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Walter Siti

Intervista a uno dei migliori scrittori italiani viventi.
5.7.08

Walter Siti è uno dei migliori scrittori italiani viventi. Punto. Romanzi come Troppi paradisi e Il contagio (l’ultimo è uscito per Mondadori) lo confermano. La sua scrittura è complessa, articolata, a tratti spigolosa. I suoi libri, se ripresi in mano dopo qualche tempo dalla prima lettura, sorprendono, parlano ancora, cosa che con i narratori del nostro Paese non succede quasi mai. Walter vive a Roma, ma è originario dell’Emilia. Ha insegnato letteratura italiana a L’Aquila ed è anche il curatore dell’opera di Pierpaolo Pasolini per i Meridiani Mondadori. Dell’autore di Ragazzi di vita ci sono tracce consistenti nell’opera di Siti. In particolar modo, Il contagio parte proprio dalla ricerca di Pasolini sulle borgate, solo che ne ribalta le conclusioni. VICE ha avuto l’opportunità di parlare con Walter di questo e altro ancora.

VICE: Andiamo dritto al sodo. In Scuola di nudo, La magnifica merce e poi anche ne Il contagio si rivela la tua attrazione per i corpi dei culturisti. Uno di essi, Marcello, è protagonista dei tuoi racconti. Mi puoi spiegare il perché di questa ossessione?
Walter Siti: Non credo si possa spiegare completamente con l’attrazione sessuale. So solo che la mia per i culturisti è rimasta intatta dall’adolescenza ad ora, con una tenacia ossessiva che mi meraviglia. Forse ha a che fare con le curve delle maggiorate degli anni Cinquanta, o forse con un mio bisogno profondo di ciò che è pieno, colmo fino all’orlo, così assoluto da essere sicuri che non ci sta più niente. È la sindrome della Sfera.

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Oltre al culturista Marcello, fra i protagonisti dei tuoi romanzi ce ne sono alcuni che ti assomigliano. Si chiamano proprio Walter Siti. Come mai?
Un solo personaggio si chiama come me, ed è il protagonista della Trilogia. Ho saputo solo dopo che i francesi definivano questo gioco “autofiction”. Per me, era spedire un io sperimentale a fare tutto quello che io non avevo potuto, a prendersi tutte le colpe al posto mio. E anche illudermi di avere una vita, schiacciato com’ero dall’angoscia di non viverne nessuna.

Una volta hai detto che è l’amore a spingerti a scrivere. Come mai hai deciso di iniziare questa trilogia che va da Scuola di nudo a Troppi paradisi?
Sono partito perché mi si era inceppata la macchinetta critica; ho capito che se non attraversavo i miei rancori e i miei incubi mai sarei riuscito a occuparmi serenamente degli scritti altrui. E poi perché soltanto inoculandomi i virus della contemporaneità, e osservandoli dentro di me, potevo sperare di afferrarli ‘politicamente’.

In Troppi paradisi ti occupavi di televisione. L’hai anche frequentata come autore. Che impressione ti ha fatto, che esperienza hai avuto?
È stata un’esperienza bella per l’intensità con cui si lavora; sempre con l’acqua alla gola, sempre con la tensione addosso, adrenalina a mille—in confronto, il campo letterario sembra una bocciofila per pensionati. Ma non buona quanto al valore di ciò che si fa, con la brutta sensazione che fossero più o meno tutti rassegnati alla merda.

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Troppi paradisi, un romanzo straordinario dedica grande spazio ai personaggi televisivi, ai famosi, che compaiono da personaggi, come in Glamorama di Bret Easton Ellis.
Io utilizzo i “famosi” nei miei libri per ottenere un effetto di realtà. Le celebrità—come quelle che compaiono sul canale E! Entertainment di Sky, alle quali non viene mai chiesto che cosa sappiano fare, basta che abbiano avuto mezzora di passerella in video—mi aiutano a riprodurre la mancanza di distinzione tra persona e personaggio, che esiste anche nella vita.

Che cosa significa per te l’essere famoso?
La definizione varia a seconda dei periodi. Il senso per cui, anticamente, si considerava famosa una persona—perché aveva fatto cose importanti, capaci di restare nella storia—è passato in sottofondo. Famoso è chi ha visibilità sui mezzi di comunicazione. Tutti si riempiono la bocca con la “società dello spettacolo”, ma ho la sensazione che non tiriamo fino in fondo le conseguenze della definizione: lo spettacolo è una forma d’arte e se viviamo in uno spettacolo vuol dire che le regole dell’opera d’arte valgono anche per la vita.

Che cosa comporta allora vivere in una “società dello spettacolo”?
Intanto, la sospensione dell’incredulità. Non ci chiediamo più se una cosa è vera o falsa, ma se funziona o no. Per esempio, quando vediamo un politico che va in televisione non ci domandiamo se è vero o no quello che dice, ma se è un personaggio o meno. La seconda regola è che la distinzione fra bene e male viene annullata: rimane la differenza fra personaggi forti e deboli.

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Hai detto che il reality show è una forma contemporanea di narrazione, o qualcosa del genere. 
Più che una forma di narrazione, mi sembra un impianto infernale per rendere impossibile la narrazione vera. Ci sono i personaggi, ci sono le relazioni, ma per censure interne o esterne nessuno può dire fino in fondo la verità, o spingere i rapporti alle estreme conseguenze. C’è l’ordigno della narrazione, ma manca l’innesco.

Nel tuo ultimo romanzo, Il Contagio, ti occupi delle borgate romane, proprio come Pasolini, di cui hai curato l’opera. Come sei arrivato dalla trilogia alla borgata?
A dire il vero, stiamo parlando di un unico percorso. La trasformazione di cui parlavo prima è accaduta dappertutto, anche nelle borgate. Nessuno dei “ragazzi di vita” di Pasolini avrebbe mai pensato di modificare il proprio corpo per meglio vendersi sul mercato. Erano com’erano. Adesso si costruiscono per il mercato: si truccano, fanno iniezioni, tutto per rendersi appetibili. Si ha la sensazione di vivere in un mercato universale e chi non pensa di poter diventare personaggio, cerca di entrare come pezzo della scenografia, di funzionare come oggetto decorativo. Mi occupo delle borgate perché penso che siano il sintomo di qualcosa di più generale che sta accadendo. Ci sono dei modi di vedere la vita che per quelli che una volta si chiamavano sottoproletari erano delle verità date, cose naturali: l’assenza di futuro, l’impossibilità di programmare la propria vita, un misto di fatalismo e di imprudenza, il fatto che, in fondo, qualunque azione sia a somma zero, che non ci sia poi molta distinzione fra legale e illegale, che tutto si risolva con la frase, “E che problema c’è?” Mi sembra che tutto questo si stia estendendo anche ad altri ceti sociali. Pasolini aveva previsto che la borgata si sarebbe imborghesita, io credo che la borghesia si sia imborgatata. Il futuro manca anche a loro, i figli vivranno peggio dei genitori, c’è questa mania di sognare in grande—vincere un sacco di soldi ai quiz, fare le veline—con la consapevolezza che tanto non si avvereranno.

Come hai fatto a conoscere intimamente le borgate?
Letterariamente le ho scoperte con Pasolini e non mi stavano molto simpatiche, quei ragazzetti mi annoiavano un po’; poi mi sono innamorato di un uomo che viveva lì, e così le ho conosciute.

Perché il titolo Il contagio?
Ha un duplice senso. Da una parte indica il contagio di una classe sociale all’altra. Dall’altra si riferisce a un elemento personale, erotico. Il protagonista, amando un sottoproletario, si è fatto contagiare dalla borgata. Ha assunto il suo modo di pensare. Io penso che si possano raccontare le realtà esterne soltanto se uno se ne fa contagiare, fino al punto di diventare immorali. Il romanzo doveva essere un’inchiesta giornalistica sulle borgate, ma io non so fare il giornalista, non riesco a scrivere prescindendo dall’esperienza personale. Devo amare la gente di cui scrivo, altrimenti non riesco a dare uno spessore emotivo alla storia. La casa popolare di cui parlo non esiste, la via in cui si trova lo stesso e le storie sono il riassunto delle vicende di varie persone. Non sono partito con un’intenzione enciclopedica, ma personale: sono andato nelle borgate assieme a persone che ci vivono e di cui sono amico. Credo che per capirle servano più un paio d’ore passate nella noia più assoluta aspettando il pusher, piuttosto che due reportage letti sui giornali. Il giornalismo racconta meglio le emergenze e le eccezioni,la fiction racconta meglio la quotidianità, la banalità di tutti i giorni. Ed è quella che ci sta trasformando lentamente. Nei miei ultimi libri ho cercato di inocularmi tutti i virus della post-modernità. Pasolini sosteneva che i ragazzi delle borgate si stessero imborghesendo. Invece è la piccola borghesia che si è appiattita sulle borgate. Ciò che prima caratterizzava il sottoproletariato—la sensazione che non ci fosse un futuro, il vivere con un piede nella legalità e uno fuori, la percezione che nulla ha senso, il volere tutto e subito e il sognare a vuoto, sono diventati prerogativa della borghesia.

Ritorniamo un attimo sui famosi. Durante la presentazione di un libro ti ho sentito citare un episodio dalla biografia di Fabrizio Corona. Come mai?
Mi ha impressionato la biografia di Corona, che è un borghese a tutti gli effetti; in prigione incontra un signore che gli dice: “Se hai soldi, una bella macchina e un po’ di cocaina puoi scopare chiunque,” e Corona risponde: “Sono d’accordo.” Qualunque borgataro controfirmerebbe. Chi detta l’egemonia culturale, sia pure dal basso, è la borgata.