È il momento di prendere sul serio il calcio femminile in Italia

Mentre la nazionale maschile quest'estate rimarrà a casa, la femminile è proiettata verso i Mondiali 2019.

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11 giugno 2018, 4:00am

Elisabet Spina con la maglia della Fiorentina Women's. Foto per gentile concessione dell'intervistata.

In Italia il calcio femminile finisce spesso al centro dell'attenzione per i motivi sbagliati, dalle gaffe dell’ex presidente della FIGC Carlo Tavecchio all'uscita sulle "quattro lesbiche" dell’allora presidente della Lega Nazionale Dilettanti Felice Belloli.

In queste ore però se ne parla per la qualificazione della squadra ai mondiali di Francia del 2019, a dieci anni di distanza dalla precedente qualificazione e a meno di una settimana da quella Coppa del Mondo che non vedrà giocare l'altra nazionale, quella maschile.

Mondiali a parte, l'impressione è che qualcosa sembra davvero cambiato nel calcio femminile in Italia, sia a livello pratico che a livello mediatico. E forse è proprio questo il momento giusto per un punto della situazione. L'ho fatto con Elisabet Spina, ex giocatrice di Serie A oggi allenatrice e responsabile del Centro Tecnico Giovanile Milan per la Toscana.

Ex centrocampista di Fiorentina e Reggiana, prima allenatrice abilitata con il massimo dei voti al corso UEFA A, con tre lauree in discipline relative allo sport e diverse esperienze anche all’estero, Elisabet Spina rappresenta da anni un punto di riferimento per le donne italiane che vogliono intraprendere una carriera nel calcio.

Spina mi dice che le cose hanno iniziato a muoversi nel 2016, quando la UEFA ha imposto alle società professionistiche maschili di avere un certo numero di tesserate. “Questo ci ha dato maggiore visibilità, insieme alla possibilità di giocare in stadi importanti—come il Franchi, lo stadio della squadra maschile della Fiorentina. Ultimamente, poi, grande risonanza c'è stata per l’acquisizione del Cuneo da parte della Juventus,” mi racconta.

"All’estero si sono adeguati prima alla norma [del tesseramento femminile obbligatorio]. Noi ci siamo arrivati solo quando dovevamo farlo," dice Spina. E aggiunge: “Spero comunque che anche chi si è avvicinato al calcio femminile soltanto perché ha dovuto poi abbia riconosciuto il piacere di farlo, e si renda conto che è uno sport che merita gli stessi diritti del maschile.”

Ancora oggi molti diritti non sono riconosciuti alle calciatrici, e questo dipende dal fatto che il calcio femminile, in Italia, non è uno sport professionistico nemmeno per chi gioca in serie A o in nazionale. “È classificato all'interno della lega dilettanti, quindi una calciatrice ha come tetto massimo di stipendio quello previsto per le dilettanti,” spiega Spina. Ma il problema non è soltanto nei compensi—che, secondo la FIGC, non vanno in nessun caso oltre i 28mila e rotti euro lordi annui.

Innanzitutto non esistono contratti veri e propri ma soltanto accordi, spesso annuali, che non permettono di pianificare una carriera a lungo termine e non includono né contributi pensionistici né coperture di invalidità (quelle per la maternità sono arrivate da pochissimo). Spesso anche l’assicurazione sanitaria—così come le spese di cura e riabilitazione in caso di infortunio—è a carico dell’atleta. “Ho smesso presto di giocare in Serie A proprio perché mi preoccupavo di cosa avrei fatto dopo," racconta Spina. "Preoccupazione che magari non interessa un giocatore maschio di Serie A, al quale sarà poi riconosciuta anche la pensione. Eppure, il numero di allenamenti è lo stesso, i sacrifici sono gli stessi, lo stile di vita è quello, le rinunce sono quelle o forse anche maggiori, perché nel frattempo ti devi anche preoccupare del lato economico."

Il problema non è però solo italiano: "Bene o male, le stesse differenze ci sono anche all’estero," dice Spina. Anche se, aggiunge, "dove il calcio è meno forte, c’è più possibilità per quello femminile di emergere."

Per lei il confronto viene spontaneo: di madre svedese, riconosce di essere stata cresciuta in una famiglia più incline ad assecondare la sua passione, visto che la Svezia è uno di quei paesi in cui non solo è normale che le donne giochino, ma hanno le stesse possibilità e visibilità dei colleghi maschi. In Italia, invece, ancora non riusciamo a vedere trasmessa in diretta tv una partita del campionato femminile. E non è solo questione di quello che succede in campo, o nei campionati riservati alle donne. "In ambito professionistico, non siamo ancora pronti a vedere una figura femminile che, ad esempio, gestisca una squadra di Serie A, di Serie B ma nemmeno di Lega Pro," racconta Spina, "anche se secondo me sarebbe il caso che oggi una donna iniziasse a far parte dello staff di una prima squadra maschile."

Nel nostro paese insomma sopravvive una mentalità che vede il calcio come una ‘cosa da uomini’, basata su stereotipi e pregiudizi che ostacolano la popolarità e la crescita del settore femminile. “II problema più grande, secondo me, è che fino a pochi anni fa le donne non hanno avuto accesso alle conoscenze,” spiega. “Per allenare una squadra di Serie A [maschile] è dato per scontato che si prenda un ex calciatore professionista, o comunque qualcuno che ha iniziato a fare la gavetta con grandi allenatori di Serie A al fianco. È lì, all'interno della Serie A stessa, che ti fai un bagaglio di conoscenze e competenze." Spina ha ovviato a questa mancanza con tanto studio, guadagnandosi posizioni che le hanno permesso un confronto diretto con importanti figure del settore e seguendo anche il corso di formazione tecnica UEFA A a Coverciano.

Anche se i problemi sono ancora molti e i passi avanti limitati, i segnali di crescita ci sono. Basti pensare che la nazionale femminile non si qualificava ai mondiali dal 1999. Gli investimenti dei grandi club nelle squadre femminili (se per via della normativa UEFA o per effettivo interesse, non è dato saperlo) e le maggiori opportunità cominciano a dare i loro frutti, anche in termini di risultati internazionali.

Ma ci sono altri elementi che fanno ben sperare. Per esempio, secondo l'allenatrice la logica del calcio inteso come sport prettamente maschile sarebbe destinata a scomparire con le nuove generazioni. "[I giocatori più giovani] Mi dicono, 'Cerco di seguire la nazionale femminile come seguo la nazionale maschile.' Oppure, 'Nei videogiochi, cerco le giocatrici al pari dei giocatori maschili'."

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