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Com'è nata la polemica sull'esperimento Sox dei Laboratori del Gran Sasso

Siamo andati alle radici della controversia sul "pericoloso esperimento nucleare" di cui hanno parlato Le Iene.

di Silvia Kuna Ballero
01 dicembre 2017, 1:43pm

Immagine lngs © Paolo Lombardi/INFN-MI

"Il problema non è che noi andiamo contro la scienza. Noi siamo favorevolissimi alla ricerca scientifica, ma pretendiamo che non si pianifichino esperimenti con sostanze potenzialmente pericolose in una zona vulnerabile come il Gran Sasso”. Parla Augusto De Sanctis, rappresentante della Mobilitazione per l’Acqua del Gran Sasso, che da mesi sta facendo una serrata opposizione all’esperimento Sox che dovrebbe svolgersi presso i Laboratori dell’Istituto Nazione di Fisica Nucleare (INFN).

Sox (Short distance neutrino Oscillations with boreXino) è un esperimento di punta il cui scopo è la ricerca del neutrino sterile, una ipotetica particella che potrebbe spiegare alcune anomalie nel modelli standard di fisica delle particelle e della cosmologia. Sox prevede l’utilizzo di una sorgente radioattiva, opportunamente sigillata e schermata in modo da non lasciar passare radioattività all’esterno dell’involucro. Della sua sicurezza avevamo già discusso: l’apparato è stato accuratamente testato per crolli, cadute, incendi e terremoti e non può essere manomesso.

Ma le rimostranze sono tante anche se i requisiti legali di sicurezza sono ampiamente rispettati e, nel concedere l’autorizzazione, svariati enti (tra cui cinque ministeri, Ispra e Regione) hanno senz’altro tenuto conto dell’assetto idrogeologico del Gran Sasso. Si lamenta una scarsa trasparenza, una comunicazione limitata a documenti ufficiali reperibili solo tramite accesso agli atti. Inoltre, si continuano a sollevare dubbi sulla sicurezza di un esperimento svolto all’interno di un impianto classificato come “a rischio di incidente rilevante” secondo la direttiva Seveso e in una zona sismica, all’interno di un bacino acquifero.

Da una parte, si ravvisano omissioni colpose e si sconfina nell’allarmismo. Sulla televisione nazionale, un servizio del programma Le Iene arriva a parlare di “pericoloso esperimento nucleare tenuto nascosto” e l'idea diffusa è che la cittadinanza avesse il diritto di sapere. Dall’altra parte, si ritiene che non fosse necessaria un’opera di comunicazione pubblica mirata, poiché l’esperimento, per come è stato pianificato, non aggiunge alcun rischio all’attuale situazione e — si continua a ribadire — la progettazione antisismica e i sistemi di sicurezza hanno permesso ai Laboratori di uscire indenni dal sisma dell’Aquila.

Ma le controversie sui Laboratori Nazionali del Gran Sasso non nascono con l’esperimento Sox. Anche se l’elemento nucleare ha favorito un certo tipo di comunicazione di pancia, in termini di immagine, l’ente ha avuto una storia problematica fin dalla sua nascita.

I lavori che portarono alla sua creazione, nel 1982, vennero preceduti da quelli del traforo del Gran Sasso che, nel 1970, causarono la rottura di un serbatoio sotterraneo d’acqua allagando il comune di Assergi e compromettendo la portata di numerose sorgenti. Si può immaginare come, dopo questo episodio, ulteriori scavi non venissero visti di buon occhio. Anche se, a dire il vero, è stata proprio la costruzione dei LNGS a permettere di individuare falde acquifere e, successivamente, di utilizzarle per l’approvvigionamento idrico. Nella fattispecie, un punto di captazione di acqua potabile (1917 INFN) si trova nei pressi dei Laboratori.

Negli anni successivi, la richiesta dell’apertura di una galleria supplementare per l’accesso diretto scatenò polemiche nella cittadinanza, la quale temeva ulteriori ripercussioni sulla portata dell’acquedotto. Tuttavia la galleria non è mai stata realizzata perché il budget era stato impiegato per mettere in sicurezza i laboratori dopo l’incidente di Borexino.

La mattina del 16 agosto del 2002, durante un test preparatorio, tre operatori hanno scaricato per errore 50 litri di pseudocumene — un idrocarburo aromatico tossico e infiammabile, parte integrante dell’esperimento Borexino — nel pozzetto delle acque bianche, da cui è finito nel fiume Mavone. Il suo odore molto intenso e persistente non è passato inosservato alle persone che avevano approfittato della bella giornata per un’escursione. E anche se le concentrazioni non erano tali da comportare conseguenze per la salute e per l’ambiente, presto i resoconti hanno assunto tinte fosche, parlando di fauna morta e persone che si sentivano male.

Immagine del Parco Nazionale del Gran Sasso. Fonte: Wikipedia.


Come se non bastasse, sette mesi prima la sezione abruzzese del WWF aveva denunciato a 15 enti tra ministeri, prefetture e associazioni ambientaliste la presenza di materiali ed esperimenti giudicati pericolosi all’interno dei Laboratori. “Prima del commissariamento la situazione era effettivamente diversa; gli standard di sicurezza erano minori da molti punti di vista. Io, per esempio, potevo andare e venire come volevo” ha spiegato a Motherboard un ricercatore che preferisce restare anonimo. “Ora gli standard sono molto più stringenti e c’è più consapevolezza”.

Sì, perché, nel 2003, è stato dichiarato lo stato d’emergenza e istituito come commissario Angelo Balducci, che negli anni successivi porterà a compimento una serie di lavori con l’obiettivo di garantire l’isolamento dei Laboratori dall’acquedotto. L’intervento di Balducci però non ha migliorato l’immagine dei Laboratori. “I lavori vennero effettuati in totale mancanza di trasparenza” afferma Augusto de Sanctis, riferendosi alla segretezza con cui Balducci ha condotto le opere. “E la perizia finale determinò che, nonostante siano venuti a costare 84 milioni di euro, non erano completi; mentre erano stati impermeabilizzate le sale A e C e il corridoio, solo circa il 10% delle tubature erano state interessate dai lavori”. Per completare il quadro, Balducci sarà condannato nel 2013 per corruzione e gli verranno confiscati beni per tredici milioni di euro.

Nel 2007, parte l’esperimento Borexino ed è di nuovo polemica. L’Articolo 94 del Decreto Legge 152/2006 stabilisce che le sostanze considerate pericolose, in mancanza di una mappatura più dettagliata (“su cui la Regione è inadempiente da 11 anni”, sottolinea De Santis), non possono essere stoccate a meno di 200 metri dal punto di captazione dell’acqua più vicino. E se da una parte le autorizzazioni sono antecedenti al decreto, le associazioni ambientaliste insistono che le 1200 tonnellate di pseudocumene che costituiscono la parte sensibile dell’esperimento andrebbero dismesse.

Il rilevatore Borexino. Immagine Wikipedia.




Quest’anno Borexino ha compiuto dieci anni e in questo periodo ha registrato osservazioni fondamentali per la fisica dei neutrini. Il problema della sua permanenza vede lo scontro tra due interpretazioni contrastanti del decreto; per l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e per tutti gli enti che hanno autorizzato l’esperimento il posizionamento di una sostanza a fini di utilizzo per un tempo non indeterminato non si può considerare stoccaggio e quindi il problema dell’incompatibilità della falda non sussiste.

Inoltre, come fanno notare i ricercatori che lavorano al Gran Sasso, la progettazione antisismica di Borexino ha fatto sì che il forte sisma del 2009 non perturbasse nemmeno la presa dati, e i suoi sistemi di isolamento e rilevamento dati escludono la possibilità di perdite accidentali. D’altro canto, secondo l’Istituto Superiore di Sanità i LNGS stanno operando in situazione di non conformità, ma le raccomandazioni si sono finora limitate a un’estensione della messa in sicurezza (la stessa interpretazione ambivalente del decreto porterà ad aggiungere un elemento di discordia sull’esperimento Sox).

Non sarà l’ultima volta che la normativa si rivelerà interpretabile in modi diversi. A fine agosto del 2016, i Laboratori vennero allertati dalla AUSL – ARTA che aveva rilevato nel punto di captazione delle concentrazioni inusuali (0,335 µg/l) di diclorometano, sebbene circa 60 volte inferiori ai limiti per le acque potabili raccomandate dall’OMS (20 µg/l). Si tratta di un solvente utilizzato dai Laboratori per scollare sensori dai cristalli dei rilevatori (un’operazione che non ha mai dato problemi in passato). La conseguente relazione interna dell’INFN individua una probabile causa nell’evaporazione di una parte del solvente e nella sua ricondensazione sull’acqua di stillicidio delle pareti, ma non chiarisce come mai la cappa a carboni attivi, che in altre occasioni anche successive si è sempre rivelata funzionante, non abbia potuto filtrare efficacemente il diclorometano.

Per sicurezza, la captazione dal punto 1917 INFN era stata sospesa immediatamente e da quel momento il diclorometano non è stato più usato nei laboratori sotterranei. Per motivi che non sono chiari (ma forse spiegabili coi tempi delle lungaggini burocratiche), lo stato di emergenza idrica è stato dichiarato solo il 16 dicembre. I Laboratori sono stati accusati di non aver comunicato “l’incidente” alla prefettura dell’Aquila che avrebbe dovuto disporre le necessarie misure d’emergenza. Interpellati sull’accaduto, vari rappresentanti del personale dei Laboratori sono concordi nell’affermare che l’evento non rientrasse nei criteri né dell’incidente, né dell’emergenza, e rappresentando un rischio nullo per la popolazione (anche per l’interruzione della captazione) non ravvisassero gli estremi per comunicarlo alle autorità.

Diversa è, chiaramente, l’interpretazione della Mobilitazione per l’Acqua, che oltretutto sostiene che in questo caso andrebbe considerato il limite cautelativo per le acque sotterranee di 0,15 µg/l, stabilito dal decreto legge 152/2006 per la sostanza più affine dal punto di vista tossicologico (il cloroformio). D’altronde, anche l’interpretazione di cosa stiano a rappresentare i limiti di legge del decreto è oggetto di dibattito; nello specifico, è emerso anche come la distinzione tra acque potabili e sotterranee e tra i relativi limiti sia una questione che lascia una certa ambiguità alle interpretazioni.

Nel marasma di questi battibecchi interpretativi, a marzo arriva il primo servizio de Le Iene sul Gran Sasso. Il servizio prende alla sprovvista il direttore dei Laboratori, Stefano Ragazzi, che messo alle strette pronuncia alcune frasi che sono state, anch’esse, oggetto di interpretazioni fallaci. Per esempio, quando dichiara che “sarebbe stato sollevato” se non ci fosse stata la captazione; affermazione interpretata come ammissione di possibili contaminazioni, ma alla luce di quanto esposto, comprensibile: senza captazione vicino, i Laboratori andrebbero incontro a molti meno problemi.

Per chi aveva conoscenza della situazione, il servizio è passato come un pessimo esempio di disinformazione, tagliato ad arte per far sembrare che il direttore avesse qualcosa da nascondere ma, per la popolazione locale, si è trattato della prima volta in cui qualcuno ha dato risonanza nazionale ai loro timori, acuiti dai problemi dell’acquifero e delle sue numerose emergenze — come quella del maggio 2017, in cui sono stati segnalati “odore e sapore non conformi” nell’acquedotto. L’episodio era imputabile a una contaminazione di toluene proveniente dal tunnel autostradale, anche perché in quei giorni la captazione 1917 INFN era stata sospesa per lavori di ripavimentazione. Ma l’isteria del toluene ha colpito la cittadinanza e sono stati riportati episodi di intolleranza nei confronti del personale dei Laboratori; a rappresentare una situazione di esasperazione generale.

Non è quindi forse esattamente nella scarsa comprensione della fisica che ha trovato terreno fertile la mozione del Movimento 5 Stelle, approvata all’unanimità, con cui veniva stabilito l’impegno di fermare l’esperimento Sox. Più probabilmente, si tratta dell’apice di un insieme di problematiche accumulate nel tempo nel quadro aggravante di emergenza idrica generale, gap comunicativi e legislazioni che lasciano spazio a troppa ambiguità.

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