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Cosa abbiamo imparato dal panico scatenato dalla "catena delle mamme" su Facebook

Dopo che la polizia ha avvertito dei rischi legati alla pubblicazione di foto di minori attraverso la "sfida delle mamme", su Facebook si è scatenato il panico. Ne abbiamo parlato con un avvocato.
25 febbraio 2016, 9:30am

Grab

via Facebook.

Se siete nell'età in cui cominciate ad avere tra i vostri contatti Facebook amici con figli, vi sarete accorti che in questi giorni la vostra home brulica più del solito di foto di bambini. Nel caso siate immuni da quelle conoscenze, invece, probabilmente avrete letto la notizia da qualche parte. Comunque, si tratta di quello che dai giornali viene anche definito il nuovo tormentone, la "catena delle mamme", o anche la "sfida delle mamme".

Funziona così: una mamma viene nominata da un'altra mamma per pubblicare sul suo profilo Facebook tre foto che la "rendono felice di essere mamma." A sua volta, quella mamma deve nominare dieci mamme che trova "fantastiche per la sfida delle mamme," chiedendo loro di pubblicare tre foto sul loro profilo privato e di passare il testimone ad altre dieci mamme.

Il tutto sarebbe nato da una campagna contro l'utero in affitto promossa in concomitanza con l'approdo in senato del ddl Cirinnà, ma l'intento iniziale sembra essersi rapidamente perso per strada. Proprio questa partecipazione di massa che ha superato il messaggio iniziale, però, ha fatto sì che la catena diventasse tema di dibattito anche fuori da Facebook.

Sabato 20 febbraio, infatti, la Polizia Statale ha ritenuto opportuno intervenire per mettere un freno alla diffusione della "sfida" pubblicando un post sul suo profilo Facebook, Vita da Social.

Nella prima parte del post, firmata dall'Avvocato Aldo Benato, le mamme vengono esortate a non pubblicare foto dei figli online, innanzitutto perché si tratta di minorenni che non hanno facoltà di decidere. "Se questo non vi basta," continua il post, "considerate che la metà delle foto contenute nei siti pedopornografici provengono dalle foto condivise da voi."

Nella seconda parte, che ha come fonte la Polizia Postale e delle Comunicazioni, ci si sofferma sul problema della pedopornografia online ricordando, tra le altre cose, che "nel corso del 2015 sono stati operati 67 arresti e 485 denunce per adescamento di minori online, produzione, diffusione e commercializzazione online di materiale pedopornografico."

Il post conta ora più di 10mila condivisioni e centinaia di commenti, che vanno dall'indignazione nei confronti delle madri al mea culpa di alcune di loro, all'incredulità di fronte al binomio catena delle mamme - pedopornografia, o anche di quello più vasto Facebook - pedopornografia.

Il tono polemico di molti dei commenti ha portato la polizia a intervenire nuovamente sul post, chiarendo "Noi ci limitiamo a darvi consigli, poi ognuno è libero di fare come vuole. [...]. Quello che a volte può sembrare un gioco ingenuo per alcuni si è trasformato in un vero e proprio incubo."

A mettere in guardia le persone dalla pubblicazioni di foto di bambini su Facebook, in realtà, non ci sono solo i "consigli" della polizia statale e il buon senso, ma studi che parlano chiaro. "I dati sono impressionanti e si ricavano da numerosi studi, l'ultimo dei quali è del Children eSafety australiano, l'ente che si occupa del monitoraggio della sicurezza dei minori online," ha spiegato a VICE Bruno Saetta, avvocato specializzato in diritto dell'informatica e delle nuove tecnologie. "Nell'ambito dei sequestri della polizia per reati di pedofilia si è riscontrato che circa il 50 percento delle foto era di bambini ritratti nelle normali attività quotidiane, come nuotare o fare sport, foto che all'apparenza erano prese da social network."

Aspetto, quest'ultimo, che spiega il conseguente intervento della polizia. "L'intervento della polizia è un invito basato sulla realtà dei fatti che le forze dell'ordine conoscono bene," ha continuato Saetta. "Se per un genitore pubblicare la foto del proprio figlio è un atto di amore da condividere con amici e parenti, la pubblicazione online può potenzialmente permettere a un numero indefinito di persone di vedere, e quindi scaricare, l'immagine, o anche a poterla vendere od utilizzare quale foto di vetrina," ha concluso.

Ora: a tutti periodicamente viene ricordato che Facebook non è un'estensione naturale della propria vita privata, ma un "luogo" pubblico del quale l'utente medio non conosce nemmeno troppo bene le regole. Quando ho provato a confrontarmi con una delle mamme tra i miei contatti—una di quelle che aveva pubblicato le foto, per poi rimuoverle dopo la circolazione della nota della polizia—la sua reazione è stata proprio questa: "l'ho fatto con lo stesso meccanismo con cui avrei potuto mostrare a qualche amico o parente una foto sul cellulare, senza rifletterci troppo. E ho sbagliato. Ora ci penso continuamente." Un'altra, che dopo essere stata taggata da un'amica ha deciso di non partecipare, mi ha risposto: "Se i rischi ci sono perché correrli così, pubblicando immagini private online? Non capisco chi si è detto indignato e ha difeso la propria scelta di partecipare alla catena dopo gli articoli su Repubblica e il post della polizia."

Forse ribadire questi rischi parlando di pedopornografia potrà anche sconvolgere qualcuno e sembrare eccessivo, ma del resto anche ignorare completamente il fatto e usare i propri social senza pensare minimamente alle conseguenze può risultare altrettanto sconvolgente.

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