FYI.

This story is over 5 years old.

Stuff

Come mi sento dopo aver passato tre mesi a letto per un esperimento della NASA

Il 2 dicembre mi sono svegliato e, per la prima volta dopo 70 giorni, mi sono alzato e ho poggiato i piedi per terra. Era la fine del mio esperimento per la NASA, quello che mi ha costretto a passare a letto tre mesi.
05 febbraio 2015, 12:56pm
Foto per gentile concessione dell'autore.

A novembre abbiamo raccontato la storia di Andrew Iwanicki, che ha trascorso tre mesi a letto come parte di un esperimento della NASA. Ecco come è andato il resto della ricerca.

Il 2 dicembre mi sono svegliato e, per la prima volta dopo 70 giorni, mi sono alzato e ho poggiato i piedi per terra. O almeno ci ho provato. Le infermiere mi hanno trasportato con una sedia a rotelle su un letto che sarebbe poi stato inclinato poco a poco, con gli strumenti per misurare la pressione attaccati alle dita e alle braccia e una macchina a ultrasuoni puntata al cuore. Con il tono di incoraggiamento con cui ci si rivolge a un neonato che sta imparando a camminare mi hanno detto di provare a stare in piedi per 15 minuti.

Non appena il letto è stato messo in posizione verticale, mi sono sentito le gambe pesanti come non mai. Il cuore ha raggiunto i 150 battiti al minuto. Avevo prurito ovunque ed ero sudato fradicio. Il sangue mi è sceso alle gambe, irrorando le vene che durante i mesi passati a letto si erano fatte sempre più elastiche. Pensavo di svenire. Fin dall'inizio rimanere in piedi era incredibilmente difficile, ed era sempre peggio. All'ottavo minuto, il mio battito cardiaco si era abbassato a 70 BPM: il mio corpo stava collassando. Mentre cominciava a offuscarmisi la vista, lo staff medico ha visto i miei valori crollare e ha immediatamente rimesso il letto in posizione orizzontale. Solo più tardi mi è stato comunicato che nessuno di quelli che hanno partecipato all'esperimento è riuscito a stare in piedi per tutti e 15 i minuti.

Certo, non c'è nulla di strano nella reazione del mio corpo, considerato che avevo passato 70 giorni sdraiato su un letto inclinato di 6 gradi in negativo e avevo perso il 20 percento del volume sanguigno. Quel test simulava gli effetti che si producono sul sistema cardio-vascolare degli astronauti durante il rientro sulla Terra.

L'ultima volta che ho scritto della mia esperienza ero ancora nella fase della luna di miele. Certo, c'era un esercito di ricercatori che mi punzecchiavano e toccavano, ma era anche uno dei momenti più rilassanti della mia vita adulta. Ho vissuto di corsa per anni: i test per il college, la competizione sul lavoro, la vita sociale da portare avanti in ogni momento libero. All'improvviso, più niente. Ero libero di fare quello che volevo, purché non prevedesse abbandonare il letto, fare uno snack o un sonnellino. Ho passato giorni interi a leggere da mattina a sera. Altri giorni stavo ore al telefono con amici e parenti, e ho passato una quantità di tempo assurda a fantasticare sulle squadre di football dei miei sogni e a giocare a StarCraft 2. Qualche volta me ne stavo semplicemente sdraiato, a pensare al passato e a immaginarmi il futuro, o anche solo a godermi il silenzio. Ero davvero felice delle opportunità che l'isolamento mi offriva. Ma presto l'elemento di novità è svanito.

Le otto settimane successive sono state molto diverse. Fatta eccezione per le attività che scandivano puntualmente le mie giornate, come i pasti, l'esercizio, e i vari test dei parametri vitali, non avevo niente da fare. Anche i test erano diventati sempre più monotoni: spesso mi chiedevano di stare sdraiato completamente immobile mentre controllavano i miei parametri. La risonanza magnetica misurava la crescita e la riduzione della massa muscolare, i raggi X la densità ossea, e una bolla di plastica quanta aria inalavo. Venivo lasciato solo per lunghissimi periodi di tempo, a fissare il soffitto, solo con i miei pensieri.

Alla quarta settimana ho notato un cambiamento psicologico importante: mi ero abituato alla mia condizione antisociale di isolamento. Ho cominciato a scrivere meno email agli amici, a limitare al necessario le conversazioni con lo staff, a chiamare di meno i miei parenti. Avevo spesso l'impressione di non avere niente da dire.

"Ehi Drew! Che mi racconti?"

"Niente di che. Sono ancora a letto..."

Con questo non sto dicendo che i miei giorni fossero spensierati: non ci dimentichiamo che stavo pur sempre cagando in un vaso da notte. Ero certo di essere a un passo dall'esaurimento nervoso—come potevo sopravvivere 10 settimane confinato a letto?

La più grande fonte di ansia durante questo periodo derivava dall'imminente visita della mia ragazza. Ero completamente consapevole del mio stato mentale alterato e sicuro di avere un aspetto ripugnante, anche se nell'ultimo mese mi ero guardato bene dallo specchiarmi. Cosa avrebbe pensato di me, dato che non riuscivo nemmeno ad alzarmi in piedi? Ce la facevo a sostenere una conversazione dopo tutte quelle ore passate da solo? Come avrebbe reagito nel vedermi in quello stato di confusione, distaccato, vulnerabile e dipendente? Avrebbe sicuramente pianto, e non sarei riuscito a confortarla come avrei dovuto.

Appena è arrivata è saltata sul letto abbracciandomi e baciandomi. Quella ventata improvvisa di euforia liberatoria è stata immediatamente interrotta da un'infermiera che si è precipitata nella stanza per informarmi che la mia ragazza non poteva sedersi sul letto, mai. In realtà non poteva neanche toccarlo, il letto, "per ragioni di sicurezza". C'erano voluti più di due mesi per vederci, ed ecco come eravamo costretti a farlo.

Si è seduta su una sedia e abbiamo parlato per tre giorni di fila. Il contatto fisico era limitato, non potevamo fare passeggiate e neanche condividere un pasto, visto che i visitatori non potevano portare cibo esterno dentro l'unità. Quando finiva l'orario delle visite, tornava in hotel a dormire da sola. Era uno scherzo crudele, che serviva solo a ricordarci quanto ci mancassimo. È servito a darmi una scossa dal mio stato meditativo e a risvegliare in me il desiderio di tornare alla mia vita, fuori dalle mura di quell'ospedale.

Quella è stata l'ultima vera interazione umana che avuto per altri due mesi.

Delle settimane successive ci sono veramente poche cose degne di nota. I giorni passavano monotoni mentre provavo a smettere di tenere il conto del tempo che mi rimaneva. Al contrario, cercavo di misurare la mia permanenza in quella stanza in base alla crescente sensibilità alle piccole frustrazioni quotidiane che mi stavano mandando fuori di testa. Perché dovevo bere da un bicchiere, rovesciandomi inevitabilmente addosso tutto quello che conteneva? Perché la zuppa veniva servita in quelle scodelle? Anzi, perché servire proprio la zuppa a gente che sta a letto? Tra le persone che mi circondavano c'era qualcuno che aveva una minima idea di cosa significhi essere confinato a letto?

Alla quinta volta che mi è toccato un filetto di pesce riscaldato e molliccio ho chiesto un'alternativa, qualsiasi altra cosa. Durante l'orientamento ci era stato detto che lo staff avrebbe fatto il possibile per soddisfare i gusti e le preferenze di ognuno, ma quando mi sono lamentato la dietologa si è scusata amichevolmente e mi ha spiegato che tutti i partecipanti dovevano seguire una determinata dieta. L'unica cosa che sono riuscito a ottenere è stato un misero pacchetto di pepe a ogni pasto.

Giunti alla settima settimana, gli altri due partecipanti della ricerca hanno completato il loro periodo. Mi sono congratulato con loro anche se, considerato lo stato di isolamento in cui tutti vivevamo, nei giorni successivi mi sono a malapena accorto della loro assenza. Senza di loro, ero rimasto l'unico in quell'ala dell'ospedale.

Mentre il traguardo era già in vista, mi sono costretto a pensare a ciò che avevo ottenuto in quei 70 giorni: avevo letto centinaia di pagine, stavo meditando con una certa regolarità, e avevo riscoperto la mia passione per i videogiochi. E soprattutto, a breve mi sarei ritrovato con 18.000 dollari in più in banca.

Al termine della decima settimana ero di buonumore e piuttosto in forma – almeno fino all'ultimo giorno della ricerca, quando mi hanno messo in verticale. Sono rimasto sdraiato fino al giorno successivo. Quella mattina mi hanno legato a una barella e mi hanno piazzato nel retro di un furgone diretto al Johnson Space Center per la prima parte della mia personale maratona di test. Mentre attraversavo in sedia a rotelle le porte a vetri dell'ospedale, ho sentito il sole sulla mia pelle per la prima volta in più di due mesi. Era la prima volta che guardavo il cielo e qualcosa che non fossero i muri bianchi dell'ospedale, e non riuscivo a smettere di sorridere. La privazione mi aveva portato ad apprezzare i semplici piaceri di questo mondo.

Ho fatto gli stessi test che avevo fatto prima dell'esperimento: corse attraverso labirinti, salti, prove di equilibrio, coordinazione mano-occhi e misurazione della forza di braccia e gambe. E sì, anche il "Muscle Twitch Test", quello con gli elettroshock. L'ansia che avevo provato negli stessi test prima della ricerca era sparita per lasciare il posto alla trepidazione: ogni scarica elettrica era un passo verso la libertà. Mi mancavano solo due settimane per terminare i miei 108 giorni di ricerca.

Nei corridoi del Johnson Space Center c'erano molti volti a salutarmi, familiari e non. Un gruppo di ricercatori aveva deciso di assistere al primo passo dell'ultimo partecipante al progetto CFT 70. Ero emozionato, ma non quanto alcuni di loro... dopotutto quel progetto aveva sì consumato tre mesi della mia vita, ma nel loro caso si era preso più di quattro anni. Era un momento importante per tutti.

Con un membro dello staff per lato e gli spettatori dalla mia, mi sono messo a sedere sulla barella e ho appoggiato i piedi per terra. Sentivo un formicolio alla pianta del piede. Le gambe erano forti, ma non avevo equilibrio. I primi passi sono stati deboli e corti, accompagnati dai calci nelle caviglie che mi tiravo involontariamente strusciando i piedi per terra. Ero completamente privo di coordinazione. Le caviglie mi facevano male. Non riuscivo ad andare dritto, ma ho completato il test a ostacoli senza troppi problemi.

Dopo qualche giorno di passeggiate ed esercizi ho cominciato a recuperare il senso dell'equilibrio e la resistenza. Alla fine delle due settimane di riposo post-test stavo bene ed ero pronto a ripartire.

Il 108esimo giorno ho fatto i bagagli e fantasticato su cosa mi aspettava al di fuori di quelle mura. Sulla strada per l'aeroporto mi sarei fermato a fare colazione con un burrito e due Bloody Mary. Solo pochi momenti mi dividevano da cibo delizioso, alcool in abbondanza, il sole e la mia ragazza. Ho fatto un giro di saluti allo staff e ho ringraziato calorosamente i vari membri. Nonostante le mie lamentele, erano tutte brave persone che avevano intelligentemente pensato e messo in pratica un progetto importante. Ero profondamente riconoscente per la loro attenzione, il loro duro lavoro e il loro sostegno.

Con 18.000 dollari in più in banca, senza impegni e finalmente libero da ogni protocollo mi sentivo come non mi ero sentito per anni. Non avevo rimpianti. Mentre gustavo un Bloody Mary al terminal dell'aeroporto ho iniziato a informarmi sull'esistenza di altre ricerche. Ce ne era una in cui i partecipanti venivano infettati con un nuovo ceppo di influenza, 4.000 dollari per dieci giorni... chi dice che non posso ricominciare tutto da capo?

Segui Andrew Iwanicki su Twitter e Instagram.