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Gli Slander hanno insegnato l'hardcore italiano al mondo

Con un furgone scassato, un'ossessione e un'idea politica si può partire da Venezia e arrivare ovunque, dalla Russia al Sudafrica alle orecchie di Salmo.

di Marco De Vidi
01 aprile 2019, 12:55pm

Tutte le foto per gentile concessione della band

Gli Slander sono la band che più di tutte in questi anni è riuscita a risvegliare la voglia di hardcore in Italia. Sono stati grado di attirare tanti giovanissimi fan che, tour dopo tour, si sono appassionati ai loro esplosivi e divertentissimi show dal vivo a base di materassini gonfiabili, oggetti e personalità di varia natura lanciate sul palco e del buon sano e vecchio pogo infuocato. Inoltre, sono stati in grado di mettere Venezia sulla mappa, aggiungendo terriccio fresco all'humus underground della città.

Il post di qualche settimana fa con cui la band annunciava quella che potrebbe diventare una lunghissima (definitiva?) pausa ha lasciato tutti di sasso. “Potrebbe trattarsi di un anno o dieci anni, chi lo sa, non abbiamo un piano”, recitava la dichiarazione, ponendo un enorme punto di domanda sul futuro.

Per andarsene con il botto, c'è stato un ultimo tour europeo di quindici date. Tra queste c’è stato l’infuocato show di Londra e la data di dicembre al Rivolta a Marghera, in casa, dopo Kaos, con più di mille persone a salutare la band.

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Slander a Londra nel 2019.

E ora, che succede? È tutto già finito? Le centinaia di date in quattro anni hanno esaurito le energie degli Slander? Da Marghera, la periferia (ormai post-) industriale di Venezia, a un tour che ha toccato tre continenti il percorso sembra complicato. Eppure per gli Slander non si è trattato altro che di una fulminea e festaiola corsa.

Tutto nasce dall’incontro tra Samall, veneziano coinvolto nell’organizzazione di concerti, e Alessandro “Kafka”, studente fuorisede di Latina (Pontinia per la precisione), arrivato a Venezia per studiare giapponese. Il primo contatto, ovviamente, avviene in occasione di un concerto hardcore. È fine 2012. Alessandro cerca un passaggio per arrivare a Padova e scrive sulla pagina dell’evento. “Ci siamo sentiti e poi beccati direttamente al concerto”, racconta Samall. “Lui era lì che faceva stage diving. Ho pensato di invitarlo ai concerti che organizzavamo noi”. Alessandro cerca una band e chiede a Samall se conosce qualche persona con cui suonare.

In quel momento il nucleo dei futuri Slander esiste già (Samall, Leo, Saverio, Enrico) e ci sono anche un paio di pezzi. “Pensavo che a Venezia non ci fosse proprio niente”, spiega Alessandro. “Erano già due anni che stavo lì e stavo decidendomi se tornare a Pontinia o rimanere. Ero un po’ disincantato rispetto a questa storia della musica. Però nel frattempo continuavo a scrivere le mie canzoni”. “I suoi pezzi”, racconta Samall, “erano una bomba. Fondamentalmente gli ho rotto il cazzo finché non è venuto in sala prove. Ho obbligato Ale a suonare con noi. I primi pezzi erano veramente terribili”.

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Slander a Padova nel 2017.

Il primo concerto degli Slander è il 5 ottobre del 2013. Si svolge nella sala prove degli Slander a Marghera, assieme a Hobos, Discomfort, Blame It On The Ocean. “Avevamo fatto nove mesi di prove prima di fare quel concerto”, spiega Ale. “Provavamo ore e ore. In saletta faceva freddissimo”. “Mamma mia”, rincara Samall, “pioveva dentro. Il titolare poi non pagava le bollette e ci saltava la corrente. E noi eravamo tutti con la backline nuova, era il nostro primo gruppo serio, avevamo speso tutti i nostri soldi in strumenti. Il giorno del concerto Ale va a prendere il suo amplificatore in saletta e trova un ragazzo di un’altra band che usa la sua testata. Nella foga di andare a fare il soundcheck, prende la strumentazione e partiamo. In mezzo al concerto, ci rendiamo conto che il canale pulito della testata non funziona più. Mi ricordo chiaramente il momento di istinto omicida verso questo tizio. C'erano trecento persone a vederci”.

Che sembrano un botto. Ma la forza degli Slander deriva anche dalla presenza di un collettivo di band che da queste parti è riuscito a crescere con costanza. Qui l’hardcore non è mai morto (pensiamo a band come gli Oltrezona, che pur cambiando formazione sono attivi da più di dieci anni) e punti di incontro come la saletta di Marghera, frequentate da musicisti di diverse generazioni, sono stati il contesto perfetto per la nascita di collaborazioni e iniziative.

Ed è proprio così che nasce Trivel, prima incarnazione di quel collettivo che si dà da fare per organizzare date e concerti per i molti gruppi che orbitano nell’area veneziana. Assieme agli Slander, ne fanno parte Discomfort, The Mild, Danny Trejo (band in cui Samall suona il basso), Zeit, i mitici Destroy All Gondolas e i miei favoriti Hobos, di cui è da poco uscito l’ultimo potentissimo album.

Dall’organizzazione di piccoli concertini si è passati all’idea di un festival, nato nel 2013, che pian piano si è ingrandito, spostandosi dal Pop Corn Club al Rivolta, il centro sociale di Marghera. Ho già provato a raccontare cosa sia da vicino il Venezia Hardcore. Negli anni sono passate per il festival band fighissime come i Face Your Enemy, i Raein, gli Integrity, i No Turning Back, con l’idea di dare spazio sia a ospiti internazionali che a una scena local che negli anni ha continuato a crescere in qualità. Il programma dell’edizione 2019 è succoso come sempre, con gli svedesi Satanic Surfers, ma soprattutto (almeno a me ha fatto scendere più di una lacrimuccia) il ritorno all’attività dei romani To Kill, a cinque anni dallo scioglimento. Anche se la cosa più bella in assoluto è il video di presentazione in cui Samall cavalca il fortunadrago de “La Storia Infinita” sopra Venezia, davvero credo non sia mai stato prodotto un video più figo nella storia dei festival musicali.

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Slander al VEHC nel 2017.

Ecco, i video sono stati fondamentali per gli Slander fin dall’inizio. "Scavenger", con la presenza di Beavis e Butthead in carne e ossa, è stato il primo, realizzato da Leo, il bassista. E uscito prima di qualsiasi incisione. Ora ad affiancare Leo nella realizzazione dei video c’è Daniele Bagolin, che segue la band e realizza le riprese, oltre che i meravigliosi vlog. Video come "Never Enough", allucinatissima versione di Matrix in cui la band si ritrova in un mondo a cartoni animati, "Give All", dove i cinque combattono in un videogioco in 8-bit ispirato a Mortal Kombat, oppure "The Rush", che con l’atmosfera poetica di corse nei carrelli della spesa e fumogeni colorati vede protagonista il collettivo Trivel al completo, sono serviti a portare al mondo il messaggio degli Slander. “Abbiamo dato molta importanza all’immagine perché si tratta comunque di un prolungamento della dimensione musicale”, spiega Samall.

L’ascesa degli Slander è rapidissima. Man mano che i capelli di Samall crescono, la band macina chilometri, organizza concerti, pensa al primo tour in Europa. “Dopo nemmeno un anno di prove abbiamo fatto il primo EP e siamo riusciti a portarlo un po’ in giro. Dopo sei concerti in Italia siamo partiti per il primo tour europeo”, così racconta Samall. “Credo di aver mandato qualcosa come mille mail e chiuso nove concerti, tipo. Date anche a mille chilometri di distanza, tutto in condizioni del cazzo”. La prima data fuori dall’Italia è a Zagabria. Qualche simpaticone pensa sia una buona idea mettere del lassativo nei piatti dei fioi durante l’ultimo pasto assieme prima della partenza. Per arrivare a Berlino, seconda tappa del tour, ci vorranno dieci ore di van con soste ogni mezz’ora per poter cagare a turno sul ciglio della strada.

In pochi mesi la formazione diventa quella attuale, con Samall che passa alla voce dopo la dipartita di Enrico, il primo cantante, e l’entrata di Matteo alla seconda chitarra. Poi ci sono Leonardo al basso e Saverio alla batteria. “Mi sono messo a cantare e non sapevo fare un cazzo”, ricorda Samall. “Non che adesso sia tanto meglio, ma almeno non perdo la voce. Sono andato anche a scuola di canto e l’insegnante mi fa provare degli esercizi per la respirazione per tre mesi. Ghesboro, tutto il giorno a fare gli esercizi. Poi ho capito come fare, ho chiuso con la scuola di canto e sono rimasto così”.

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Slander a Città del Capo nel 2016.

“Ho comprato un furgone usato a 750 euro”, racconta Samall. “Ecco, eravamo pronti per partire in tour. Ci chiamate? Bene, il furgone partiva, non avevamo spese, eravamo totalmente auto organizzati, a mille all’ora”.

La prima puntata fuori dall’Europa è il tour in Russia del 2015. Una dozzina di date in tre settimane, con tratte da venti ore. “Non avevamo i soldi per i biglietti aerei”, racconta Samall. “Quindi abbiamo deciso di andare in furgone fino in Polonia, mollarlo lì, prendere un altro furgone ucraino e arrivare in Estonia, unica data prima della Russia. Praticamente avevamo accumulato un viaggio di 36 ore. Facciamo questo concerto e vengono a sentirci in quattro persone”.

“Uno aveva l’occhio di vetro”, ricorda Ale. “Sì, ed era il più gasato di tutti”, continua Samall. “Quella sera ci hanno dato 7 euro. Sette euro dopo 36 ore di viaggio, ti giuro, volevo piangere”. Poi si parte per la Russia. “La data dopo, a Kursk, fino a cinque minuti prima del concerto c’erano dieci persone. Prima del concerto vado da Alessandro e gli dico: 'Voglio tornare a casa, non ce la faccio psicologicamente'. Mi ricordo che Ale a un certo punto mi fa: 'E a mio nipote cosa dico, che lo zio è tornato a casa, ha gettato la spugna e non ha finito il tour?' E io ci ho pensato. Bene, hai ragione, andiamo avanti”.

“Il concerto va bene. Ma alla fine Ale cosa fa? Si beve tipo 18 vodke e si mette a lanciare i bicchieri contro il muro. A Kursk, mai stati in Russia, il primo giorno lì. E lì ti arrestano anche se sei ubriaco, ti portano in caserma. Lo abbiamo portato via, voleva menarci tutti. Il giorno dopo andiamo a San Pietroburgo, Ale vomita un sacchetto di bile, ma da lì in poi il tour è andato anche bene”.

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Slander in Messico nel 2017.

“Siamo tornati in Polonia dopo tre settimane” spiega Samall, “e il nostro furgone non era più parcheggiato nello stesso posto. Cioè, era nello stesso parcheggio ma in un posteggio diverso. Ed era un po’ assurdo, considerato che avevamo noi le chiavi. Montiamo in van, giro la chiave, il furgone parte. Era rimasto fermo per tre settimane, in pieno inverno polacco. Dopo le trenta ore di viaggio da Mosca alla Polonia ci abbiamo messo altre dieci ore fino a Praga, senza riscaldamento. Tutti con il sacco a pelo addosso, faceva freddissimo”.

Ale conferma: “Scene di freddo ne abbiamo vissute tante, ma quella rimane proprio indelebile. Anche peggio della Russia stessa, è stato proprio pazzesco quanto freddo facesse in quel furgone. Poi eravamo distrutti dopo tutti quei giorni di tour, con tratte lunghissime. Siamo arrivati quasi in Kazakistan. C’era posto per due letti, dove stavamo sempre io e Samall. Ma non dormivamo, io mi mettevo le cuffie perché non volevo sentire, volevo fare finta di non essere lì. Facevamo salti di 40 centimetri per le buche che c’erano per strada. E con questo autista, Alex, un ex sbirro, che guidava il furgone fortissimo. E io mi dicevo: ok, se devo morire muoio, è inutile che ci pensi”.

“Alla gente sembra facile”, riflette Alessandro. “'Avete fatto un sacco di date, bravi'. Ma bravi un cazzo. E comunque, prima lezione: non andare in tour in Russia”.

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Slander al Rivolta, Venezia, nel 2018.

Con il primo cantante gli Slander fanno una trentina di date. Poi la media dal secondo anno sale a una cinquantina. Negli ultimi due anni i concerti sono più di 200. E nel frattempo la band è arrivata un po’ ovunque. Ci sono stati due tour in Israele, uno dei quali raccontato proprio qui su Noisey da Samall, che narra di quella volta in cui gli hanno messo la droga nel bicchiere, per davvero. Gli Slander sono atterrati in Kenya per un concerto di beneficenza, poi hanno fatto una tournée in Sudafrica e una serie di concerti in Messico. Resta qualche dubbio su quante volte siano usciti dall’Europa: “La Grecia è Unione Europea?”

“Il tour in Russia è stato qualcosa che abbiamo cercato più noi, per avere una prima spinta fuori dall’Europa. Però in Messico e in Sudafrica ho percepito per la prima volta delle persone che veramente ci volevano”, riflette Samall. “Siamo stati coinvolti per il piacere di chi ci chiamava. Dal Sudafrica ci hanno scritto, abbiamo organizzato il tour in due settimane. E siamo rimasti molto amici con questi ragazzi. Sono stati dei tour a tutti gli effetti”.

“Sì, le date che sono andate bene erano proprio incredibili”, aggiunge Alessandro. “A Johannesburg è stato pazzesco. Abbiamo venduto quasi tutte le magliette al secondo concerto. A Cape Town abbiamo fatto due date perché era andata così bene che i ragazzi ci hanno chiesto di suonare ancora, locale pieno entrambe le sere. Anche a Durban abbiamo suonato due volte, sfruttando un day off”.

“A Durban è andata così” spiega Samall, “siamo andati a mangiare da un paninaro. Entriamo in questo rione e c’era un bambino che sniffava colla. È stata la prima volta che ci siamo trovati davanti a cose del genere. C’era un’insegna dal paninaro che diceva che raccogliendo l’equivalente di 30 euro, una cosa del genere, avremmo dato da mangiare a cento senzatetto che vivono in quel quartiere. Noi ci siamo detti: ragazzi, domani abbiamo un day off, il tipo del locale ci adora, chiediamogli di fare un concerto di beneficenza. Il concerto last minute si è fatto, sono venute almeno 70-80 persone, abbiamo raccolto tipo 200 panini. Mi ricordo che anche un sito pubblicò la notizia di questa cosa che avevamo fatto. È stato davvero piacevole a livello umano”.

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Slander in Kenya nel 2017.

In Messico le date sono state otto con, in chiusura del tour, la partecipazione all’Off Limits Festival, in compagnia di Integrity e Suicidal Tendencies.

“Il Messico è stato super. Poi lì il pubblico sapeva perfettamente cosa stava andando a vedere, erano perfettamente dentro al mood della musica, questo perché lì si vedono tutti i gruppi americani che stanno aldilà del confine”, racconta Samall. “Avevamo una mezza possibilità di arrivare a suonare a San Diego, ma arrivavamo dal Messico con tutta la strumentazione e in più per come mi chiamo io di sicuro ci avrebbero fermati, ci saremmo rovinati il tour. Quindi abbiamo preferito non andare negli Stati Uniti”.

Il nome di Samall infatti è di origine curda. E, come racconta nel diario da Israele, è un nome che desta sospetti in alcune zone del mondo. Il padre di Samall è curdo e viene dall’Iraq. È arrivato in Europa a 18 anni come rifugiato politico. Dopo un primo periodo in Svezia si è spostato in Italia, prima a Firenze e poi a Venezia. Nel 2016, con l’intensificarsi dei combattimenti nella zona del Rojava, gli Slander in collaborazione con Zerocalcare hanno realizzato una maglietta per raccogliere fondi per comprare materiale per alcune scuole che erano andate distrutte nei bombardamenti durante il conflitto contro l’Isis. “È una cosa che ho portato all’interno del gruppo perché la sento mia”, spiega Samall, “e la maglietta rappresenta una questione che noi cinque abbiamo voluto prendere a cuore”.

“D’altra parte, tuttavia, era anche un modo per dire che noi non siamo un gruppo che si mette a sbandierare slogan per ottenere riconoscimento”, continua. “Per noi non servono testi impegnati. Ma ci sono azioni impegnate rispetto a quello che abbiamo a cuore”.

Nell’ambiente hardcore, da sempre molto legato alla politica (e talvolta un po’ rigido negli atteggiamenti), gli Slander hanno fatto storcere il naso a più di qualcuno. L’approccio iper festaiolo, l’atteggiamento dissacrante (ma cosa è punk, sennò?), le diverse collaborazioni che li hanno spesso portati ad avvicinarsi a mondi molto lontani dalla nicchia di appassionati, a qualche fan un po’ troppo radicale sono sembrati inopportuni.

Gli ultimi mesi vedono stabilmente nella formazione dal vivo Dj Craim, che ha lavorato con Kaos One e Colle Der Fomento. Gli Slander sono finiti a Santarcangelo, il festival di arti performative più importante d’Italia, con l’attrice Eva Geatti a esibirsi in un appassionante, seppur nonsense, show assieme alla band.

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La copertina di Calunnia, cliccaci sopra per ascoltarlo su Bandcamp.

La scelta delle label con cui hanno lavorato in questi anni segue la stessa logica di apertura: Bad Weather è uscito con Machete, etichetta che lavora con Salmo, Nitro e altri nomi della scena rap italiana. Calunnia invece è uscito per F.O.A.D., storica label di Torino che nel tempo ha ristampato i dischi di Nerorgasmo, Indigesti, Raw Power e molti altri.

“E in tutte queste situazioni puoi vedere quanto veramente non ce ne sbatta un cazzo di essere rinchiusi dentro a un recinto che mettono gli altri”, osserva Samall. “In tanti ci hanno attaccato” continua, “ci hanno fatto delle critiche, così come in molti ci fanno complimenti. Però alla fine secondo me la spontaneità ha vinto sul lungo termine, perché noi abbiamo sempre continuato a suonare. E se qualcuno ci parlava alle spalle, e questo prima capitava in giro per l’Italia e ora invece succede anche in Inghilterra o in Germania, alla fine ce ne siamo sempre sbattuti il cazzo”.

“E questo non vuol dire che non abbiamo i nostri ideali nelle cose. Ce li abbiamo e ci comportiamo in base a come la pensiamo”, spiega Alessandro. “Ma questo è fra le righe, si vede da quello che uno fa, non serve dichiararlo sempre, esprimere qualcosa per forza. Se vuoi lo capisci che tipo di persone siamo, che tipo di divertimento vogliamo, dove sono i limiti che ci poniamo nel rispettare le altre persone. La vera libertà è fare il cazzo che vuoi, se non dai fastidio agli altri. E soprattutto non ti puoi aspettare che un gruppo del 2019 si comporti esattamente come un gruppo degli anni Ottanta o Novanta”.

“Tutte queste collaborazioni”, spiega Alessandro, “sono nate così, spontaneamente. Con tutte queste persone, si è trattato di rapporti veri. È questo che in molti non capiscono. Ci vengono a chiedere come abbiamo fatto, che cosa c’è dietro. Si pensa sempre che ci sia qualche modo subdolo per raggiungere le cose prima. Ma se tu pensi alla stessa cosa tutti i giorni, veramente, se sai quello che vuoi, fai anche passi avanti. Il problema è che molti vorrebbero ottenere senza fare un cazzo”.

Sembra incredibile, vista dall’esterno e facendo il paragone con i passi lenti di molte altre band, l’esplosione degli Slander in un periodo brevissimo, poco più che ventenni. Per passare dall’essere una band da sala prove sudicia al diventare uno dei nomi più conosciuti dell’hardcore italiano nel mondo ci vuole una forza di volontà fuori dal comune, oltre che a una spiccata sicurezza nei proprio mezzi.

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Slander a Johannesburg nel 2018.

“Tanti partono e pensano di poter pretendere chissà che cosa”, prosegue Alessandro, “ma la gavetta te la devi fare. All’inizio noi andavamo a suonare per 50 euro, ma anche a zero. E a zero significa rimetterci. Ma eravamo proprio felici di farlo. All’inizio sei anche riconoscente del fatto che qualcuno ti caghi per fare una data. Non puoi pensare di fare un gruppo e dire adesso in sei mesi divento qualcuno, se non hai l’esperienza, se non sai neanche come si fa. Non lo so neanche io come si fa. Ci vuole tempo per fare tutto. Se tu sei uno che ha fretta, che ha il pepe al culo, probabilmente sei un chiacchierone, non hai voglia di dormire sui pavimenti, non ce la fai. Dopo un tot di date ti viene da spararti in bocca”.

“Con gli ultimi due dischi che abbiamo fatto, siamo stati in tour tutto il tempo”, riflette Samall. “Tornati a casa, Ale rimaneva un mese chiuso in camera, al buio. Andavo a trovarlo perché ero preoccupato, non usciva più di casa”.

“Ci siamo tutti licenziati dai lavori che facevamo, ci siamo aiutati in mille modi per continuare. E questo fa sempre parte del sacrificio che tu sei disposto a fare per questa roba. Ora abbiamo ricevuto un’offerta importante per fare un disco. E sarebbe la prima volta che avremmo un budget vero per fare tutta la produzione come la immaginiamo. Davvero nel 2019 avremmo potuto fare 150 concerti. Ma con creatività? Con che energie?”

“Riguardo la pausa” spiega Samall, “preferiamo essere molto chiari. Abbiamo scritto: può essere uno come dieci anni. Non abbiamo preso una decisione su quanto durerà questa cosa. Riprenderemo quando ce la sentiremo. Sono capitati dei problemi personali di svariato tipo. Non tra di noi, anzi. Facciamo un cavallo di battaglia del fatto di esserci mandati a fanculo tra noi, esserci messi le mani addosso, aver scazzato da ubriachi dopo un tour passato a stretto contatto. E aver continuato a voler suonare assieme. Sento che siamo davvero un gruppo di amici perché tutti abbiamo riconosciuto che un problema personale va a intaccare inevitabilmente il lavoro del gruppo. E quindi è giusto lasciare che ognuno di noi risolva le sue cose prima”.

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Slander ai Biliardi, Venezia, nel 2017.

“Suonare a questi ritmi per degli anni non vuol dire andare via il weekend o per i quindici giorni di tour. Significa essere concentrati sempre”, spiega Alessandro. “Poi tu immagina di tornare il lunedì dopo aver fatto magari tre giorni di concerti, nel modo in cui lo facciamo noi che è sempre un po’ estremo. Ci metti due giorni soltanto per capire dove cazzo stai. Torno, stavo a tremila fino a poco fa, adesso sto nel letto fermo, mi sento quasi col fiato sul collo, cioè che cazzo sto facendo della mia vita? Che cosa sta succedendo? E subito si riparte. A forza di far così diciamo che uno perde completamente di vista tutto quello che significa vivere una vita normale”.

“Credo che a un certo punto, non molto lontano, ci troveremo a discutere”, riflette Samall. “Le nostre vite personali ci hanno portato a dire: è meglio aspettare, fare così è più rispettoso e anche più costruttivo. Tutti quanti noi vogliamo fare una roba figa”.

“Beh ci hanno anche riproposto la Russia…” ammette Alessandro, scoppiando a ridere ma con espressione di vero panico. Ma su quello che gli ha dato l’esperienza degli Slander in questi anni non ha dubbi. “Alla fine questa cosa a me e agli altri ha cambiato la vita. Se qualcuno mi chiede che cosa ho fatto in tutto questo tempo, io mi sono salvato la vita facendo questa cosa. Per aver chiesto a un ragazzo 'Chi va a questo concerto?' ho vissuto esperienze che potremmo stare a raccontare per giorni. Poi se a te non piace quello che facciamo, se trovi da ridire, se non sono abbastanza hardcore, se sono troppo hardcore, se ti fa schifo, puoi dire quello che ti pare, a me non interessa proprio niente. Io cerco sempre di avere dei ricordi per quando sarò vecchio. Sempre. E tengo anche dei diari di questa roba qua, perché sono proprio fissato che da vecchio un bel giorno vorrò rileggermi tutto quanto”.

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