata culturale è stata immensamente più grande e non confinata in un ambito localistico: per utilizzare una parola stanca e logorata dall'uso, i Club Dogo sono stati generazionali. Sono stati per gli anni Zero, e oltre, quello che gli 883 sono stati per gli anni Novanta, e che I Cani di Niccolò Contessa sarebbero stati per il decennio successivo. Come sintetizza Contessa in un’intervista rilasciata proprio a VICE: se mia figlia volesse capire com’era il 2013 in Italia “io le farei ascoltare i Club Dogo”.

Con l'introduzione nelle canzoni di tematiche pulp Jake, Guè e Joe  hanno  fatto da apripista ai giovani trapper di oggi, creando da zero un mercato che prima semplicemente non esisteva: se oggi nei pezzi italiani che sfondano le classifiche e i record ci sono quasi soltanto il materialismo, la cocaina e lo status symbol, senza che nessuno ci faccia  granché caso, è perché nel 2010 è uscito "Che Bello Essere Noi"—e ai tempi ci si faceva caso eccome. Tutto ciò che oggi è ampiamente sdoganato, fino a non troppi anni fa era un tabù inviolabile a causa del quale i nostri sono stati relegati ai margini della scena musicale italiana, come dei paria dell'hip hop: non li volevano quelli troppo in basso né quelli troppo in alto.

“Nel 2003 ho fatto il mio primo CD rap
È per questo che probabilmente ora esisti te
Rime nuove, flow nuovo, basi grasse
Lo stai ancora copiando e nemmeno dici grazie"

 (Guè Pequeno, Dogofiero, 2009)

I Club Dogo hanno spaccato a metà il rap italiano, creando una frattura  così profonda all'interno della scena che l'eco si sarebbe riverberata negli anni a venire. I puristi legati alle posse li odiavano perché erano troppo giovani e individualisti, i giornalisti perché materialisti e sessisti e persino i vecchi fan,  disco dopo disco, avrebbero iniziato a odiarli rinfacciandogli di essersi "venduti" e di aver adeguato il loro stile "al mercato". L'accusa degli ex fan è diventata prima un meme, poi il titolo di un loro disco, Non siete più quelli di Mi Fist (2014), a oggi l’ultima fatica discografica dei tre.

Tutti questi conflitti con la vecchia scuola, con la stampa e con i delusi sono riassunti dalle parole dello stesso Guè Pequeno in una preziosa intervista di dieci anni fa, che fornisce un quadro molto  fedele del clima rovente che si respirava allora. All'epoca, il Guercio aveva dissato pesantemente Militant A di Assalti Frontali all'interno della canzone "Middle Finger" e la giornalista Marta “Blumi” Tripodi gliene chiede conto.

Guè risponde così: “La rivista XL, dai tempi di Penna Capitale, pubblica articoli che danno un'immagine sfalsata della band, contribuendo a diffondere tra i giornalisti la nomea dei Dogo come “sessisti, promotori di abuso di droghe e finti-americani”. Guè aggiunge: “All'uscita del disco, l'etichetta e la redazione hanno combinato un'intervista in cui Militant A avrebbe fatto da intermediario: in pratica avevano bisogno di un “traduttore” per capire l'universo Dogo. Più che parlare del disco e della storia del gruppo, la chiacchierata è una sorta di “processo”: parte del suo svolgimento è visibile su Youtube.”

E continua dicendo che “Purtroppo, quando l'intervista viene stampata le premesse vengono confermate: il quadro che ne esce è infatti la solita morale dei Dogo come corruttori di giovani e schiavi della coca e dei soldi. Accusati di rumors demenziali da alcuni centri sociali, ci vengono addirittura messe in bocca delle rime fasciste (!) e molto altro.” Per poi chiudere con, “Da qui il mio freestyle sul mixtape, che è stato un po' uno sfogo anche verso tutta questa situazione di alternativi-retrò-rosiconi-puristi, con una concezione dell'hip hop veramente vecchia e tutta italiana, che ci hanno addirittura dato dei berlusconiani.”

“Io sono Jake e non sono mai stato un b-boy
Non sono più quello di MI Fist, quindi? Cazzo vuoi?”

(Club Dogo, Voi non siete come noi, 2010)

Possiamo tranquillamente affermare che quell'incessante gatekeeping portato avanti in modo compatto era il figlio sano di un contesto musicale chiuso e sclerotizzato, lo stesso in mezzo al quale i Dogo sono riusciti ad aprirsi un varco a colpi d'ariete, modificandone per sempre il DNA.

Parlare di Mi Fist in ogni modo è difficile, perché se n’è parlato fino allo sfinimento e perché è poi diventato l’irraggiungibile e idealizzata pietra di paragone di ogni singolo disco che i Dogo avrebbero pubblicato dal 2003 in avanti; lo spartiacque tra vecchia e nuova scuola in Italia. Gli undici anni che separano un pezzo come "Sfida il buio" (1992) di Speaker DeeMo da "Kyobo ni Tsuki" (2003) pesano come macigni, mentre tra "Kyobo ni Tsuki" e un banger contemporaneo a caso come "Ti levo le collane" (2020) dello stesso Guè sembrano passati pochi mesi, non diciassette anni.

Si tratta di un disco violento, barricadero ma raffinato, che si apre con la storica "Cronache di Resistenza" (nei cui solchi pulsa forte il  G8 di Genova, “ogni infame assassino è uno sbirro fedele al dovere”) e si chiude con l’altrettanto storico anthem “Phra”, che attualizza una traccia di Kaos One di sette anni prima ("Per la vita"). Tra questi due poli ci sono tanti banger classici (la strofa di Jake la Furia in "Kyobo ni Tsuki" da sola varrebbe al disco lo status di classico, con le rime che si arroventano e guadagnano potenza di secondo in secondo), pezzi conscious (“La stanza dei fantasmi,” da molti ritenuta la canzone-capolavoro del trio, bella anche da leggere), la reunion delle Sacre Scuole (in “Tana 2000”, con il leggendario extrabeat di Dargen D’Amico che avrebbe fatto, ehm, Scuola), lo storytelling hardboiled di “Note Killer” (“Scintillanti occhi verdi come i rubini che ho in valigia”), la critica alla Milano pettinata di “Selezione all’ingresso”, nonché le strofe di Don Joe straordinariamente nelle vesti di MC.

E poi, naturalmente, in Mi Fist  c’è anche “Vida Loca”, il capolavoro che Jake la Furia, così tramandano i posteri, scrisse in un quarto d’ora in seguito all’incarcerazione di Emi lo Zio e che si contende la palma di miglior prova solista di Fame insieme alla gigantesca “Serpi”. Mi Fist è un disco “contro”, a sinistra, in cui si respira un’aria “zero compromessi” tipica di una stagione musicale ormai tramontata.

“Vivo a Milano da quando Dio m'ha sputato quaggiù
Finché il cuore non batte più dalla strada nella tv
Déjà vu se vi sento rimare solo di bamba,
Zio, ho fatto il coca-rap prima dei rapper ad Atlanta”

(Club Dogo, Puro Bogotà, 2007)

Gli ingredienti sono gli stessi almeno per i due dischi successivi del trio. La ricetta di Mi Fist sarà replicata, in forma appena più diluita, tanto in Penna Capitale (2006) quanto in Vile Denaro (2007), due dischi più politici di quanto i detrattori siano mai stati disposti ad ammettere già allora.

In Penna Capitale si trova una canzone che da sola avrebbe fatto cadere le accuse rivolte ai Dogo di non “rappresentare il vero hip hop”, o almeno le avrebbe fatte cadere se quelle accuse fossero state meritevoli di analisi ragionate: “Cani Sciolti 2006” è una rivisitazione contemporanea della storica traccia dei Sangue Misto, che ottenne addirittura il beneplacito di Deda che non a caso figura come co-produttore del pezzo assieme a Don Joe. Ovviamente, la canzone non ottiene però il lasciapassare di Gruff, che ne farà un punto d’onore e negli anni non perderà occasione di dire peste e corna dei Dogo in ogni momento, beccandosi anche un dissing nel 2009.

Dogocrazia.jpg

Tra gli altri pezzi di questo disco, che col senno di poi risulta un po’ fuori fuoco, in bilico tra due mondi, è impossibile non citare anche “No More Sorrow”, con una delicata strofa di Guè composta in punta di penna e quasi sussurrata, e “Una volta sola”, il pezzo più conosciuto del disco e spesso riproposto ai concerti, uno storytelling su resilienza e riscatto personale. Vile Denaro arriva l’anno dopo e si dimostra un disco importante per il trio, meno indeciso del precedente, e contiene quella che forse è la prima hit underground dei Dogo, per impatto locale paragonabile alla coeva “Ghetto Chic “dei Colle Der Fomento: è Puro Bogotà, con il leggendario carrarmato del video. Il disco contiene canzoni immaginifiche e visionarie (“La chiave”), prese di posizione molto nette (“Spaghetti western”, contro la Lega), pezzi d’amore (“Tornerò da re”) e ansia (“Dolce paranoia”, che ricorda da vicino "La stanza dei fantasmi").

La seconda hit underground dei Dogo è probabilmente “Benvenuti nella giungla”, title track dell'omonimo mixtape del 2008, che, nel lungo piano sequenza dello street video, mostra cose notevoli: la collana di Guè Pequeno, il New Era indossato a ¾ di Jake la Furia, un saltellante Don Joe ed Emi lo Zio vestiti BAPE. Questo tape anticipa il disco dell’anno successivo, quello con cui la formula vincente del Club avrebbe iniziato a cambiare: Dogocrazia, del 2009.

Due le novità di rilievo su Dogocrazia: “Sgrilla”, la hit che spopola fuori dall’underground, e la scomparsa dall’orizzonte lirico della politica.

Due le novità di rilievo. La prima è che Dogocrazia contiene un’altra hit dei Dogo che spopola fuori dall’underground, “Sgrilla”, che si imprime nelle orecchie grazie ad un ritornello particolarmente kitsch.

La seconda novità è che la politica è completamente scomparsa dall’orizzonte lirico, Dogocrazia è un disco di banger, materialismo e amore sofferto, e che disco! Dentro ci sono featuring leggendari (Kool G Rap, Infamous Mobb) e cose altrettanto leggendarie che sono rimaste per motivi diversi, come ad esempio il singolo "Ragazzi fuori", che è ricordato soprattutto per la delirante strofa di Karkadan (KARRRRKADAN!) e per il video con i quod.

L'anno dopo arriva Che bello essere noi (2010), e il cambio di passo, appena accennato dal disco precedente, risulta sconvolgente. È l'album più pop dei Dogo e il suo intento, evidente e dichiarato, è uno solo: sfondare le classifiche.

Si tratta sicuramente del disco più eretico del trio, tanto nelle sonorità piene di elettronica e di sintetizzatori, con persino dei pezzi apertamente dance, quanto nelle tematiche, visto che ormai il materialismo è esplicitamente rivendicato come cifra stilistica: “Dell'artista impegnato me ne fotto”, canta Guè in "Nuove Nike"—a proposito: è un disco che proviene da un'era in cui Nike si poteva pronunciare in modo da fare la rima con mic senza far storcere il naso a migliaia di sneakerhead. Poco sorprendentemente, è il disco che attira al gruppo le critiche più feroci, e per questo vale la pena analizzarlo un po' meglio.

 Che bello essere noi è sicuramente il disco più eretico del trio.

Una critica insistente che i Club Dogo hanno ricevuto lungo tutto l'arco della loro parabola artistica è quella di essere borghesi, e di non poter quindi "parlare di strada". A questa critica Guè ha risposto in maniera molto lucida nella sua autobiografia, "Guérriero" (2018): “Non promuovo un'adolescenza difficile, una finta criminalità eccetera, ma sono più vero di te! Le mie esperienze di vita sono uniche e le mie liriche sono sempre una cronaca, non sentirai mai che ti vendo un kilo, ma piuttosto che nella stanza ci lacrimano gli occhi dalla quantità di merce che c'è sul tavolo, non dirò mai che ti sparo in faccia, ma che mio fratello ha la glock sotto il sedile.”

“Per la gente” è il manifesto dei Club Dogo, tanto che con questa canzone i tre realizzano una vera e propria autoinvestitura: sono stati eletti portavoce dalla "gente" e sono pronti a reggerne il testimone—in sostanza, a volera radicalizzare, si tratta di una riproposizione contemporanea della “funzione sociale” dell’artista, che canta le vite di chi sta ai margini. Ma chi è la “gente” dei Club Dogo? “I vincenti, perdenti, [per] chi è senza biglietto / i writer, i rocker e quelli della techno / [per] chi si è fatto da solo, [per] chi si è fatto e basta / chi si riempie la nasca, chi si riempie la tasca “.

In questo caso, l'unione fa la forza del Dogo: sono le differenze di background dei due—entrambi di estrazione borghese ma consumi culturali diversi: Jake ha frequentato le discoteche quando giravano le droghe sintetiche, al contrario di Guè—che consentono loro di interpretare il “mandato di rappresentanza” in termini tanto ampi.

“Cocaina” porta alle estreme conseguenze l'approccio cronachistico e testimoniale dei Dogo: “Parlo coca perché è il fumo del 2000 / in città la si tira, la si beve, si respira.” Anche questo pezzo, peraltro,  è un'attualizzazione: "La testa gira" era una canzone di Penna Capitale sulle dipendenze, con una memorabile strofa di Jake La Furia ("La testa gira a tutti, è il mondo che si raddrizza").

“Per la gente” è il manifesto dei Club Dogo, tanto che con questa canzone i tre realizzano una vera e propria autoinvestitura: sono stati eletti portavoce dalla "gente" e sono pronti a reggerne il testimone.

Il video è molto crudo e mostra Guè, Jake e Noyz Narcos pallidi e zombificat e Ricorda da vicino “Pane e merda” dei Truceboys, altro video particolarmente truculento di qualche anno prima. Il disco successivo, “Noi siamo il club” (2012) è quello della definitiva svolta commerciale: “Sto lontano dallo stress, fumo un po' e dopo gioco a PES”: il contagioso ritornello di Giuliano Palma fa schizzare la canzone “PES” in cima alle classifiche.

Per parlare di “PES”, di quello che rappresentò e significò per i Club Dogo, può essere utile citare una strofa di Guè da “Weekend”, uno dei singoli del disco successivo dei Dogo, Non siamo più quelli di Mi FIST (2014): “Dopo più di 70 mila singoli di PES tu dimmi chi è che sbanca / e passa dalla panca agli zeri in banca”. Programmatico già dal titolo, Non siamo più quelli di Mi Fist è un album cupo, intimo e introspettivo in cui Il Guercio, Fame e Don Joe fanno i conti con il successo, che finalmente, dopo averlo inseguito per tanti anni, è arrivato per davvero.

Le basi di Joe danno un tocco leggermente ansiogeno anche ai pezzi più violenti, e il risultato è un disco che suona ancora fresco e nuovo, in cui la malinconia si annida ovunque. Tutto questo è particolarmente evidente in “Soldi”, uno degli assi portanti del disco e che sembra parlare delle ripercussioni a lungo termine di una scelta, sbagliata come quasi tutte le scelte, ma da compiersi ancora e ancora. 

“Fragili”, con ritornello di Arisa, è la definitiva consacrazione nel mainstream, ma sotto ai vestiti costosi e sopra alle nuove Nike si nascondono i Dogo di sempre. A provarlo sono alcuni tra i banger migliori che i nostri abbiano mai composto, come “Sayonara” (il primo singolo uscito, impreziosito dalla chitarra di Lele dei Negramaro) e “Saluta i king” che affiancano delle canzoni che più Dogo non si potrebbe, come “Lisa”, storytelling in salsa classica che ricorda “All’ultimo respiro” di Che bello essere noi. 

 Ad oggi, Non siamo più quelli di Mi Fist è il disco che mette il punto e virgola al progetto di Guè Pequeno, Jake la Furia e Don Joe.

Ad oggi, Non siamo più quelli di Mi Fist è il disco che mette il punto e virgola al progetto di Guè Pequeno, Jake la Furia e Don Joe—e, tuttavia, la loro ultima canzone, almeno per ora, è “Status Symbol”, un pezzo del 2015 sul disco Ora o mai più di Don Joe, con un video allegorico e introspettivo che sa di interruzione di un cerchio.  In mezzo a tutto questo c’è stato tanto altro: oltre ai dischi solisti di tutti e tre, tanti featuring sparsi nel corso degli anni che rischiano di essere dimenticati.

Vale però la pena citarne almeno quattro, per quanto rimanga una lista personale e parziale: la mega posse track Roccia Anthem con la Dogo Gang al gran completo, la connection tra i Dogo e i leggendari Primo (RIP) e Squarta, questo banger letale in un disco di Bassi Maestro e un grande e cupo classico con Kaos One.  

Negli anni, comunque, la mia posizione nei confronti dei Club Dogo è stata oscillante, non ho tenuto sempre la barra del fan dritta come potrebbe sembrare: spesso ascoltavo i loro pezzi di nascosto, al riparo dagli sguardi giudicanti degli altri b-boy di cui subivo molto i condizionamenti culturali (dopo il primo concerto di Kaos la maglia di Vile Denaro non l’ho più neanche indossata…anche perché era di una taglia troppo piccola). Tutto è cambiato quando ho iniziato a capire che il giochino del “Sono-Più-Vero-Di-Te” non è che una forma camuffata di nostalgia, una scoperta che ha lentamente eroso le mie credenze passate.

Ricordo bene il momento che diede avvio al processo di erosione: il primo germe si è sedimentato nella mia testa quando ho letto, tra commenti del video ufficiale di “Idee Stupide” (2006) di Fabri Fibra, una cosa tipo “Bei tempi, questo era il vero Fabri Fibra”, il vero Fabri Fibra? Ma come! Quando è uscito Bugiardo (2007) io avevo dodici anni, e già allora se parlavi con i ragazzi più grandi ti sentivi dire che “il vero Fabri Fibra” era quello di “Uomini di mare”; quanti veri Fabri Fibra c’erano, allora?

Tendiamo spesso a far coincidere la nostra età dell’oro individuale con il periodo di massimo splendore degli artisti.

È stato allora che ha iniziato a formarsi in me il germe di un pensiero che avrei compiutamente compreso solo più avanti: non c’è soltanto “un” vero Fabri Fibra, ce ne sono tanti quanti i dischi da lui pubblicati. Per la stragrande maggioranza del pubblico, forse per chiunque, non c’è molta differenza tra l’artista e l’artista percepito. Ciascuno di noi vive la sua personale golden age, e ha davvero poco a che fare con quante canzoni belle ci fossero nei dischi che ci piacevano: è più una cosa che riguarda le risate a denti stretti tra i banchi del liceo, durante le lezioni.

Tendiamo spesso a far coincidere la nostra età dell’oro individuale con il periodo di massimo splendore degli artisti, e, per non far vedere agli altri che stiamo solo difendendo la nostra vita privata, tutto quel vissuto segreto, ci trinceriamo dietro espressioni come: commerciale, venduto, eri meglio prima. Non siete più quelli di MI Fist. Rinfacciamo a un artista di non essere più vero soltanto perché noi non siamo più giovani come prima e tutto ci sembra un po’ più falso.

Questo i Club Dogo lo sanno bene, perché per anni hanno dovuto sobbarcarsi i fantasmi di giovinezze trascorse che non erano le proprie.  Hanno dovuto pagare lo scotto di essere stati davvero “Per La Gente”: quando i ragazzi della piazza che ascoltavano il demo piratato di 3 Mc’s al Cubo, allungato dai fratelli maggiori, sono cresciuti, a chi hanno chiesto il risarcimento per le loro giovinezze sfumate e le aspettative non mantenute? Con chi se la sono presa per essere precipitati nell’incubo regolare di una vita scandita col metronomo, timbri alle 9 esci alle 18?

Dovevamo spaccare e invece niente, dovevamo essere a New York e invece viviamo in un paese di trentamila abitanti. A quel punto, gli ex ragazzi della piazza ora in giacca e cravatta non hanno potuto che scagliare il sasso contro chi gli ricordava tutto ciò che avrebbero dovuto essere e non sono mai stati: Guè Pequeno, Jake La Furia, Don Joe. I Club Dogo. Ma perché scrivere un pezzo su di loro proprio adesso, alle soglie del 2021?

"La città è MI
Siamo cresciuti con in tasca la scaglia
E se ti chiedono chi ho dietro alla spalla tu di'  Guè P.
Chi ci sta contro è solo gente che sbaglia,
E se ti chiedono chi è il capo in Italia tu di' Club D."

(Dogo Gang, Roccia Anthem Freestyle, 2005)

Forse perché il probabile arrivo di Fastlife Mixtape vol. 4 di Guè Pequeno ha riacceso i fuochi della nostalgia e, insieme, del desiderio di un nuovo featuring tra lui e Jake, che non collaborano dal 2014: La Furia non figura tra le numerose collaborazioni del recente Mr. Fini così come Il Guercio è assente dal disco 17.

Incalzati da Antonio Dikele di Esse Magazine, Guè e Jake sono recentemente tornati a parlare dei Club Dogo, benché in due interviste separate. Dopo aver girato un po' intorno all’inevitabile domanda su una eventuale reunion, i due alla fine hanno risposto con l'imbarazzo circospetto e vagamente formale con cui si parla di una storia d'amore finita (finita?) in modo teso: “Per ora non ci sono piani, ce l’hanno chiesto per dischi di altri ma abbiamo sempre detto no, in futuro chi può dirlo.”—Don Joe, nel frattempo, ha continuato a collaborare separatamente con entrambi.

In ogni caso, la vera ragione per cui sto scrivendo questo pezzo è il desiderio che, una volta pubblicato, Guè, Jake e Joe possano leggerlo e commuoversi dopo aver ripercorso le tappe di quel che sono stati, decidendo poi  di rivedersi tutti insieme in memoria dei vecchi tempi. Poi, si sa che da cosa nasce cosa...

Detto questo, scrivere LA storia dei Club Dogo è un’impresa impossibile per una persona sola: mio malgrado, me ne sono accorto proprio nel tentativo di fissarla sullo schermo, aggrappandomi a quell’articolo determinativo, “la”. Mano a mano che andavo avanti nella scrittura,  mi rendevo sempre più conto che tutto il materiale a mia disposizione continuava a lievitarmi tra le mani ingigantendosi a dismisura, e anche adesso, a monografia finita e da consegnare, continuano a venirmi in mente tutte le cose che avrei potuto aggiungere a questo pezzo per renderlo più completo, “definitivo”: era la mia ambizione, quando ho iniziato a comporlo.

Tuttavia, le cose hanno iniziato ad andare meglio, e io a digitare in modo più rilassato, solo quando ho capito che avrei dovuto ridimensionare decisamente le mie ambizioni: con la redazione abbiamo deciso di chiamare questo pezzo “una” storia dei Club Dogo, perché ognuno di noi potrebbe—dovrebbe—scrivere la sua ed è solo sommandole tutte quante che potremmo forse ottenere il punto fermo, la fine. La Storia.

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