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Motherboard

È ora di parlare di capsule del tempo

Ci vuole un tipo di pazzia speciale, solitaria, per prendere in considerazione, e pianificare, un futuro lontano migliaia di anni oltre il limite della nostra morte.

di Claire L. Evans
10 giugno 2014, 9:05am
Immagine: Tom/Flickr

Qui a Motherboard ci occupiamo di tutti quei modi, stupendi o angoscianti, con cui il futuro si avventa su di noi alla velocità della luce. Ma il futuro remoto—50.000, un milione di anni da ora, che incombe su di noi come un ghiacciaio—non ha mai troppo spazio. Questo accade perché le scale temporali molto grandi sono più terrificanti che divertenti; tutti quelli che conosciamo saranno morti.

Ci vuole un tipo di pazzia speciale, solitaria, per prendere in considerazione, e pianificare, un futuro lontano migliaia di anni oltre il limite della nostra morte. Ma a volte è necessario: lo è per le persone che costruiscono le banche del seme, ad esempio, o per coloro che sono incaricati dello smaltimento di rifiuti radioattivi. E, ovviamente, per i costruttori di capsule del tempo.

Una capsula del tempo è un oggetto con un piede nel presente e l'altro nel tentativo di raggiungere un futuro lontano. Dovere dei suoi creatori è fare una raccolta giudiziosa dei risultati artistici, letterari, industriali, tecnologici e scientifici del mondo, selezionandone solo gli elementi più salienti e rappresentativi.

Questa è, ovviamente, una follia. È impossibile sapere cosa le versioni future della razza umana—che vivrà, se saremo sopravvissuti, in un mondo radicalmente diverso—troveranno interessante. Gli archeologi, dopo tutto, imparano molto dai rifiuti, da cose che le antiche civiltà non reputavano tanto interessanti da conservare.

Ci vuole un tipo di pazzia speciale, solitaria, per prendere in considerazione, e pianificare, un futuro lontano migliaia di anni oltre il limite della nostra morte.

In ogni caso, preservare il presente in questo modo è un'invenzione relativamente moderna. Nonostante la parola non esistesse fino al 1939, la prima capsula del tempo vera e propria fu la “Century Box” di Detroit del 1900, una specie di scrigno della speranza, pieno di fotografie e lettere di 56 illustri cittadini che descrivono le proprie vite di tutti i giorni e fanno previsioni per il futuro. La Century Box venne aperta nel 2000, durante una cerimonia tenuta dall’allora sindaco di Detroit, Dennis Archer.

Nonostante gli obiettivi altruistici, le capsule del tempo sono spesso trovate pubblicitarie, più una celebrazione del presente che doni per le generazioni future. Nella storia moderna, sono apparse in celebrazioni come la Fiera Mondiale, nella base di collocazione per progetti di grandi palazzi, o come grandi gesti da cariche cittadine e corporazioni come Westinghouse, che seppellì due capsule ad alta tecnologia 15 metri sotto il livello del suolo nel Flushing Meadows Park nel 1939 e nel 1965

Immagine: Wikimedia Commons

La capsula di Westinghouse contiene oggetti di tutti i giorni, rullini microfilm, semi e annotazioni personali di Thomas Mann e Albert Einstein, che descrive le invenzioni tecnologiche del suo secolo e le ripercussioni socio-economiche, e conclude così: “confido nel fatto che i posteri leggeranno queste dichiarazioni con un sentimento di fierezza e di motivata superiorità.”

Quando (o meglio se) saranno aperte nell'anno 6939, i nostri discendenti distanti—androidi, forse, o organismi saprofagi sopravvissuti a una distopia post-apocalittica—si troveranno improvvisamente tra le mani alcune delle più triviali banalità della vita del ventesimo secolo. Nelle loro mani sconosciute ci saranno un pacchetto di sigarette Camel e una copia della rivista LIFE.

Immagine: Wikimedia Commons

Le capsule Westinghouse sono come dei razzi lanciati all'indietro, che si precipitano a capofitto all'interno della Terra invece che nel cosmo. Altri creatori di capsule hanno un altro approccio, e seppeliscono le loro arche temporali nello spazio: le placche dei Pioneer della NASA, per esempio, o il Voyager Golden Record, un mixtape di immagini, messaggi, e suoni che rappresentano la razza umana, inserito nelle sonde Voyager della NASA e lanciati nello spazio nel 1977. Come i loro simili legati alla Terra, è poco probabile che vengano scoperti: sono più simbolici che pratici, e offrono una sintesi ottimistica del momento presente, senza immagini di guerra, ineguaglianza globale o malinconia.

The Last Pictures, un recente progetto di capsule spaziali progettato da Trevor Paglen, artista di San Francisco, cerca di ribaltare le false rappresentazioni del Voyager Golden Record e, per estensione, di molte delle capsule del ventesimo secolo, idealistiche e finalizzate alla pubblicità. Tra 100 immagini provenienti dalla storia umana, incise su un disco di silicone con un'enorme memoria e lanciato con un satellite per le comunicazioni dal Kazakhistan nel 2012, Paglen ha selezionato degli scatti di orfani dell'Europa dell'est e di droni Predator visti da terra.

Immagine: The Last Pictures

Le capsule del tempo sotterrate vengono dimenticate nel giro di una generazione, accidentalmente distrutte quando gli edifici vengono rasi al suolo, o prontamente sommerse dall'acqua sotterranea. Nell'orbita terrestre, tuttavia—una fascia di spazio a 36.000 km sopra il livello del mare—un satellite può rimanere sospeso indisturbato per millenni.

“Un giorno non ci sarà nessuna prova della civiltà umana sulla superficie terrestre,” spiega Paglen, “ma ci sarà in orbita una serie di veicoli spaziali non funzionanti di un'antica civiltà.”

Per gli archeologi alieni che potrebbero apparire prima che il nostro sole diventi una gigante rossa, questi veicoli spaziali morti appariranno come le piramidi di Giza o le lastre di Stonehenge: testimonianze monolitiche di un passato umano lontano.

KEO, un'impresa internazionale concepita dal defunto artista francese Jean-Marc Philippe, spera di riuscire a stabilire una Biblioteca di Alessandria fluttuante tra queste rovine mute—una capsula dello spazio-tempo orbitante, costruita con un archivio abbastanza vasto da contenere un non censurato “affresco di messaggi” di ogni uomo, donna e bambino vivente sulla Terra. Questo approccio massimalista aggira una delle principali difficoltà delle capsule del tempo: la scelta di chi far parlare per la Terra, e cosa dovrebbe dire. In questo caso, tutti, tutto.

Immagine: KEO.org

KEO—chiamato così per i tre fonemi più comuni nel linguaggio umano—è stato progettato per “ragioni puramente simboliche,” con una serie di grandi pannelli solari. L'idea era duplice: richiamare l'immaginazione umana, e rendere il satellite vistoso per quando ricadrà sulla Terra dopo 50.000 anni dal suo lancio.

Gli architetti del KEO hanno scelto la stupefacente, impossibile cifra di 50.000 anni come “una data che rifletta una pietra miliare nell'evoluzione della nostra specie,” ovvero “le prime tracce di arte che rivelano la capacità umana di pensiero astratto e di espressione simbolica.”

Ammesso che non avremo già distrutto il pianeta e noi stessi, il satellite KEO sarà un dono—probabilmente incomprensibile—da parte di antenati tanto lontani quanto lo siamo noi ora dai pittori delle caverne del Neolitico. Se, d'altra parte, saremo stati sterminati dall'impatto di un asteroide o da una calamità tecnologica globale, KEO sarà la nostra lapide cosmica, un lascito adatto a una civiltà strenuamente ambiziosa e perpetuamente autodistruttiva.

Sfortunatamente, sembra impossibile che KEO riuscirà mai a raggiungere le stelle; il suo lancio è stato rimandato costantemente dal 2001 e, dopo la recente morte del suo ideatore, Jean-Marc Philippe, il progetto sembra brancolare nel buio.

Non che questo sia troppo importante. La gioia provocata da una capsula del tempo risiede nell’idea, l'assoluta hubris della conquista del tempo. Come fare una valigia prima di un lungo viaggio, costruire una capsula del tempo è un modo per analizzare la terrificante casualità del mondo e riorganizzarla, in modo sensato e autosufficiente, per noi stessi. Ecco, questa bobina, questo seme, questa rivista, questa lista di leader mondiali—questo siamo. Sotterriamole, presto, prima di dimenticarcene.