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Con ‘Starz’, Yung Lean ha raggiunto il suo picco artistico

Dalla Svezia agli Stati Uniti, dalla vaporwave e i meme alla trap: Yung Lean non è mai stato così attuale.

di Margherita Rho e Alessandro Scatena
15 maggio 2020, 2:00pm

TUTTE LE FOTOGRAFIE PROMOZIONALI DI ZAK AROGUNDADE TRANNE OVE DIVERSAMENTE SPECIFICATO

Perché Yung Lean è sempre Yung Lean e suona sempre come una bomba? La risposta è semplice: se nel 2013 potevamo considerarlo avanti anni luce, adesso è da ritenere semplicemente attuale.

Il merito è suo, è il resto della scena globale che ha arrancato dietro le sue intuizioni. “Ginseng Strip 2002”, piuttosto che “Kyoto”, potrebbero tranquillamente uscire oggi e a nessuno sembrerebbe di ascoltare roba vecchia di 7 anni.

Yung Lean Starz
La copertina di 'Starz', cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Molto di quello che gravita attorno all’artista e all’alternative rap contemporaneo per lui è semplice questione di background, un’ombra proiettata sul muro. Troviamo sempre quel suono o quell’elemento in grado di farci dire, “Ma l’ha già fatto Yung Lean quando aveva solo diciotto anni!”

La caratura artistica di Jonatan Leandoer Håstad e la sua dimensione di fenomeno nascono in Europa. Tuttavia, la sua musica non possiede in realtà alcuno stilema del rap europeo: si tiene ben lontana dalle sonorità francesi, tedesche o italiane, e probabilmente anche piuttosto distante da quelle svedesi.

Troviamo sempre qualcosa che ci fa dire, “Ma l’ha già fatto Yung Lean quando aveva solo diciotto anni!”

Al contrario, possiede tratti distintivi per lo più americani, e i riferimenti a flip phones, lean, molly e oppiacei ci danno la conferma iniziale, benché il tutto sia affrontato in una chiave palesemente ironica. Ricordiamoci, infatti, che stiamo comunque parlando di un ragazzino svedese bianco, spuntato dal nulla e con totale assenza di street credibility.

Uno la cui narrativa era basata in gran parte su meme, carte Pokémon, glitch e vaporwave. In “Deathstars” dice “Mi faccio leccare il ca**o mentre gioco a Yu-Gi-Oh! / Da tipe che non sanno / che sono strafatto”, o, in “Hurt”: “A Tokyo, giocando a SuperMario / I Sadboys ti sfasciano lo stereo”.

È ad ogni modo interessante notare quanto, seppur ancora novellino nella scena, Lean fosse riuscito ad attirare su di sé parecchie attenzioni di gran rilievo praticamente da subito. Vengono in mente i featuring con un ancora acerbo Travis Scott e le foto con Justin Bieber nel backstage dei suoi concerti.

Senza considerare poi tutti quei rapper che al tempo percepirono la novità sonora sottesa alla proposta dei Sadboys, la crew di Lean, e di fatto cominciarono immediatamente a imitarli saltando sul carro del cloud rap. L’artista divenne famoso in fretta, e con i suoi iniziò allora il White Marble tour del 2014, che gli sarebbe costato molto in termini di energie fisiche e mentali, un dispendio di risorse e un abuso di sostanze in grado di portarlo sull’orlo di un breakdown, verso l’overdose e costringerlo infine a riparare in ospedale.

Yung Lean divenne famoso in fretta ma il dispendio di energie e l'abuso di sostanze lo portarono in ospedale.

Qui, la svolta tragica e imprevista. Il suo manager e amico, Barron Machat, fondatore della label di culto Hippos in Tanks—etichetta discografica fondamentale, in grado di scoprire, lanciare o ri-lanciare talenti quali Grimes, Laurel Halo, Oneohtrix Point Never, Arca e James Ferraro—, muore in un incidente stradale cercando di portare a Lean la strumentazione necessaria per completare Warlord in ospedale, disco pubblicato poi nel 2016.

Questi eventi accelerano la crescita di Leandoer. Non solo comprensibilmente sul piano umano, ma anche nella controparte squisitamente artistica, permettendogli di creare una musica originale e delineata al meglio delle sue possibilità—beat psichedelici e sognanti che accompagnano le percussioni industriali, e vengono affiancati al suo rap tutt’altro che canonico.

Yung Lean - Viktor Naumovski
Foto promozionale di Viktor Naumovski

Lean si trasforma in un vero proprio culto, e lo stesso vale per i “suoi” SadBoys e la Drain Gang—un altro importante collettivo artistico in prossimità alla sua orbita—: tutti oggi ampiamente riveriti e in grado di ispirare moltissimi altri artisti, anche molto lontani tra di loro nello spettro musicale. Pensiamo ad Asap Rocky e Travis Scott, per citarne un paio, ma ci si mette poco a trovare influenze simili nel campo dell’elettronica contemporanea, come in Varg o, addirittura, nella musica pop mutante di Charli XCX.

Jonatan d’altronde proviene dalla generazione MTV. In lui si agita un melting pot culturale strutturato intorno ai cartoni giapponesi e al rap, ma anche all’emo e la musica rock, un bacino di riferimenti artistici che ha permesso a Lean e al suo pubblico di essere sempre del tutto sincronizzati.

Yung Lean proviene dalla generazione MTV, fatta di cartoni giapponesi e rap, ma anche emo e musica rock.

A ulteriore riprova, se prima risultava impossibile nominare The Smiths e Waka Flocka Flame nella stessa frase senza essere presi per matti, con l’uscita di Unknown Death 2002 viene a mancare nella scena ogni sorta di divisione miope e unilaterale del gusto e dei generi musicali. In sincronia con l’evoluzione artistica e stilistica di Lean, avviene anche, di pari passo, l’evoluzione del suo fan.

Se oggi Lean si ispira a Daniel Johnston, il suo fan cresciuto insieme a lui percepisce la reference, l’apprezza e riconosce come sua. Questo avviene ad esempio con grande precisione in “Roses”, quando canta “Mi sparo gli Smiths nella mia villa / Non puoi essere me, ma puoi provarci” e sottolinea una connessione diretta, la creazione di una lingua franca in comune.

È una sorta di criptofasia musicale, un fanciullesco linguaggio segreto: per la prima volta un pubblico con ascolti drasticamente eterogenei come hip hop ed elettronica, folk, country e rock, riesce a connettersi. Da tale carattere eclettico e poliedrico vengono la crescita, i cambi stilistici e musicali che porteranno all’ulteriore maturazione artistica post 2015, che definisce davvero cos’è il progetto Yung Lean e permette l’avvio di diversi side projects.

Håstad rimane comunque sempre genuino e fedele alla propria personale idea di arte, e ribadisce spesso, come tanti altri, di comporre musica per se stesso. Per lui ogni progetto—Yung Lean, jonatan leandoer96, Död Mark, etc—è una creatura a sé stante, ma legata alle altre tramite un filo conduttore che gira attorno alla sua persona fino a farne un gomitolo sfaccettato e dalle molte forme, eppure sempre uguale.

Ogni progetto di Yung Lean è una creatura a sé stante, ma legata alle altre tramite un filo conduttore sfaccettato e multiforme.

Gli elementi connettivi sono i medesimi, solo che si palesano in forme differenti e vengono canalizzati diversamente. Ad esempio, in jonatan leandoer96 si sentono tantissimo le influenze di Daniel Johnston o dei Microphones, alfieri di un folk storto e spesso gioiosamente disperato, messo in pratica dalle chitarre scordate e dalla voce nuda e senza filtro, nonché registrato in produzioni volutamente scarne e idealmente lo-fi.

Nei dischi a nome Yung Lean è ovviamente l’esatto contrario, e il beat viene affinato sino al minimo dettaglio. Eppure, lui non rappa per la performance, non gli spetta alcuna dimostrazione di abilità tecnica né gli interessa: per Leandoer è sempre questione di sentimento, non si tratta di una scelta artistica compiuta a tavolino come per il mumble rap.

Yung Lean

Anche le tematiche che affronta rimangono sempre vicine e in continuità, come ad esempio nel leitmotiv dark fantasy. Da un lato, in jonatan leandoer96, è un approccio suggestivo, quasi fantastico. Le immagini cupe e magiche che emergono dai pezzi sono come circondate da un'aura di mistero, una nebbiolina fitta fitta che lascia tutto all’interpretazione.

In “Wooden Girl” dice “La bellezza dentro al male, sei la mia ragazza di legno / Non voglio condividerti con il resto del mondo / Quella clavicola rotta, mi fai arricciare le ossa” e in “Moth” canta “Un carnevale che dura sin dai tempi più antichi / Amo la luna, si vede attraverso il cielo”. La scrittura qui è fatata e surrealista, fatta di magnetismo, folklore e dipinti immaginari.

“La bellezza dentro al male, sei la mia ragazza di legno / Non voglio condividerti con il resto del mondo / Quella clavicola rotta, mi fai arricciare le ossa”

Dall’altro lato, con l’alias principale Yung Lean, questo leitmotiv è più marcato e reso più aggressivo in favore del rap di strada. In “Hoover” lo ascoltiamo pronunciare queste rime, “Sto cavalcando con un uomo morto / Xanax nella mia mano sinistra”, e in “Hocus Pocus”, “Tutto quello che rollo è potente, stiamo sull’oro / Facciamo i vaghi, pensano di conoscerci / Volo sul loto, in una Range Rover / La mia vita è finita?”

Le figure che cita appartengono sempre a quel mondo ignoto e oscuro, ma l’intento è decisamente più inquietante e meno romanticizzante. Ancora, in “Sauron” da Poison Ivy, rappa: “Lean è nel club, è un terremoto / Ho il cash, ma nessuna cassaforte / Mi sento come Sauron, ho quella maschera sulla mia faccia.” Tutti questi riferimenti sono usati per flexare e creare un confronto tra il braggadocio nudo e crudo e la fantasia più tetra e malconcia possibile.

Queste tematiche anti-standard favoriscono uno degli aspetti più complessi e straordinari della sua personalità: la normalizzazione dell’inaspettato. Dai travestimenti più disparati alle location più assurde—si pensi al concerto tenutosi nel retro di un camion—, Lean comunica tramite mezzi espressivi per gli altri impensabili e spesso geniali.

Parliamo del granny dress del video di “Miami Ultras”, il giullare, l’utilizzo di oggetti simbolici come la sedia a rotelle di “Friday The 13th” o i candelabri di “Red Bottom Sky”. Tutti elementi figurativi controversi, con un peso simbolico tanto rilevante quanto indifferente nel momento in cui è l’artista stesso a neutralizzarlo.

Le tematiche non convenzionali favoriscono uno degli aspetti più complessi e straordinari della sua personalità: la normalizzazione dell’inaspettato.

Lo stesso vale per diversi animali insoliti che ritornano nella sua opera, un aspetto culturale ricco di significati che Lean non lascia assolutamente al caso. Ad esempio, i cani levrieri di “Dogboy”, probabilmente già evocati in “Moth” con “I cani con la pelle di serpente”, non sono una mera scelta estetica, bensì storicamente un simbolo di nobiltà e di fedeltà che compare spessissimo nella storia dell’arte affiancato a personaggi illustri.

Lo stesso vale per il furetto di “Red Bottom Sky, che richiama l’immagine della Dama con l’ermellino di Leonardo, e nella simbologia laica rinascimentale ha lo stesso esatto significato del levriero. Tutto ciò non è casuale, lo ripetiamo, visto che Lean si interessa di pittura e dice spesso di apprezzare l’estetica nordica di John Bauer, piuttosto che Gustave Doré, sin da quando era piccolo e sin dai suoi primi lavori: già in “Hurt” diceva, “Dimenticate dopo la mia morte / Caravaggio”.

Yung Lean

Eppure, è in Starz che ognuno di questi singoli aspetti si fonde in una sintesi perfetta del percorso artistico iniziato subito dopo Warlord, quello che ad oggi è considerato dalla critica il suo disco più importante. È un disco che esce quasi tre anni dopo Stranger, il suo ultimo suo album ufficiale, e dopo due anni dall’arrivo dell’EP Poison Ivy.

Proprio quest’ultimo è quello più vicino a Starz, sia temporalmente che per le sonorità. Non è difatti un caso che, per entrambi i progetti, Lean sia stato affiancato da Whitearmor, la cui produzione magistrale ci riporta al collettivo già citato da cui proviene, la Drain Gang.

In Starz si fonde tutto in una sintesi perfetta del suo percorso artistico.

I singoli che l’hanno anticipato, “Boylife in EU”, “Violence” e “Pikachu”—ma anche “Blue Plastic” con produzione di Yung Gud, benché non inclusa nel disco—,rappresentano una summa dell’intero progetto e carriera musicale del Nostro. Lean si muove tra ballad psichedeliche, fantasmi industriali e pezzi più rap-oriented, incastrando tutto su tappeti sonori dalle melodie sognanti, lievi e delicate.

Da una parte vi è una forte presenza del suo lato romantico, emerso senza dubbio per la prima volta in Frost God con “Hennessy & Sailor Moon”, canzone dal carattere pop, che non ricalca però veramente alcun canone da classifica. La title track “Starz” è un esempio chiaro e perfetto, assieme a “Dance In The Dark” o “Butterfly Paralyzed”: sono pezzi che trasmettono sofferenza ma, al contempo, armonia, e si allontanano dagli schemi classici della canzone rap, r&b o pop senza però tagliare completamente i ponti.

Dall’altra parte ritroviamo l’eterna anima bragger di Lean. “Iceheart” e “Low” sono delle hit come lo è stata “Highway Patrol”. E a metà tra questi due estremi, nel mix multiforme di questo disco, si collocano poi tracce come “Acid At 7/11” e la sua storia vera, così come “Yayo” e “Dogboy”: synth dal futuro sotto lyrics circolari infinite.

Lean riesce così a creare un’opera eterogenea, ma non per questo incompleta. E anzi davvero multiforme e mercuriale, nonché del tutto coerente con il suo percorso artistico: alcune tracce del disco—la title track su tutte, ma appunto anche “Dance In The Dark” e “Put Me In A Spell”—sono quelle in cui le sue “creature” sembrano fondersi, rendendo difficile, per l’ascoltatore, capire se si tratta veramente di un progetto di Yung Lean o di un’intrusione da parte di jonatan leandoer96.

Quale che sia la risposta, senza dubbio Starz rappresenta l’acme artistico di Jonatan Leandoer Håstad. Se in “Hocus Pocus” cantava “Scommetto che non potrai mai uguagliare le stelle”, con quest’ultimo lavoro, invece, sembra proprio che alle stelle ci sia finalmente arrivato davvero.

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