Tre dischi per ricordarci che il rap può essere strano

Pink Siifu, SahBabii e Drakeo The Ruler ci hanno mostrato quanto gli orizzonti dell'hip hop possano essere ampi—e molto fighi.
24 luglio 2020, 2:23pm
Pink Siifu, SahBabii, Drakeo The Ruler

Da quando i Duemila hanno impattato sul calendario e fatto a pezzi tutti i riferimenti, il Gioco è profondamente cambiato. La prima conseguenza, quella che inizialmente abbiamo considerato come la paradigmatica manna dal cielo, è stata l'abbondanza.

Una cornucopia presa di peso dal mito greco, in grado di sfornare un quantitativo infinito di beni e nutrimenti indefiniti. La distribuzione di tutto questo ben di dio avviene però tramite qualcosa di diverso rispetto a un corno magico, e cioè attraverso internet e i canali del peer-to-peer, o, arrivando ad oggi, grazie allo streaming e alle varie piattaforme che hanno cambiato il panorama delle nostre vite online e offline.

Sono tre album strani, per molti versi storti, problematici e difficili, ma hanno tanti di quegli spunti da costringerci al recupero e a riascoltarli, ancora e ancora.

Player come Youtube e Spotify, tanto per dirne un paio dei principali, hanno alterato radicalmente il modo in cui fruiamo la cultura in generale, e la musica in particolare. Non sono solo l'ascolto, il consumo e la fruizione della musica a essere cambiati, ma l'industria in toto, i media che se ne occupano, voi che leggete queste righe.

La musica ormai è un flusso ininterrotto che fatica a legarsi al qui e ora, che non può che essere spesso dimenticata in tutta fretta, cancellata dalla hit successiva nei programmi di playlist che nemmeno controlliamo. È un vero e proprio overflow, un accumulo sregolato che ci costringe spesso a perderci pezzi e a non approfondire a dovere ciò che potrebbe piacerci col giusto tempo dedicato all’ascolto, quel che potrebbe stimolarci verso nuovi territori o semplicemente incuriosirci.

In mezzo a tutto questo caos, quindi, abbiamo voluto recuperare tre dischi passati un po' in sordina che, a parer nostro, meritano molto di più. Sono strani album rap, per molti versi storti, problematici e difficili, ma hanno tanti di quegli spunti da costringerci al recupero e a riascoltarli, ancora e ancora, in spregio dell’ultima nuovissima uscita del venerdì. Fatelo anche voi, e date loro una possibilità.

PINK SIIFU - NEGRO

Clicca sulla copertina di 'Negro' per ascoltare l'album su Spotify

Livingston Matthews è di Los Angeles e, oltre all'alias Pink Siifu, ha utilizzato un buon numero di altre maschere. In più di un senso, è il punto di partenza ideale per un discorso sullo streaming e su quello che può diventare in veste controculturale.

Tutta quella musica che viaggia sotto ai radar e che non ha avuto modo di esplodere e farsi notare dalle major nemmeno via SoundCloud dei momenti d'oro, qui trova la sua ragione d'essere. Eppure nonostante tutta la sua musica precedente, nulla poteva prepararci all’implosione di NEGRO, una esplicita dichiarazione di politica e poetica musicale.

"Avete il permesso di essere incazzati", aveva scritto su Bandcamp l’autore, e non stupisce dunque che il titolo originale del disco fosse proprio Essere arrabbiati. Perché il disco è proprio la rielaborazione di una rabbia repressa, quella degli afroamericani, che prende una forma totale, l'esplosione delle vene sulla testa di uno pronto a fare un macello.

All'interno, una materia acida e tumescente, un'emozione in decomposizione che infiamma i propri gas grazie a brandelli di punk HC, free jazz caotico e vero e proprio rumore—quasi power electronics a tratti. Sono esplosioni di violenza, emanazioni della propria voglia di rivolta che prendono spunto da decenni di cultura afroamericana e afrofuturista per fare a pezzi le vostre aspettative.

Sembra di ascoltare un rap a brandelli e passato attraverso megafoni, scontri di strada, ritmi degni dell'industrial, vetrine infrante a testate e sfoghi da azionismo viennese, con perle tipo "Devi sparare al porco, prima che il porco ti spari / Il porco spara, noi spariamo", chiaramente dedicate alle forze dell'ordine. Un maelstrom di rabbia che vi spaccherà le orecchie e la testa, il punk rap di cui non sapevate di avere bisogno. E che forse non avrete la forza né il coraggio di ascoltare. Purtroppo.

SahBabii - Barnacles

C’è stato un tempo in cui SahBabii era semplicemente uno tra i tanti, di quelli che volevamo prendere la trap di Atlanta per spogliarla di tutti i suoi problemi e ricordarle quanto fosse bello vivere e quanta gioia ci fosse nel mondo. In questo processo, che spesso prendeva le forme della melodia e di testi “leggerini”, qualcosa finiva però per andare sempre storto.

Sarà che dietro a quella gioia esibita si nasconde quasi sempre un groviglio di problemi e criticità socioculturali, sarà che quando ci si confronta con certi suoni bisogna sempre rendere conto a modelli tipo quello di Young Thug, fatto sta che il rischio di essere dimenticati in fretta e cancellati diventa reale.

Eppure, con Barnacles, il ragazzo ha fatto un salto inatteso: ha sbroccato completamente. In generale, si è fatto ben più imprevedibile e ha cominciato a svalvolare sul serio quando ha ricominciato a parlare dei suoi argomenti preferiti, ovvero il sesso e gli animali, tra cui le giraffe e gli elefanti che in “Giraffes and Elephants”, be’, canta di essersi fatto—non giudicate, per piacere.

Alle qualità tematiche dell’insieme possiamo poi aggiungere anche l’augurio di trovarsi una ragazza dalla forma trapeizodale in, ecco, “Trapezoid”, e l’immagine dei sederoni di un ippopotamo, un elefante e un rinoceronte che ballano in “Double Dick”. Insomma, una musica che enfatizza le melodie e la bizzarria sopra al significato vero e proprio, alla ricerca di colori e la giusta dose di follia.

Drakeo The Ruler - Thank You For Using GTL

Clicca sulla copertina di 'Thank You For Using GTL' per ascoltare l'album su Spotify

Disco straordinario, che è stato fondamentalmente composto dietro le sbarre e al telefono. Il “GTL” del titolo, difatti, è una compagnia telefonica che gestisce un’ampia fetta delle comunicazioni che avvengono tra le carceri americane e l’esterno.

Il rapper titolare del nome è dentro per un buon numero di accuse e reati, tra i quali tentato omicidio e attività legate alle gang, e si candida, tutto considerato, a degno rappresentante dell’etica ed estetica gangsta in questo strano scorcio di millennio. Ovvero, un individuo legato a uno spazio ben preciso e costretto a ricorrere agli stessi strumenti di quell’autorità che in primo luogo gli ha tolto la libertà.

Senza stare a sindacare sulla fedina penale dell’uomo, o sulla fondatezza dei suoi reati, è però chiaro e straniante che il ricorso allo strumento di controllo si traduce nell’utilizzo di una semplice linea telefonica. Eppure, è più complicato di quanto non appaia.

La compagnia in questione, infatti, è stata accusata a più riprese di una gestione non trasparente dei propri affari e di un’attività di lobbying non proprio in linea con la delicatezza dell’argomento. Anche per questo motivo questo disco è ancora più importante.

Tuttavia, in primo luogo rimane il fatto che è proprio un bel disco, in cui sia la grana vocale distrutta del rapper, che le basi e i beat dal basso profilo, si adattano a perfezione alla materia e alla situazione trattate. E poi perché i continui e obbligati ritorni sonori dei veri messaggi della compagnia—“Grazie per aver utilizzato GTL”—finiscono per diventare una specie di tag che si agita come uno spettro all’interno del lavoro.

Solo che non si tratta della firma di un producer, ma simbolicamente di quella del complesso industriale e giudiziario americano. Che poi a questo richiamo continuo Drakeo risponda con un timbro e una voce quantomai calme è ulteriormente strano e surreale.

Come strana è la tessitura sonora generale del lavoro, e la situazione stessa del rapper, accusato e in attesa di giudizio da diversi anni, ma a quanto pare solo in virtù delle sue frequentazioni, ovvero i suoi fratelli nello Stinc Team. Come se questo disco fosse l’incarnazione definitiva di tutte quelle criticità pregresse che spesso tagliano le gambe e il futuro di tanti afroamericani…

Insomma, è il miglior disco rap inciso dietro le sbarre? Be’, non è da escludere.

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