Il Fappening ha smascherato un nuovo tipo di pervertiti

Nella maggior parte delle foto diffuse su internet in questi giorni non è il nudo la cosa più sconvolgente. Online ci sono ovunque foto di nudo, ci siamo abituati. Quello che vogliamo vedere è il fallimento.

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03 settembre 2014, 2:18pm

(Foto via Wikipedia/Stemoc)

L’avvenimento più importante di questa settimana—la diffusione su internet delle foto di nudo di centinaia di attrici, “The Fappening”—ha messo a nudo i corpi più famosi del mondo e scatenato un ciclone mediatico.

Tra chi si dichiara femminista, l’opinione più comune è quella secondo cui la visione delle foto andrebbe evitata del tutto. Ma è un argomento che si ritorce contro se stesso: solo menzionare le foto e condividere articoli al riguardo contribuisce ad alimentare “lo scandalo.” Il che non significa che i giornalisti dovrebbero ignorare del tutto l’argomento, significa che è stupido aspettarsi che i lettori lo facciano e non trovino da sé le immagini incriminate. Hadley Freeman, in un articolo con cui altrimenti sarei potuta anche essere d’accordo, ha detto che non capirà mai “che interesse possa esserci nel guardare foto di nudo di gente che non conosciamo e che di certo non proverà mai alcun interesse per noi.” Cara Hadley Freedman, ti voglio bene ma il resto di noi ogni tanto guarda i porno. 

Questo tipo di argomenti sembrano suggerire che una semplice immagine sia in grado di impiantare nella mente di chi la vede il seme dell’odio e della misogina, un po’ come in Videodrome. A meno che la diffusione di queste immagini non sia stata dovuta alla vendetta sincronizzata degli ex fidanzati di un centinaio di celebrità, questo avvenimento non ha niente a che fare con il cosiddetto “revenge porn.” E inoltre, guardare le foto non è un “furto”, un crimine grave o un atto misogino e discriminatorio. Non possiamo aspettarci che tutti ignorino il clickbait, anche se la notizia che le foto di McKayla Moroney risalirebbero a quando era minorenne rende il tutto molto più grave.

La pornografia c'entra eccome, seppure il suo legame col nocciolo della faccenda non sia così ovvio come potrebbe sembrare. Anche se quelle condivise sono tutte foto di donne, non è tanto un problema di genere quanto un problema di voyeurismo nei confronti delle celebrità. Nella maggior parte di queste foto non è il nudo la cosa più sconvolgente: su internet erano già state diffuse foto di nudo di Olivia Munn e Christina Hendricks, Kim Kardashian ha costruito la sua carriera su un sex tape e a giugno Rihanna si è presentata sul red carpet con un vestito trasparente. Viviamo in un mondo in cui non c’è niente di sconvolgente nella nudità. 

Infatti, una lista di cose potenzialmente più sconvolgenti della foto di Jennifer Lawrence nuda sul divano include: 

- I video di decapitazioni dello Stato Islamico
- La testa rasata di Britney Spears
- Rob Ford fatto di crack
- Il volto tumefatto di Rihanna dopo essere stata picchiata da Chris Brown
- Il live tweeting del coma farmacologico di Joan Rivers

Tutte cose estremamente scioccanti, ma che nonostante ciò hanno avuto una grande copertura da parte dei media. Il vero problema, in questo caso, è di consenso—è questo, ovviamente, ciò che distingue la cartella con le immagini caricata su internet dall’anonimo che le ha messe in circolazione dal vestito trasparente di Rihanna; Rihanna aveva deciso di mostrarsi in quel modo, le vittime di questa vicenda no. Ma il nostro desiderio non si accontenta più di mettere a nudo la pelle, vuole mettere a nudo la persona. Vogliamo conoscere il contesto in cui si trova il soggetto e la storia di ogni foto. Per questo motivo le smentite, le spiegazioni e i comunicati successivi alla divulgazione delle immagini sono parte della masturbazione collettiva. Non ci interessa vedere una celebrità nuda, vogliamo vederla soffrire. 

A mio parere, le prime foto di nudo di Olivia Munn, quelle comparse su internet nel 2012, sono molto peggio di tutte quelle comparse oggi. In quel caso, sovrapposte a scatti di per sé banali, ci sono delle frasi a mo’ di didascalia che raccontano con dovizia di particolari le fantasie sessuali di Munn. Chiunque abbia fatto almeno una volta conversazioni del genere su Facebook sa come funziona, conosce il modo in cui si riciclano formule sentite nei porno e si cerca di immaginare cosa vorrebbe sentirsi dire l’altro. E può anche immaginare quanto sarebbe mortificante se queste fantasie goffe ma private venissero rivelate a tutti. 

Allo stesso modo, sono le imperfezioni e l’aspetto casalingo della foto di Kate Upton e Justin Verlander riflessi nello specchio del bagno a colpire, non il fatto che siano nudi. Siamo arrivati al punto in cui internet smette di volere il tuo corpo e inizia a mangiarti l’anima: quello che vogliamo, alla fin fine, è invadere le vite delle celebrità. Cosa verrà dopo il sex tape, il death-tape? Il video della celebrità che va in bagno? Lo speciale di E! sulla celebrità che partorisce in diretta?

Non è la nudità che ci interessa, non è più abbastanza intima. Quello che vogliamo vedere è il fallimento. È questo che piace ai troll, perché per loro la diffusione di queste foto è una conferma del fatto che le donne che vi sono ritratte siano stupide. Quest’evento conferma la loro tesi maschilista secondo cui sono gli uomini, non le belle ragazze, ciò che fa girare il mondo—o, perlomeno, ciò che fa girare internet. Conferma il fatto che loro ne sanno di più di tecnologia, di privacy e di come si usa iCloud. Li rassicura sul fatto che internet è un luogo fondamentalmente maschilista dove a correre i maggiori rischi non sono loro, ma giovani donne la cui forza è la bellezza e che rischiano di perdere tutto ciò che hanno quando questa bellezza viene messa in mostra in pubblico. Viene da pensare che questi uomini—che potete trovare ovunque si stiano commentando gli avvenimenti di questa settimana—godano di più dall’insegnare alle donne come si usa internet che non dal masturbarsi sulle foto. 

Ma ci sono anche donne che sono loro complici. L’hashtag If My iPhone Got Hacked è un’orgia di finta auto-disapprovazione: sulla scia del tweet di Anna Kendrick secondo cui se il suo telefono venisse violato, l’autore della violazione troverebbe solo “foto di cibo e di animali domestici,” un sacco di persone—in gran parte donne—hanno iniziato a elencare le foto di cibo e animali domestici che affollano la memoria dei loro cellulari, implicando con questo che il fatto di non avere sul telefono foto di nudo le renda in qualche modo “moralmente superiori.” Se non si sta dando la colpa alle vittime per ciò che hanno subito, le si sta certo emarginando. 

Molti sottolineano il fatto che il rischio collegato allo scattare quelle foto sia stato esattamente il motivo per cui sono state scattate—non il rischio che un giorno venissero condivise con tutto il mondo ovviamente, ma il brivido di condividere degli scatti intimi con un’altra persona. Dicendo questo non voglio assolutamente dare alle vittime la colpa di quanto accaduto, ma una delle cose emerse da questa vicenda è la rassicurazione che le celebrità sono persone proprio come noi: si fanno selfie con facce poco convinte e si scattano foto di cattivo gusto da mandare ai loro partner, tentando di copiare (male) le pose che hanno visto nei porno. 

Ai lettori di una certa età quest’affermazione potrà sembrare strana, ma per chi è cresciuto nell’epoca degli smartphone tutto ciò è molto naturale: tutti ci facciamo foto, alcuni di noi se le fanno nudi, e sicuramente continueremo a farlo finché gli esseri umani continueranno a masturbarsi e gli smartphone a essere prodotti e venduti. La famosa regola “pics or it didn’t happen” è diventata valida anche per quanto riguarda le relazioni interpersonali, e secondo i sondaggi la maggior parte di noi ha fatto sexting almeno una volta nella vita. Secondo un pezzo uscito su Vox in questi giorni, dire ai giovani di non farsi queste foto non è altro che un’altro modo di predicare l’astinenza sessuale. Se le fanno comunque, e noi dobbiamo insegnar loro ad essere responsabili, non condannarli per questo. 

Non ci facciamo alcun problema a metterci in posa, scaricare, accettare senza leggerli termini e condizioni di servizio, rinforzando così la società della sorveglianza nella quale viviamo. Ci siamo abituati al fatto che i nostri dati vengano venduti, al fatto che la tecnologia che usiamo sia esposta a intrusioni. Perché allora non ammettere la sconfitta e regalare anche i nostri corpi a internet? Il nostro passato è già lì: negli account di LiveJournal di cui non ricordiamo la password, nelle foto che ci ritraggono ubriachi in vacanza o mezzi nudi sulla spiaggia. Quello che voglio dire è questo: quando la generazione-Snapchat sarà cresciuta, su internet ci saranno foto di nudo di ognuno di noi. Non sto affatto dicendo che sia giusto o etico che tali foto vengano diffuse da hacker o da ex fidanzati arrabbiati. Ma forse accettare l'inevitabile è il primo passo per riottenere il controllo. 

Segui Roisin su Twitter: @RoisinTheMirror

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