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Essere hikikomori in una delle città più popolate al mondo

Essere hikikomori significa isolarsi e rifiutare di interagire con gli altri, anche in una città così densamente popolata come Hong Kong.

di James Durston; foto di Stephanie Teng
27 marzo 2019, 7:00am

Tung, dietro la porta che per un anno ha costituito il confine del suo mondo. Tutte le foto di Stephanie Teng.

Secondo le stime dell’associazione Hikikomori Italia diffuse di recente sulla stampa, il fenomeno di isolamento e ritiro volontario dalla vita sociale riguarderebbe circa 100mila persone in tutta Italia, 10mila delle quali in Lombardia. Sul tema, abbiamo tradotto questo contributo da VICE Asia.

Tung porta il cappello tirato giù, a coprirle mezza faccia. Si veste come se non volesse farsi notare, come se quell’abbigliamento potesse proteggerla dal resto del mondo. Al collo ha una grossa sciarpa, e sotto la giacca di jeans spunta una felpa grigia di Snoopy. Ma c’è un particolare che ha deciso di mostrare—il disegno di un pesce su una mano. Tung mi ha raccontato di avere un po’ una fissa per i pesci, perché vorrebbe essere un po’ più come loro.

“Hanno una memoria di soli sette secondi. Mi piacerebbe poter imparare a pensare così. Magari ora il mondo ti sembra una cosa. Ma se cambi prospettiva, poi è un’altra.”

Due anni fa, Tung ha ridotto sempre di più i confini del proprio mondo fino ad arrivare a racchiudere tutta la sua vita nel piccolo appartamento dei genitori. È qui che passava le giornate, in un isolamento che lei stessa si era imposta.

Tung, a recovering hikikomori, stares at a drawing of a fish on her hand.
Tung osserva il disegno sulla sua a

Tung vive a Hong Kong, ma la sua condizione è stata descritta per la prima volta in Giappone—dove questo fenomeno di isolamento sociale estremo è chiamato hikikomori. È stato identificato per la prima volta negli anni Novanta da Tamaki Saitō, uno psicologo che sosteneva che all’epoca, in Giappone, ci fossero un milione di hikikomori. Ognuno di loro era diventato, in misura diversa, un recluso, una persona che stava sempre in casa e si rifiutava di uscire e interagire con gli altri.

In poco tempo, l’idea che ci fosse questa enorme popolazione nascosta di eremiti, principalmente giovani e di sesso maschile, che faticavano persino a mettere un piede fuori dalla porta ha catturato l’attenzione di tutto il mondo.

Agli occhi di molti, quella degli hikikomori sembrava la metafora perfetta per il Giappone alle prese con le conseguenze della bolla economica—una nazione apparentemente forte ed efficiente, ma incapace di rispondere alle esigenze di un mondo in continua trasformazione.

Per altri, invece, la “scoperta” di questo esercito di emarginati in un momento così delicato per il paese sembrava un po’ troppo conveniente. E alla fine, come per otaku, hentai e waifu, il fenomeno è diventato in certi casi un’altra parola per descrivere le eccentricità giapponesi.

Ma se il fenomeno degli hikikomori non è necessariamente indicativo della società giapponese nel suo insieme, non è nemmeno un problema che la riguarda in maniera esclusiva. Tung è di Hong Kong—una delle città più popolose del pianeta, nella quale è piuttosto difficile evitare le persone. E non è l’unica: si stima che in 140.000—o il 2 percento della popolazione—vi vivano come hikikomori. A suggerire la cifra è Paul Wong, psicologo clinico presso l’università di Hong Kong.

Tung, a hikikomori in Hong Kong, at her apartment.
Tung fuori dall'appartamento dei genitori.

Tung è sorprendentemente loquace e articolata, con la voce calma e sicura, non timida o sommessa. Ma il linguaggio del corpo è quello di qualcuno che cerca di nascondersi. Se l'avessi incontrata due anni fa, non avrebbe detto una parola. Avrebbe comunicato scrivendo su piccoli pezzi di carta.

È difficile stabilire la causa di questo isolamento auto-inflitto, ma Tung attribuisce i suoi gravi problemi di autostima ai fallimenti scolastici. “I risultati degli esami non sono stati quelli che mi aspettavo," dice. "Ho inviato un sacco di candidature per lavori vari, ma non ha risposto nessuno. Ho iniziato a sentirmi depressa e non avevo più voglia di vedermi con gli amici. In più, mia sorella maggiore aveva passato gli esami e aveva davanti a sé una carriera. Mi sentivo come se i miei genitori facessero paragoni e ho iniziato a isolarmi.”

Così Tung si è isolata, fisicamente e mentalmente, e durante l’anno successivo è uscita da casa dei genitori soltanto due o tre volte. “Anche quando vedevo i miei amici, sentivo che non avevamo più niente in comune. Mi sentivo diversa. Pensavo di non meritarmeli. Non odiavo loro, odiavo me stessa.”

Il tipo di pressione descritta da Tung, sebbene non presente soltanto nelle società asiatiche, è sicuramente più forte in quella parte del mondo, spiega Wong. "Le società asiatiche, in particolare quelle legate al confucianesimo, sono più suscettibili agli hikikomori," dice Wong. "In Asia abbiamo una mentalità più ristretta sullo sviluppo giovanile. [Ma] non è un problema biologico,” continua. “Nasce dalla famiglia e dal modello genitoriale, quando si è iperprotettivi o le relazioni sono problematiche o autoritarie. I giovani non si sentono motivati se i genitori pensano a tutto o li spingono troppo. È una forma di evasione e di fuga, e le eccessive aspettative dei genitori e della società possono indurre i giovani in questo stato.”

Per Wong, tuttavia, tra le vittime vanno inseriti anche i genitori—sottoposti in prima persona a pressioni della società che poi proiettano sui figli, che a loro volta per reazione possono isolarsi. E una volta che si sono isolati, il processo di reintegrazione alla vita può essere lungo e difficile.

L’anno di reclusione di Tung rappresenta un caso relativamente facile, se paragonato all’esperienza di chi passa dieci anni o più confinato dentro casa.

Tung with her art.
Tung con uno dei suoi disegni.

Tung dice che l’arte e la pittura le hanno salvato la vita, in quel periodo. Oggi ha fatto molti progressi, anche grazie al lavoro con CLAP For Youth, un’organizzazione no profit che aiuta le persone socialmente isolate, ed è persino diventata un caso studio di successo.

Mi racconta che adesso ha degli obiettivi semplici ma chiari, per se stessa. “Mi piacerebbe avere una qualche abilità che mi faccia sentire meno vuota,” dice. “Un reddito stabile. Spero di andare più d’accordo con la mia famiglia, di integrarmi. All’amore non penso. Non credo sia possibile in questo momento. Non sopporto nemmeno la mia, di personalità. Ma spero di incontrare nuovi amici. Non voglio sentirmi diversa da voi.”

James Durston è un giornalista e editor freelance a Hong Kong. Stephanie Teng è una fotografa, sempre a Hong Kong; molti dei suoi lavori puntano a esplorare e descrivere la condizione umana. Puoi trovarli qui.

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