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Anche i soldati prendono droghe e vanno ai rave

L'ultimo libro di Stuart Griffiths è pieno di foto e aneddoti sul loro conto.

Commilitone paracadutista in branda a West Belfast, 1990. (Tutte le foto per gentile concessione di Stuart Griffiths)

Il nostro amico Stuart Griffiths ha appena pubblicato Pigs' Disco, in cui si sofferma sul periodo trascorso nel Reggimento Paracadutisti britannico durante gli anni di fuoco, i "Troubles" dell'Irlanda del Nord. In particolare, Stuart esamina l'uso di droghe all’interno del reggimento, le pressioni a cui erano sottoposti i giovani commilitoni e la sua esperienza con la nascente scena rave sulla costa meridionale della Gran Bretagna. È fighissimo, e probabilmente è l’unico libro in cui leggerete di soldati che si fanno di acido in servizio ed ex-paracadutisti che mandano ecstasy e mescalina nei party a Trafalgar Square.

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Ho contattato Stuart per parlare del suo libro e per scoprire cos’è successo ai ragazzi nelle sue fotografie.

Paracadutisti di guardia a East Tyrone, 1992.

VICE: Ciao, Stuart. Pigs’ Disco fornisce un ritratto piuttosto vivido della vita nell’esercito. Cosa ti ricordi di quei tempi?
Stuart Griffiths: Anche se sono stati tempi senza legge, terribili, strani e brutali, ricordo anche momenti piacevoli. Quello che volevo comunicare con il libro era di andare oltre il mito del machismo militare e dire la verità su quel che ho visto. La realtà del lavoro in sé ha davvero intensificato i sentimenti che avevo, perché per i politici eravamo dei bersagli mobili, e da allora ho sviluppato una senso di sfiducia nei loro confronti.

Come sei arrivato a quel punto?
Quando ho iniziato a lavorare come fotografo nell’intelligence ho capito che succedevano un sacco di cose di cui eravamo completamente all'oscuro. Era una situazione molto stratificata, e si sapevano solo le cose più superficiali. Ma ero abituato a piantare l’orecchio sul terreno e ascoltare le voci, perché mi trovavo sempre dove venivano prese le decisioni.

E a un certo punto parli di come mischiavate servizio e droghe psichedeliche. È un bel mix.
All’inizio ero contro le droghe, quindi quando mi hanno offerto un acido ero un po’ riluttante. Ma poi è entrata in gioco l’etica del Reggimento Paracadutisti—fratellanza aerea, lavoro e feste, e così ci siamo buttati tutti. Io ammiravo molto questo tipo, Jock, come lo chiamo nel libro, perché era un veterano, e ho pensato, “Be’, se lo fa lui, allora andrà bene.” Ma, ovviamente, 16 ore dopo sta ancora facendo effetto e tu pensi, “Porca troia, mi sento un po' strano.”

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Un paracadutista dopo una ronda a West Belfast, 1991.

Quanti acidi hai preso in servizio?
Be’, quella probabilmente è stata la prima volta e non credo che in quel periodo ce ne siano state altre. Ma una volta tornati ad Aldershot andavamo in giro per il centro e ci facevamo un cartone. Ci sono un sacco di cose che ho tralasciato nel libro; come il giorno di un evento dell’aeronautica militare ad Aldershot in cui ci siamo ritrovati completamente strafatti. Era il periodo in cui Big Issue diceva, “Le donne farebbero meglio a evitare la città come la peste.” È stata un’esperienza bizzarra. I paracadutisti sapevano alzare il gomito, che reggessero o no, e gli acidi non facevano altro che intensificare le sensazioni.

C’è anche una forte componente di bullismo nel libro; mi riferisco allo “squadrone respiratori”—la gang di soldati che se ne vanno in giro indossando maschere anti gas, bruciando i capelli alla gente e infilandogli bastoni nel culo. Come hai affrontato la cosa?
Per alcuni può essere un’esperienza veramente pesante. Qualcuno ha sbroccato, e li capisco. Sono stato fortunato a non essere mai stato preso di mira dallo squadrone respiratori, soprattutto perché credevano che fossi un po’ pazzo. Credo pensassero, “Davvero vogliamo prendercela con lui? Perché potrebbe scioglierci qualcosa in testa mentre dormiamo.”

Paracadutista traverstito da principe Harry a una festa di Halloween, Belfast, 1991.

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Questa cosa dello squadrone mi ricorda una storia che ho sentito da un sergente maggiore. È stato ammanettato nudo a un bidone con le ruote mentre era gonfio d'alcol e spinto giù da una collina.
Esattamente—proprio quel tipo di cose. Ero ben conscio di cosa poteva succedere. Quando sono uscito c’era sicuramente un bel plotone di fattoni. Eravamo soliti incontrarci in certi pub “sicuri” , senza pazzi dell’aeronautica, in cui potevamo evitarci situazioni strane. Mi prendevo un whisky e mi sedevo in un angolo.

Quando la gente pensa alla combinazione droghe ed esercito, spesso pensa al Vietnam. 
Proprio come in quei film sul Vietnam, c’era una bella differenza tra i tossici e quelli a cui piaceva bere. Sentivo che la tensione cresceva, specialmente in Kenya, di cui non ho parlato nel libro. Anche quando sono tornato alla mia vecchia unità, anni dopo, quando ero studente d’arte, li sentivo sussurrare, “È uno di quei tossici.”

Un paracadutista in compagnia di due modele, East Tyrone, 1992.

Veramente?
Già. Era un po’ come essere omosessuale; non è che andavi a parlarne col tuo sergente, capisci—“Ciao, sono strafatto.” Con le droghe, applicavamo quanto imparato nelle operazioni sotto copertura. Come coprire le proprie tracce, ad esempio. Bruciavo continuamente incenso. Facevo finta di essere appassionato di esoterismo e di magia, ma era solo per nascondere l’odore dell’erba.

Quand’è che hanno introdotto i test per la droga?
I test sono arrivati nel 1995, prima con l’esercito, poi con la marina e la RAF. È stato un attimo, ma dopo le cose si sono fatte strane. E credo che l’arresto dei soldati finiti a Colchester [l’ultima prigione militare britannica] avesse a che fare con i soldati del Reggimento Paracadutisti che andavano ai rave e si bruciavano il cervello di ecstasy. Voglio dire, l’ufficiale in comando non beveva nemmeno, quindi li ha condannati.

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Come l’hanno presa?
Alcuni si sono rovinati la vita. Ricordo che uno dei ragazzi di quel gruppo—nel 2011, mi pare—ha accoltellato la fidanzata davanti ai suoi bambini. Ora è rinchiuso a vita. Un altro è completamente uscito di testa ed è stato ricoverato. Si dice gli fosse successo qualcosa a Colchester, dove è stato isolato perché era un parà e un drogato. Ho cercato altre informazioni, ma è davvero difficile tirar fuori la verità.

Paracadutisti dopo un after nel “salotto di uno sconosciuto”, Kent, 1992.

Tu ne sei uscito pulito, no?
Sì, mi sento un po’ in colpa per quel che è successo. I ragazzi del mio giro di bevute sono finiti a Colchester e io no, ma è la vita. Non è che mi facessi continuamente di acido. L’ultima volta che mi sono fatto una dose piccolissima me ne sono pentito, è stato brutto. Dovevo andare all’incontro con il mio ufficiale superiore. Come dico nel libro, non ritraggo la droga come una cosa positiva—porta un sacco di ansia.

Cosa credi di aver imparato dalle tue esperienze di allora?
Anche se la gente mi credeva pazzo, penso che la mia mente fosse abbastanza forte da fare i conti con quella roba. E valeva la pena parlarne, perché con tutto quello che è successo, la gente in posizioni ufficiali preferirebbe nascondere ogni cosa sotto il tappeto. Probabilmente la prigione di Colchester è ancora piena di soldati finiti lì per non aver superato i test anti-droga.

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La cucina di uno spacciatore, Brighton, 1993.

Già, prendi l’Afghanistan: non sembra uno dei posti più difficili in cui trovare droga.
Ho parlato di recente con soldati, e sì, quando sono in Afghanistan non gli ci vuole molto per procurarsene. Non voglio dire che fanno bene o che, ma come fai a sopportare la pressione? Come puoi alleviarla? Non sentirai mai parlare di un ufficiale rinchiuso a Colchester—anche se potrebbe succedere. Di solito sono i tipi in prima linea che si fanno. Diventano vittime. Sono loro che arrivano da zone degradate ed entrano nell’esercito, proprio come me, in cerca di una via di fuga.

Quando tornavo a casa in libera uscita, la gente mi chiamava baby killer. Il Reggimento Paracadutisti era parecchio contro le droghe, molto Regina e Patria e regole, e ne sono uscito tutto il contrario—contro lo stato e contro la guerra.

Un rave illegale a Black Rock, Brighton, 1994.

Credi che entrare nella scena rave dopo l’esercito sia stato un modo per superare la guerra?
I tipi con cui ero in reggimento sono tutti in prigione, quindi non mi sono rimasti molti amici. La fidanzata di uno dei ragazzi, il cui fratello aveva una camera oscura nel suo laboratorio, mi lasciava andare lì a sviluppare le foto. Hanno iniziato a dire che dovevo andare con loro alle feste e ogni tanto acconsentivo. Ma è stato solo dopo aver partecipato a una serata a Brighton che le cose sono veramente iniziate; quel weekend ho fotografato il mio primo rave. Sono arrivato con questi occhi neri enormi e mi hanno subito accolto come uno dei loro.

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Stuart durante un rave a Brighton.

Eri di nuovo in una truppa.
Sì. Penso avessi bisogno di appartenere a qualcosa—l’esercito era la fratellanza aerea e la scena rave aveva questa stessa sensazione di tribù. Avevo la macchina fotografica e quello era il mio scopo, quindi non ne facevo proprio parte, ero più ai margini.

Ed è questo che Pigs’ Disco prova a spiegare: niente dura per sempre. È un momento nella vita. È tutto un cammino dalle tenebre alla luce. Non poteva andare a avanti com’era; hanno iniziato a parlarne in troppi e la situazione è peggiorata. Volevano approfittarne tutti, portando nuove droghe—l’eroina e via dicendo. E la gente ci stava prendendo gusto, perché tutto quello che sale, prima o poi scende

Pigs' Disco è uscito per Ditto Press.

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L'alba perpetua