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Le tragiche conseguenze dell'estrazione di petrolio in Basilicata

di Clemente Lepore
04 aprile 2016, 11:58am

via TMNZ

"Viggiano ha due pescherie. Non c'è paese di 3mila anime di montagna in Italia che abbia anche solo una pescheria. Questo vuol dire che le persone stanno bene", parola del giornalista di Panorama Carlo Puca, cantore delle gesta dei moderni Argonauti alla ricerca del petrolio, il nuovo vello d'oro (nero).

Secondo Puca la Val d'Agri è un'oasi nel deserto di opportunità del Mezzogiorno, un luogo dove "la disoccupazione è praticamente pari a zero" e "le persone girano con macchine importanti". In questo racconto non solo alcuni dati peccano di inesattezza (l'Istat ci dice che al 2011 l'indice di disoccupazione nel Comune di Viggiano ammonta al 18,4%)—c'è anche qualcosa che viene tralasciato.

L'inchiesta della procura di Potenza sull'attività del Centro Oli di Viggiano e sui lavori di infrastrutturazione del progetto Tempa Rossa fa emergere, anche se in parte, l'altra faccia della medaglia dell'estrazione di petrolio. Dei risvolti politici della vicenda se ne parla ormai da giorni: dalle dimissioni del ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi alla sfida lanciata dalle opposizioni e dall'ala minoritaria del Pd all'esecutivo Renzi in vista del referendum sulle trivellazioni del 17 aprile e, in prospettiva, di quello sulla riforma costituzionale previsto per ottobre 2016.

Poco si è parlato invece delle indagini riguardanti i presunti illeciti nella gestione dei rifiuti. L'Eni avrebbe alterato i dati sulle emissioni in aria del Centro Oli e modificato i codici dei prodotti di scarto dell'attività petrolifera. È qui che entra in gioco la questione dell'affidabilità dei controlli e si innesta il provvedimento di sequestro del pozzo di re-iniezione Costa Molina 2.

Nel piano energetico varato dalla Regione Basilicata nel 2001—agli albori della stagione dell'oro nero della Val d'Agri—le potenziali linee di contrasto tra petrolizzazione e ambiente vengono definite chiaramente:si fa riferimento alla "particolare vulnerabilità idrogeologica dell'area, accompagnata da una ricchezza idrica notevole", si sottolinea che "la Basilicata è zona sismica" e si ammette che "vicende relative all'effettivo ripristino, da parte di Eni, delle aree oggetto di prospezione e ricerca successivamente dismesse, dimostrano come non sempre le società petrolifere adempiano esattamente a quanto da loro stesse previsto in tema di recupero della situazione preesistente". Per questo motivo—si legge nel piano—è necessario "intensificare le misure di controllo e di pressione da parte delle istituzioni". Proprio le misure di controllo non sembrano aver funzionato sempre alla perfezione in Basilicata.

Il caso Costa Molina 2 sta lì a dimostrarlo. La storia del pozzo posto nell'agro di Montemurro (in provincia di Potenza) inizia negli anni '80. La scarsa produttività del sito convince prima l'Agip e poi l'Eni a cambiarne 'destinazione d'uso'. Costa Molina 2 diventa un pozzo re-iniettore. In pratica, una cavità dove seppellire le acque di strato, ossia le acque 'sporche' e piene di idrocarburi prodotte durante le operazioni estrattive. L'Eni avrebbe re-iniettato centinaia di migliaia di tonnellate di acque di strato non opportunamente lavorate. In una sola parola, inquinanti e ricche di sostanze tossiche.

Costa Molina 2, sin dall'inizio, non ha le carte in regola per essere utilizzato come pozzo re-iniettore. Nella delibera del Consiglio dei ministri in materia di tutela delle acque del 1977 si specifica che lo scarico nel sottosuolo è consentito solo a determinate condizioni. Tra queste l'isolamento delle formazioni geologiche dai serbatoi idrici e la loro ubicazione "in zone tettonicamente e sismicamente favorevoli". Peccato che Montemurro si trovi in una delle zone più sismicamente instabili dell'Appennino meridionale.

Nel 2010 e nel 2011 l'Arpab rileva il superamento della Csc (concentrazione di soglia di contaminazione) per il ferro e per gli idrocarburi pesanti. Senza contare le analisi indipendenti della geologa Albina Colella (che ha messo in relazione la contaminazione di Costa Molina 2 con l'inquinamento delle acque della vicina Contrada La Rossa) e dell'associazione Cova Contro. L'Eni fa buon viso a cattivo gioco e, pur non negando lo sforamento dei limiti per il ferro, lo imputa al "fondo naturale del terreno".

E a niente serve nel 2013 il parere negativo dell'Ufficio Ciclo delle Acque al rinnovo dell'autorizzazione alla re-iniezione. Parere sconfessato dal dipartimento Ambiente della Regione Basilicata, in cui fa il bello e il cattivo tempo Salvatore Lambiase, uno dei 37 indagati nell'ambito del filone d'indagine riguardante il Centro Oli (e già finito nel registro degli indagati per la vicenda Fenice). Del resto, come si legge nell'edizione del 19 dicembre 2013 di Basilicata Mezzogiorno (quotidiano curato dall'ufficio stampa della Regione), "al pozzo Costa Molina 2 è tutto nella norma".


A completare il quadro l'anagrafe dei siti oggetto di procedimento di bonifica, stilata dall'ente regionale. Che il pozzo sia contaminato, lo ammettono anche le istituzioni: nel suolo profondo il piombo (Csc 100 mg/kg) viene rilevato in misura pari a 1.486; gli idrocarburi totali (Csc 50 mg/kg) a 15.393. Parliamo di 307 volte oltre soglia. Emerge poi un altro elemento di criticità: ossia, la presenza di inquinanti dovuta alle perdite di serbatoi e tubature. Che c'entri qualcosa con la rottura dell'incamiciatura del pozzo, paventata da associazioni e attivisti lucani per i suoi potenziali effetti distruttivi?

Venendo alla questione controlli, dalle carte della Procura di Potenza sembra affiorare un altro pezzo di verità: l'Arpab non sempre avrebbe svolto in maniera adeguata il suo compito. Non a caso tra gli indagati ci sono gli ex direttori generali Raffaele Vita e Aldo Schiassi e i dirigenti Bruno Bove e Rocco Masotti.

Nella vicenda Costa Molina 2 i dati sembrano essere stati raccolti in maniera disorganica e rapsodica. Ci sono mesi in cui manca qualsiasi misurazione· e, quando i dati ci sono, mancano i certificati di analisi, fondamentali per la definizione dell'eventuale contaminazione.

Che si sia trattato di malafede? Di sicuro l'Arpab attualmente—come riferito dal neodirettore Edmondo Iannicelli alla commissione Bilancio e Programmazione della Regione Basilicata—non è in grado di assolvere a tutte le attività di monitoraggio e tutela ambientale imposte dalla legge. I conti sembrano essere in dissesto.

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E poi c'è la storia recente. È quella dell'inceneritore ex Fenice di San Nicola di Melfi. L'impianto dei veleni inquina le acque e rilascia nell'ambiente sostanze nocive, mettendo in pericolo – come evidenziato dalla Procura di Potenza – la salute pubblica. Il caso Fenice deflagra nel 2009, in seguito a una comunicazione inviata dall'Arpab ai magistrati inquirenti. Il problema è che dal 2002 al 2009 l'Arpab, pur sapendo dello stato di contaminazione delle acque nella zona tra Melfi e Lavello, lascia i dati chiusi nel cassetto. Sette lunghi anni in cui l'inceneritore può produrre e avvelenare indisturbato.

Superficialità, negligenza, connivenza. Lo scenario dipinto dalla magistratura è pieno di ombre e zone oscure. La questione dei controlli è basilare per comprendere il deficit ambientale che ammorba la terra lucana. Il caso Costa Molina 2 è solo un granello di polvere 'riesumato', uno dei tanti nascosti accuratamente sotto il tappeto del business energetico lucano.