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Personale lettera d'amore a un piccolo alimentari di quartiere

Come la chiusura di un piccola bottega biologica di quartiere è una sconfitta per la socialità, quando abiti in una città come Milano. E perché il rinascimento culturale del cibo nasce da questi posti qui.

di Diletta Sereni
22 marzo 2019, 9:53am

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Fatta amicizia coi fruttivendoli, ho iniziato a stazionare regolarmente in bottega durante e oltre l’orario di chiusura e lì ho conosciuto altri abitanti del quartiere, miei vicini di casa.

È una storia in parte personale, in parte no. Nel 2014 mi sono trasferita nel quartiere Isola, a Milano, e ho iniziato a fare la spesa in un piccolo negozio alimentari sotto casa che si chiama miobio. Come intuibile dal nome, tutti i prodotti erano biologici ma non ci voleva molto a capire la distanza siderale rispetto al biologico delle catene che ormai pullulano in città. Mi perdonerete un po’ di retorica: il biologico di questo negozio è quello che ti insegna il nome del produttore, ti spiega perché l’avocado si mangia solo d’inverno e la fragola solo a primavera, è un biologico fatto in gran parte di prodotti di prossimità. È il biologico dei formaggi a latte crudo, dei vini naturali, del pane di lievito madre. Il biologico dove nelle verdure ci trovi dentro terra e insettini, per fortuna. È anche il biologico che vende le marmellate di una cooperativa per il reinserimento lavorativo in zone della Bosnia devastate dalla guerra. Anzi è quel tipo di biologico che fa debiti per supportare progetti come questo.

A forza di farci la spesa ho conosciuto i due proprietari: Andrea Maraffino e Marco Beretta, che per nove anni hanno portato avanti questa piccola utopia. All’inizio li chiamavamo il biondo e il moro, poi abbiamo accettato la realtà: Andrea del biondo ha solo gli occhi azzurri, per il resto è un giovane brizzolato.

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Dal 2016 è rimasto solo il brizzolato a mandare avanti la baracca e quello che impari presto ad apprezzare di Andrea – e a contestare, a seconda dei casi – è la sua riluttanza ai compromessi. Andrea è un idealista, un militante, non solo per via delle forniture fuori misura di marmellate bosniache che ci ha fatto sciroppare per anni, ma per la coerenza cristallina con cui ha sempre scelto i prodotti, senza mai un cedimento a una logica più commerciale che gli avrebbe facilitato le cose. Nel frattempo, l’ho visto seguire i tirocini a ragazzi in difficoltà (da Anfass o Fondazione Minoprio), non l’ho visto mai negare un frutto a un mendicante, l’ho visto prestare ascolto e favori a tutti gli esclusi, i marginali, i perduti che passavano dal suo negozio.

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Marco Beretta. Tutte le foto dell'autrice.

Fatta amicizia coi fruttivendoli, ho iniziato anche io a stazionare regolarmente in bottega durante e oltre l’orario di chiusura e lì ho conosciuto altri abitanti del quartiere, miei vicini di casa: milanesi incalliti e giovani immigrati, creativi e incravattati, cantanti e commercialisti. Siamo diventati amici, o almeno diciamo persone che si salutano per strada e sanno a chi chiedere un favore. Nel frattempo il miobio ha tenuto le nostre chiavi, ricevuto la nostra posta, accolto i nostri ospiti mentre noi eravamo al lavoro. Ha funzionato, in pratica, da portineria di quartiere.

Oltre a fare la spesa, al miobio succedevano delle cose. La prima serata a cui ho partecipato, nell’autunno 2014, fu la presentazione di un progetto di Agronomi senza frontiere, per il recupero agricolo dei territori palestinesi della West Bank. L’ultima, qualche mese fa, era dedicata alla vita di Alexander Langer, politico e attivista pacifista. Tra l’una e l’altra, negli anni, tante realtà milanesi si sono intrecciate al miobio: Officina Enoica, Intergas - la rete dei gruppi di acquisto milanesi, Isola Pepe Verde. E poi il negozio ha ospitato una lunga lista di aperitivi, degustazioni con i produttori, presentazioni di libri, feste addirittura.

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In tanti si sono fatti spazio in mezzo allo scaffale orto-frutta: musicisti hanno suonato e cantato, attori hanno recitato poesie e monologhi, noi abbiamo ballato, riso, mangiato, bevuto. Le serate di festa (specifico per la finanza: festa privata) le abbiamo chiamate Rinforzini, nessuno ci ha mai guadagnato nulla, nel migliore dei casi si coprivano le spese e tutti tornavamo a casa contenti.

Oltre alle feste, la politica. Nel febbraio 2016 il miobio è stato seggio elettorale per le primarie del centro sinistra. Qualche mese dopo abbiamo organizzato un dibattito sul referendum costituzionale, quello che avrebbe segnato il collasso della sinistra italiana ; noi ancora ottimisti avevamo l’applausometro e la gabina elettorale. Di politica si parlava spesso, di lavoro mai. Tra gli abituali del miobio reggeva questo tacito patto che sul lavoro degli altri andava bene avere un’idea approssimativa. Chi abita a Milano capirà quanto questo sia atipico.

La città sarà orfana di una bottega che ha mostrato come vendere cibo può diventare – senza “progetti”, bandi, investimenti – un motore di cultura, inclusione sociale, preziosa caciara di quartiere.

Il miobio chiuderà definitivamente il 30 marzo. Sulle ragioni sorvolo perché sono la storia personale di qualcun altro, dirò solo che tutti e due, Andrea e Marco, avevano voglia di cambiamento e il cambiamento, stando alle frasi motivazionali, è sempre positivo.

Dal primo aprile, noi che ci abbiamo passato gran parte del nostro tempo libero saremo ufficialmente gli orfani del miobio, e la città sarà orfana di una bottega che ha mostrato come vendere cibo può diventare – senza “progetti”, bandi, investimenti – un motore di cultura, inclusione sociale, preziosa caciara di quartiere.

Bottega di città
Andrea

In pochi anni le strade del quartiere hanno cambiato faccia: chiuse le botteghe, il macellaio storico, l’ortofrutta di via Borsieri. Al loro posto, ristoranti, pizzerie, bistrot. Luoghi-concept, con l’immagine coordinata

Io in particolare prima di tornare lucida dovrò piangere un po’, perché al miobio devo molto. Qui ho scoperto i formaggi del Boscasso, gli avocado di Carlo Nicotra, i vini di Fausto Andi. È in parte grazie al miobio se mi sono appassionata alle storie di cibo e ho deciso di mettermi a scriverle. Di sicuro è grazie al miobio se sul cibo sono diventata anche io riluttante ai compromessi.

Per cinque anni è stato il mio rifugio, dopo una giornata di lavoro. Andavo a ripararmi in mezzo a quel ricettacolo di figure da osteria e ci stavo bene. Tutti a ciondolare per ore intorno al bancone, senza darsi appuntamento. Più ancora del cibo buono, delle serate di festa, questa è la cosa che mi mancherà di più.

Una volta chiuso, mi toccherà davvero volgere lo sguardo altrove nel quartiere e certificare un processo già ampiamente avviato, che in pochi anni ha cambiato faccia alle strade dell’Isola: chiuse le botteghe, il macellaio storico, l’ortofrutta di via Borsieri. Al loro posto, ristoranti, pizzerie, bistrot. Luoghi-concept, con l’immagine coordinata. Segmenti di una lunga mangiatoia che cancella i percorsi e le abitudini del quartiere, la sua storia, e ci dà in cambio una indistinta distesa di movida gastronomica.

Allora guardo un po’ più in là, verso botteghe che conosco solo da lontano ma che per certi aspetti mi ricordano il miobio: Le Zingam a Parigi, Piccola Bottega Merenda a Roma, Soul Food, in via Gola a Milano. Sono certa che il rinascimento culturale del cibo nasca da questi posti qui. Posti disordinati, dove fai la spesa tutti i giorni e non solo la passeggiata nel fine settimana; dove il cibo costa abbastanza per dare respiro a tutta la filiera, ma dove puoi anche chiedere delucidazioni sulla filiera al fruttivendolo, che saprà argomentare le risposte con competenza.

botteghe isola

Nel caso del miobio ci siamo tutti un po’ innamorati anche della sua imperfezione: ultimo fronte romantico di una città ambiziosa. Ci siamo lamentati dei prezzi oscillanti, del non sapere dove poggiare la spesa, delle noci dell’albero secolare che due volte su tre erano vuote, di quel poster orribile in tipico stile equo e solidale. Ma alla fine erano questi dettagli scomposti a renderlo così accogliente.

Col miobio chiude un pezzo importante del quartiere e della vita di chi l’ha fondato e gestito. E poi di chi ci ha bivaccato, chi ci si è ubriacato spaccando le sedie, chi ci ha annunciato gravidanze, chi ci si è innamorato. La dentro c’è anche un pezzo della mia vita, un pezzo davvero bello. È chiaro che presto o tardi lo accettiamo tutti: anche le cose belle finiscono e questo non le rende meno belle. Allora facciamo una cosa che ci riesce bene, brindiamo. Alla fine del miobio, negozio alimentari in via Thaon di Revel, in alto i calici.

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