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Sulla crisi di governo non c'è niente da ridere

A leggere i giornali e le dichiarazioni politiche, pare che il 2 ottobre sia stata una giornata campale per l’Italia. Niente di più diverso.

di Leonardo Bianchi
03 ottobre 2013, 12:54pm

Sulla crisi di governo, Letta, Berlusconi, Bondi, Cicchitto, gli “scissionisti del Pdl”, Brunetta, e quant’altri non mi viene in mente nulla.

Cosa c’è da pensare della montagna di retroscena partoriti nei giorni scorsi e clamorosamente smentiti nell’arco di una mattinata? O di Cicchitto che si scanna in diretta tv con un Sallusti sempre più asserragliato nel bunker? O di Bondi che vomita odio e dichiarazioni di sfiducia in Senato? O di Scilipoti che starnazza incontrollato e fa twerking in doppiopetto sugli scranni di Palazzo Madama? O della lista dei “traditori” di Quagliarello? O dei “dissidenti” alfaniani? O della svolta lolcat di Capezzone, che ultimamente twitta foto di gatti a getto continuo?

Eppure, a leggere i giornali di oggi e le dichiarazioni di Giovanardi, pare che il 2 ottobre sia stata una giornata campale per l’Italia. Massimo Franco del Corriere della Sera, ad esempio, non ha alcun dubbio: col voto di ieri è “nata una vera maggioranza politica delle larghe intese” e ha vinto “chi vuole soddisfare la fame di stabilità dell’opinione pubblica.” In più, “l’era di Silvio Berlusconi si è chiusa con un ultimo, malinconico bluff.” Anche Stefano Fassina del Pd è convinto che Berlusconi sia diventato “politicamente irrilevante” e si sia finalmente compiuta “una svolta storica per il nostro Paese: si chiude la ‘Seconda Repubblica’ e si pongono le basi per un sistema politico compiutamente europeo.”

Sarà. A me è parsa una farsa parlamentare che non ha nulla di grandioso o appassionante. Non esiste nessuna espressione—nemmeno qualcosa come “decadente”, “caduta degli dei” o quant’altro—che possa nobilitare lo squallore, la miseria e l’infimità di quello che abbiamo visto in Senato ieri. Come ha fatto notare Fabio Chiusi su Valigia Blu, l’unico fatto certo è che il governo Letta ha ottenuto la fiducia; ma tutto il resto è “radicalmente incomprensibile” e “slegato da ogni tipo di progettualità e visione politica non dico di lungo, ma anche di medio e breve termine.” La “vera maggioranza” delle larghe intese nata ieri è solamente un ammasso grottesco di (ex?) democristiani e “moderati”, il cui unico obiettivo concreto sarà sopravvivere all’assedio di un Berlusconi totalmente fuori controllo e di un Grillo che vuole le elezioni anticipate.   

Insomma, la situazione è spaventosamente simile a quello che scriveva Ignazio Silone ne La scuola dei dittatori, un libro uscito nel 1937. Anche oggi ci troviamo di fronte a una “classe dirigente in declino” che “vive di mezze misure, giorno per giorno” e “rinvia sempre all'indomani l'esame delle questioni scottanti.” Quando è costretta a prendere decisioni, “essa nomina commissioni e sottocommissioni, le quali terminano i loro lavori quando la situazione è già cambiata” e servono solo a “illudersi di evitare le responsabilità, lavarsene le mani, per mostrarle bianche e pure agli storici futuri.” “Il colmo dell’arte di governo per i democratici dei paesi in crisi—continua Silone—sembra consistere nell’incassare degli schiaffi per non ricevere dei calci; nel sopportare il minor male, nell’escogitare sempre nuovi compromessi per attenuare i contrasti e tentare di conciliare l’inconciliabile”.

Del resto, nei cinque mesi di vita dell’esecutivo Letta non è stata presa alcuna misura significativa, e la ridicola ostinazione con cui si cerca di tenere in vita la retorica della “pacificazione nazionale” ha un’unica funzione: quella di eccitare i giornalisti/editorialisti nostrani—persone assolutamente complementari a questo sistema alle soglie dell’autismo—e coprire una realtà socio-economica sempre più allo sfascio.      

Oltre all’aumento percentuale di un punto dell’Iva (sul quale “non si può fare nulla”), il 1 ottobre 2013 sono usciti il rapporto del Cnel sul mercato del lavoro e i nuovi dati Istat sulla disoccupazione in Italia, che hanno raggiunto i livelli del 1977. La disoccupazione generale, infatti, è salita al 12,2 percento (agosto), in rialzo di 1,5 punti su base annua; e quella giovanile ha superato la soglia del 40 percento. Per il Cnel il 2013 è l’anno “peggiore della storia dell’economia italiana dal secondo Dopoguerra,” e tra il 2008 e il 2012 si sono persi più di un milione di posti di lavoro con il rischio che “molti di coloro che sono stati espulsi dal mercato, o non sono neanche riusciti a entrarvi, restino a lungo fuori dal processo produttivo.” Un rapporto del World Economic Forum, inoltre, ha piazzato l’Italia al 37esimo posto (non esattamente un gran risultato) nella classifica sul trattamento dei propri lavoratori, dietro al Cile e subito prima della Lettonia. Infine, nonostante i proclami di Letta e Saccomanni sull’uscita dalla crisi e i tunnel invasi dalla luce della ripresa, il governo ha rivisto al ribasso le stime per il Pil del 2013: calerà dell’1,7 percento.

Ora, alla luce di tutto ciò, che senso ha compilare pagelle “ironiche” sui protagonisti della farsa di ieri e raccontare con dovizia di particolari le tribolazioni dei “falchi” del Pdl o le “battutone” che il deputato campano Ciro Falanga (Pdl) ha fatto per rallegrare Berlusconi? La risposta è semplice: non ha alcun senso.

Lo scollamento tra l’immobilità totale di una classe dirigente sprofondata in una melma neodemocristiana e il resto della società è ben esemplificato da questo scambio di battute su Twitter tra il direttore de La Stampa Mario Calabresi ed Enrico Letta:

Tuttavia, quello che abbiamo visto ieri non è il Giorno della marmotta: è lo spettacolo pietoso di una democrazia che si sta lentamente autodivorando tra misure d’austerità, sghignazzi isterici e deliri senili di potere.

E no, non c’è proprio un cazzo da sorridere.


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