Il 28 agosto scorso Ali Amin, un diciassettenne statunitense, è stato condannato a undici anni e quattro mesi di reclusione per aver contribuito a fornire aiuto all'ISIS su internet. Una sentenza decisamente dura, ma comprensibile al netto delle barbarie dello Stato Islamico.Ciò che mi ha messo in difficoltà non è stata questa parte del verdetto, però: Ali Amin è stato anche condannato, una volta conclusosi il periodo di reclusione, a subire un controllo delle proprie attività online per tutto il resto della sua vita.
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So che è in un certo senso la misura è necessaria in primis a creare un precedente e a far capire che il terrorismo viene combattuto col pugno di ferro, ma—per tutta la vita? Una misura di sorveglianza così pesante è una violazione dei diritti umani? Cos'è internet nel 2015, e quanto limitarne l'utilizzo limita anche la libertà di un individuo?Nella melmosa palude di stronzate mediatiche che si è generata attorno all'emergenza migranti che si sta consumando in questi mesi, una delle più in voga riguarda il clamore attorno al fatto che i clandestini e i profughi in viaggio sui barconi siano muniti di uno smartphone.
Non solo è assolutamente normale che un clandestino sia munito di uno smartphone, ma è anche assolutamente fondamentale che lo abbia. Prima di capire il perché è ora di capire una volta per tutte che lo smartphone non è un lusso esclusivo del mondo occidentale.Per cominciare potremmo dare un'occhiata ai numeri: secondo la banca dati pubblica della CIA, in Siria dovremmo trovare 87 telefonini ogni 100 persone, in Somalia 53, in Eritrea 7 (ok, qui sono un po' pochi), in Sudan 78, in Costa d'Avorio 97, in Tunisia 131—solo per citare alcuni degli stati di origine dei migranti. In Italia sono 153 i telefonini ogni 100 abitanti, cifra non di troppo superiore a quella di stati che vengono spesso dipinti come appena usciti dall'età del bronzo.Una veloce occhiata su Amazon—non un sito specializzato in offerte e usato, né tanto meno una bancarella di paese—dimostra anche quanto economici siano gli smartphone: per un Occidente sempre impegnato, volente o nolente, a seguire "l'ultimo modello" scoprire che un telefono moderno perfettamente funzionante può costare anche meno di 50€ potrebbe essere scioccante, ma è la realtà.
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Internet, e gli smartphone in particolare, sono diventati un pilastro fondamentale del processo di sopravvivenza di un migrante: il modo più semplice che abbiamo per aiutare chi sta scappando dalla guerra o dalla miseria è fornirgli una connessione a internet.Come descritto in un lungo report del The New York Times, i viaggi dei barconi cominciano dai social network dove gli scafisti pubblicizzano i propri servizi come lo farebbe un'agenzia di viaggi. Una persona munita di una connessione e di una presa elettrica per la ricarica del proprio dispositivo ha a disposizione una quantità di risorse incredibile e che noi, abituati alle nostra comodità Occidentali, non percepiamo.Le possibilità offerte da internet hanno creato un vero e proprio campo base perenne per qualunque migrante: una volta attraversato il mare si cerca la prima connessione disponibile—oppure si spera di potersi agganciare ad una cella del proprio operatore telefonico—e si avvisano i propri parenti su WhatsApp; si accorciano le distanze."Anche ignorando per un momento quanto effettivamente utili possano essere, il motivo per cui i siriani (e molte altre etnie di migranti, ndr) usano dei moderni smartphone e non dei Nokia 3210 è lo stesso per cui, incredibile dictu, usano dei televisori a schermo piatto—avete mai provato a comprare delle TV a tubo catodico ultimamente?" - James O'Malley, The Independent
"Dall'inizio del conflitto in Siria i prezzi sono crollati, i trafficanti oggi si trovano costretti a chiedere solamente la metà di quanto facevano pagare prima per il viaggio dalla Turchia alla Grecia."
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Ma non si tratta solo di questo. Da quando la tecnologia è diventata pervasiva anche nelle file dei profughi e dei migranti i poteri degli scafisti e di chi specula sull'emergenza sono nettamente crollati.Se fino a pochi anni fa si trattava in tutto e per tutto di un "viaggio della speranza", oggi l'unica tratta che rimane realmente un'incognita è quella da attraversare per mare. I migranti hanno conquistato un'indipendenza senza precedenti: Google Maps permette loro di avere sempre coscienza di dove si trovano e di poter organizzare in maniera indipendente il loro viaggio all'interno dell'Europa, Twitter garantisce a chiunque una finestra in tempo reale sulle novità locali e internazionali in merito all'emergenza profughi.L'esempio forse più lampante di come la tecnologia stia salvando la vita ai profughi è quello di Facebook. Nel corso degli ultimi mesi si è sviluppata una gigantesca rete sommersa di aiuto reciproco: decine di gruppi Facebook, pubblici o segreti, radunano decine di migliaia di migranti; gruppi come "Arrivare in Europa" e "Come emigrare in Europa" contano da soli più di 50,000 membri tra migranti, parenti che vogliono rimanere al corrente dello stato dell'emergenza, scafisti che pubblicizzano i loro servizi e persone che lavorano in ambito umanitario che offrono aiuto ai profughi.Non si tratta di un semplice apparato da cui recuperare informazioni, ma di una vera e propria agorà sommersa in cui i migranti smettono di essere soli. Internet sta letteralmente salvando la vita ai migranti, e non solo perché la creazione di un rete di persone interconnesse tra loro permette di difendersi da emergenze, posti di blocco, truffe o dalla solitudine—a mio parere aspetto decisamente importante quando si parla di intraprendere un'odissea del genere.
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Mohammed Haj Ali, che lavora per l'Adventist Development and Relief Agency di Belgrado, ha speso gli ultimi tre anni della sua vita ad aiutare i profughi in transito attraverso la Serbia e ha raccontato al The New York Times che se fino a poco tempo fa il processo di migrazione era completamente dipendente dai trafficanti umani e dagli scafisti, oggi grazie alle possibilità offerte da internet e dai social è stato possibile generare un database contenente decine di migliaia di viaggi descritti nel dettaglio, dai luoghi più sicuri da cui passare, alle coordinate GPS precise delle tappe fino ad arrivare ai punti di interesse per i beni di prima necessità.L'apparire di questa sovrastruttura virtuale ha messo in ginocchio il business degli scafisti e, secondo Mohammed, "dall'inizio del conflitto in Siria i prezzi sono crollati, i trafficanti oggi si trovano costretti a chiedere solamente la metà di quanto facevano pagare prima per il viaggio dalla Turchia alla Grecia."Le Nazioni Unite hanno colto la questione, e oggi quando si parla di "aiuti ai profughi" non si parla più necessariamente di letti e pasti, ma per esempio delle 33,000 schede SIM distribuite ai rifugiati siriani, assieme a oltre 85,000 lanterne solari che possono essere utilizzate per ricaricare i telefonini.
Il comitato di soccorso presente ad Aleppo ha fatto sapere che a seguito di un'emergenza idrica nella città, la mappa dei siti di distribuzione di acqua pulita nel centro urbano è stata vista su Facebook da più di 130,000 persone ed è stata cliccata oltre 14,000 volte.
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Ma l'aspetto forse più incredibile dell'intera faccenda riguarda l'arte di arrangiarsi dei migranti in marcia: questo perché ovviamente, anche se muniti di uno smartphone, l'accesso a internet deve passare per una connessione.Una volta arrivati in Europa le celle di segnale richiedono un abbonamento ad un operatore europeo per connettersi a internet e secondo molti comitati di aiuto i profughi si sono arrangiati anche in questo creando dei "router umani": dopo essere sbarcati acquistano per un centinaio di euro un router portatile e una SIM prepagata, installano il tutto nello zaino di qualcuno e automaticamente quel qualcuno diventa un hotspot munito di gambe. La rete può rimanere online e operativa per circa sei ore prima che il router abbia bisogno di una ricarica, e sempre secondo i comitati queste reti vengono rinominate "Wi-Fi gratis, ma niente YouTube."Questa nuova rete virtuale sta diventando fondamentale anche per gli aiuti umanitari: grazie a internet sempre più comitati si stanno coordinando direttamente con i migranti fornendogli informazioni utili—dai punti di interesse nelle varie città europee fino a una guida anti-truffa con prezzi corretti per i servizi essenziali e un convertitore di valuta.Anche i governi, però, non stanno perdendo tempo e stanno cercando di sfruttare questa stessa rete a loro vantaggio: il 4 settembre, in Ungheria, le autorità hanno cercato di dirigere un convoglio di migranti verso un centro accoglienza facendo credere che si stesse dirigendo in Austria. La farsa è durata poco, però, perché i migranti, presto resosi conto della situazione, hanno avvertito sui social gli altri profughi che si sono immediatamente rifiutati di salire su altri treni.In conclusione non posso fare altro che chiedermi quanto possa essere considerata giusta la condanna di Ali, il diciassettenne americano di cui ho parlato all'inizio. È necessario impostare un discorso serio e ragionato su cosa sia, nel 2015, internet; perché nella mani di Ali assume le sembianze di uno strumento per diffondere terrore, ma nelle mani dei migranti diventa un diritto umano innegabile e che sta indubitabilmente salvando migliaia di vite.
