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LGBT

Essere gay mi ha salvato da un matrimonio gipsy in Italia

La mia famiglia si è trasferita in Italia prima che nascessi, ma il razzismo nei nostri confronti non è stato il mio unico problema.

di Andrei; come raccontato a Vincenzo Ligresti
04 ottobre 2018, 4:00am

Illustrazione di Juta.

Mi chiamo Andrei.* Ho 24 anni. Sono uno studente. Ho una relazione da circa sette anni. E dei progetti futuri.

In un mondo ideale queste qui sopra sarebbero tutte le informazioni utili per inquadrarmi. Ma ho imparato a mie spese che essere anche gipsy, e pure gay, conta più di tutto il resto. Conta per gli estranei timorosi dello "straniero," per i politici bisognosi di slogan, e persino per i miei familiari per cui l'apparenza è di vitale importanza.

In certi periodi, tutto questo "interesse" non richiesto—per motivi di volta in volta diversi, dentro e fuori casa—mi ha gettato nello sconforto più nero, alle volte divertito, altre volte provocato totale indifferenza. Ma andiamo per gradi.

Sono il settimo e ultimo figlio di una famiglia molto numerosa. I miei genitori si sono trasferiti circa trent’anni fa dai Balcani in Italia, il paese dove sono nato, ho ottenuto troppo tardi la cittadinanza e che chiamo casa. I miei genitori, pur mantenendo vive le tradizioni, mi hanno sempre incoraggiato a partecipare a iniziative scolastiche e non, iscrivermi a corsi e frequentare persone esterne alla nostra comunità.

L’integrazione però non è qualcosa di univoco. Ed è fondamentale che l’interesse di chi è nella posizione di forza sia autentico. Credo di aver compreso tale meccanismo all’età di sette anni, a scuola: seppur gentile e amichevole con tutti, non potevo far altro che incassare le varie declinazioni di “zingaro di merda” proferite da qualche stronzetto. In quel periodo con la mia famiglia vivevamo in un paesino nel profondo Nord Italia—e già le dimensioni del paesino dovrebbero essere indicative del grado di libertà che vi si respirava.

Devo dire che quando ci siamo trasferiti nella zona popolare di una città vicina le cose sono andate meglio. E qui, mi dispiace ancora deludervi: la casa dei miei non è pomposa e con le poltrone coi ghirigori come ve la immaginate. O per lo meno, tutto l’oro che immaginate è limitato ad alcune pareti. Altre sono leggermente glitterate, e in alcuni casi ci sono troppi lustrini.

Il gusto kitsch non mi fa impazzire, ma non lo rinnego neanche. È stato la cornice delle grandi feste, delle lunghe cene e degli infiniti pranzi a base di burek e supa con la mia famiglia allargata—dove per famiglia allargata intendo: zii, amici di famiglia, amici di amici di famiglia sempre moltiplicati per svariate generazioni. Per grandi feste, invece, intendo ogni occasione buona: dai festeggiamenti tradizionali della Pasqua del 6 maggio al Natale (che non è per nulla legato alla tradizione, ma al processo d’integrazione), fino ad arrivare ai matrimoni.

Ora: se siete degli affezionati di programmi come Il mio grosso grasso matrimonio gipsy o vi è capitato di vedere Suburra, per quanto siano prodotti basati su cliché, descrivono perfettamente un aspetto. L’ossessione spasmodica, smodata, morbosa da parte dei gipsy per l’istituzione del matrimonio. Non si tratta solo dell’argomento principe di ogni conversazione, ma anche di una sorta di vocazione totalizzante: i genitori iniziano a investire su anelli di fidanzamento, collane e medaglioni d’oro da conservare per il grande giorno dei figli sin da quando sono bambini. Anche per me sono stati effettuati questi acquisti, stanno lì, in un angolo.

Prima del matrimonio, per il giovane sposo viene organizzata una grande festa dove dovrà effettuare un ingresso trionfale con la futura sposa, a cui è riservato un piccolo evento più informale. Dopo il grande giorno, almeno per alcuni anni, le mogli si trasferiscono a casa dei suoceri—che è quello che è successo alle mie cognate. Mi sono sempre trovato a mio agio con loro, seduto a tavole affollate, soltanto che a un certo punto ho riscontrato non poca difficoltà nello schivare discorsi che prevedessero me e la parola matrimonio nella stessa frase. Siamo musulmani, praticanti a intermittenza, e gli omosessuali in famiglia non sono mai stati ben visti. Con questo non sto dicendo che l’Italia là fuori sia la terra promessa gay o che altre religioni siano particolarmente aperte in materia, ma ho sentito così spesso il termine “bujashi” (l’equivalente di “frocio”) per affermare che parlo con una certa cognizione di causa.

Ho lasciato a questo punto dell’articolo i dettagli sul mio essere gay, perché prima di smetterla di fantasticare sul mio matrimonio tradizionale e capire che mi piacessero i ragazzi ci ho messo un po’. All’incirca all’età di 15 anni ho iniziato a utilizzare chat gay, sentirmi in colpa, sperimentare, sentirmi in colpa, sperimentare, sentirmi ancora in colpa, finché poi non ho conosciuto il mio attuale ragazzo.

All’inizio della nostra frequentazione veniva a prendermi in vespa: parcheggiava a circa un isolato da casa e io lo raggiungevo a piedi. Andavamo fuori città, in qualche bar distante, in qualunque posto in cui pensavo la mia famiglia non ci avrebbe mai visto. Almeno finché una volta mio padre, forse insospettito dalla frequenza con cui uscivo, mi vide mentre inforcavo il casco. Il mio più grande terrore si era avverato: poco dopo iniziò a tempestarmi di telefonate e—una volta avuto il coraggio di rispondergli—a darmi ripetutamente del “bujashi,” “bujashi,” “bujashi,” dirmi “torna a casa,” “finisce male.”

A quel punto, ero più confuso che mai. Avevo più o meno imparato a gestire gli ormai rari casi in cui gli sconosciuti mi guardavano dall’alto in basso perché “straniero,” ai miei amici di sempre non importava con chi andassi a letto, eppure le convinzioni della mia famiglia mi preoccupavano. Con loro non parlammo di ciò che era accaduto quando la sera tornai a casa: mi misero in punizione pensando che la situazione si potesse risolvere così, senza affrontarla.

Io al contrario ero più certo che mai. Non avrei mai e poi mai accettato di sposarmi. Non volevo finire come quel ragazzino, figlio di amici di amici, palesemente gay, sposato, con figli, di cui tutti sanno e facilmente rintracciabile nelle chat per soli uomini. Non volevo passare il resto dei miei giorni a condurre una vita doppia.

Così, quando mia madre iniziò imperterrita a dirmi che avrei dovuto sposarmi, decisi che era arrivato il momento di fare coming out. I miei, seppur in un certo senso avessero già capito, non la presero bene. I miei fratelli, meglio del previsto—soprattutto mia sorella maggiore, che si era sposata con un uomo non gipsy, per amore, contro tutto e tutti.

Proprio a causa di questo clima, quando anni dopo me andai di casa, i miei decisero (dal loro punto di vista) di salvare il salvabile, e di mantenere le apparenze con la famiglia allargata, con cui da sempre facevano a gara a chi aveva il figlio più diligente o più sposato. Ovviamente sapevano che ero andato a convivere, ma comunicarono ad amici e parenti che avevano accettato la mia decisione, tutta "moderna," di prendere casa coi miei colleghi.

Solo recentemente, con non poca fatica, mia madre ha cercato di spiegarmi le loro ragioni, aggiungendo incredibilmente che "se sei felice, lo siamo anche io e tuo padre." Arrivato a questo punto mi piacerebbe dirvi che tutto oggi è al posto in cui vorrei. Ma la verità è che mi obbligo ancora ad alzarmi da tavola quando i discorsi vertono su argomenti su cui non vorrei più mentire: se da un lato i miei mi hanno detto di star pensando addirittura di voler conoscere il mio ragazzo, dall'altro devo continuare a contenermi per loro in certi contesti—in cui capita sempre più spesso di captare le dichiarazioni d'indipendenza dei miei cugini, che suonano più o meno così: "Io da grande non mi voglio sposare, voglio vivere coi miei amici. Come Andrei."

*Il nome e alcuni dettagli sono stati cambiati per tutelare la privacy del protagonista.