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Cinque cose che devi sapere sulle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti

Il 6 novembre si vota per rinnovare il Congresso, ma queste elezioni sono importanti anche per capire a che punto è Donald Trump e cosa sta succedendo nel Partito Democratico.

di Amanda Margiaria
02 novembre 2018, 10:46am

Foto via Twitter

Martedì prossimo i cittadini americani torneranno a votare per la prima volta dopo l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti. Lo faranno per le Midterm Elections, le elezioni di metà mandato, in cui saranno chiamati a esprimere la loro preferenza su più punti.

Spesso identificate come un “referendum sul Presidente,” queste elezioni in realtà non hanno a che fare—almeno non direttamente—con il presidente degli Stati Uniti. Agli elettori non viene chiesto di esprimere una valutazione sull’operato dell’inquilino della Casa Bianca, bensì di votare per le seguenti cose: rinnovo totale della Camera dei Rappresentanti; rinnovo di un terzo del Senato; elezione dei governatori di 36 stati su 50; e referendum nei singoli stati su più temi, come legalizzazione della cannabis, aborto, riduzione delle tasse, copertura sanitaria ed energia.

Ciò non toglie comunque che, dopo le presidenziali, le Midterm Elections siano l’evento politico più importante e seguito degli Stati Uniti. Il loro risultato ridefinisce gli equilibri legislativi del paese, impattando la facilità con cui l’amministrazione Trump, e con lui il partito repubblicano, riuscirà a far approvare le leggi proposte nei prossimi 24 mesi (se tutto va bene e nessuno intanto aprirà la procedura per l’impeachment, certo). Inoltre, i democratici al momento sono incazzati neri con lo schieramento opposto e promettono di dare battaglia su qualunque punto in Parlamento.

Attualmente l’amministrazione Trump si trova nella miglior situazione possibile, perché a guidare Camera e Senato sono i repubblicani—rispettivamente con 51 senatori su 100 e 240 rappresentanti alla Camera su 435. Secondo le proiezioni più affidabili, i democratici hanno buone possibilità di ottenere la maggioranza alla Camera, mentre i repubblicani dovrebbero riuscire a tenersi stretto il Senato.

Se le cose andassero così, inevitabilmente si produrrà un rallentamento nell’agenda politica di Trump, perché significherebbe che per far approvare qualsiasi legge il Presidente dovrà convincere alcuni parlamentari dello schieramento opposto a votare con i repubblicani. L’espressione inglese con cui si definisce questa situazione di stallo politico è lame duck, o anatra zoppa; e credo renda bene l’idea.

Ma vediamo, in dettaglio, i punti più importanti che stanno emergendo durante questa campagna elettorale.

COME LA STA GESTENDO TRUMP

Donald Trump tiene moltissimo a queste elezioni, in parte perché è un mitomane bisognoso di continue rassicurazioni, in parte perché è conscio dell’impatto che avranno sul futuro legislativo del suo mandato, sulle sue possibilità di trasformare le promesse fatte negli scorsi anni in realtà concrete e—in ultima battuta—sulle probabilità di essere rieletto nel 2020. Non per niente negli ultimi giorni ha ripetuto a più comizi: "Pretend I'm on the ballot!" (“fate finta che sulla scheda elettorale ci sia il mio nome”). Trump, insomma, vuole che gli elettori pensino a lui al momento di votare anche in queste elezioni.

Le elezioni di metà mandato sono però solo parzialmente una cartina tornasole dell’indice di gradimento del Presidente. I risultati che il partito al governo ottiene dipendono principalmente dall’efficacia del lavoro capillare sul territorio, e solo in misura minore dal modo in cui Trump è percepito dall'elettorato. Nel 2016 Trump è stato in grado di portare alle urne persone che prima non votavano o non si consideravano repubblicane, ma non è detto che quelle stesse persone oggi si rispecchino nel loro candidato attuale del Partito Repubblicano, e se così fosse è molto probabile che non si presenteranno alle urne per le midterm.

Per far sì che questo non accada, le ultime manovre di Trump sono state una strizzatina d’occhio alle fasce più conservatrici del suo elettorato, tra cui ricordiamo l’annuncio dell’invio di 5.200 militari al confine texano per bloccare l’avanzata dei migranti provenienti dal Centro America; una serie di commenti contraddittori sulla sparatoria avvenuta nella sinagoga Tree of Life di Pittsburgh in cui hanno perso la vita 11 persone; la condivisione su Twitter di uno spot promozionale chiaramente razzista in cui i migranti vengono paragonati ad assassini; la proposta di negare giuridicamente l’esistenza delle persone transgender; e più in generale l’utilizzo di una retorica sull’immigrazione ancor più violenta e tossica del solito.

COME LA STANNO GESTENDO I DEMOCRATICI

Per i democratici le elezioni di metà mandato saranno la prima vera dimostrazione di come hanno saputo ricostruire il loro partito dopo la sconfitta del 2016. Gli Stati Uniti hanno eletto un governo conservatore, populista e di destra prima della maggior parte dei paesi europei, e—in un’ottica internazionale—martedì prossimo osserveremo come un partito liberal (o sedicente tale, ci arriviamo nel prossimo paragrafo) affronta il ritorno alle urne dopo la vittoria di un candidato della destra non moderata.

In un modo o nell’altro, tuttavia, la "sinistra" americana si è già riformata, perché il paese si trova per la prima volta a votare nell’epoca post elezione di Trump, post-#MeToo, post-Charlottesville, post-un sacco di altre cose che non hanno precedenti. Le strade intraprese dal Partito Democratico sembrano essere principalmente due: alcuni candidati hanno scelto di camuffarsi da repubblicani moderati, mentre altri hanno preso posizioni ancor più di sinistra, allontanandosi dal centro nella direzione opposta.

DEMOCRATICI CHE DIVENTANO REPUBBLICANI MODERATI

Conor Lamb sulla carta è il prototipo del democratico perfetto; peccato che, a ben vedere, nel suo programma elettorale ci sia ben poco che potremmo definire di sinistra. Si candida a Pittsburgh ed è a favore delle armi, vorrebbe implementare tagli decisi alle tasse per i ceti sociali più abbienti e, sebbene si dichiari pro-aborto a livello politico, ha detto più volte di essere personalmente contro l’interruzione volontaria di gravidanza.

Ma Lamb non è l’unico repubblicano travestito da democratico in queste elezioni di metà mandato. Dinamiche simili possono essere osservate in diversi stati storicamente conservatori come il West Virginia, dove Joe Manchin si è presentato ai suoi elettori con uno spot in cui imbraccia (e usa) un fucile; e il North Dakota, in cui Heidi Heitkamp ha sentito il bisogno di spiegare ai suoi elettori perché aveva votato contro la nomina di Kavanaugh alla Corte Suprema, ricordando loro però di essersi schierata a favore di Gorsuch, il primo giudice fortemente conservatore proposto da Trump.

Una menzione speciale va fatta per Joe Donnelly, che tra una gaffe sulla diversity e il voto pro-Kavanaugh è riuscito nella difficile impresa di far innervosire sia i suoi compagni democratici, sia i repubblicani. Dimenticavo: sembra anche sia aperto all’idea di eliminare lo ius soli; eppure, nel tentativo di compiacere un elettorato di destra continuando però a proporsi come candidato di sinistra, alla fine non si capisce bene cosa vorrebbe fare una volta eletto.

DEMOCRATICI CHE DIVENTANO SEMPRE PIÙ DEMOCRATICI

Tipico invece degli stati più progressisti, il meccanismo di polarizzazione della sinistra è rappresentato da politici come Christine Allquist, prima candidata transgender alla carica di governatore che corre nel Vermont di Bernie Sanders e propone un’agenda incentrata su energie rinnovabili, sanità pubblica e abolizione delle tasse universitarie.

Altro nome che si è sentito spesso a questo proposito, e che si sentirà sempre più spesso in futuro, è quello di Beto O’Rourke, che con le sue camicie sudate e la capacità di attrarre donazioni milionarie sta scrivendo un nuovo capitolo nella storia molto poco progressista del Texas. In tanti lo hanno già paragonato a Obama, ma la paura di alcuni è che tutta questa attenzione mediatica avrebbe potuto essere distribuita in modo più omogeneo, magari su stati e candidati con maggiori probabilità di vittoria.

Il vero volto di queste elezioni di metà mandato è però quello di Alexandria Ocasio Cortez, 28enne di origini latino-americane fino a poco tempo fa praticamente sconosciuta, che alle primarie democratiche di New York dello scorso giugno ha battuto il numero quattro del Partito Democratico.

Ma Cortez non è l’unica: Stacey Abrams vede possibilità di vittoria in Georgia, nonostante la sua candidatura sia stata definita da alcuni un tentativo disperato, ed è la prima donna afroamericana a correre per la carica di governatore in questo stato. C’è poi Rashida Tlaib, una progressista convinta con radici palestinesi che diventerà la prima donna musulmana al Senato americano, visto che nel suo Michigan non si sono presentati avversari repubblicani con cui competere.

REPUBBLICANI CHE RIMANGONO REPUBBLICANI

Nella storia del Novecento, solo in tre occasioni il partito al governo ha guadagnato seggi alla Camera o al Senato, il che sembrerebbe porre Trump e i suoi in una sostanziale situazione di svantaggio. Ben consci di ciò, i candidati repubblicani non hanno comunque scelto di ammorbidire le loro posizioni nella speranza di attrarre elettori più moderati e vicini ai democratici, preferendo invece arroccarsi su politiche ancor meno progressiste o concilianti.

In definitiva, non ci sono certezze su come andranno queste elezioni, vista anche la cantonata presa dai sondaggisti nel novembre 2016. Ma qualcosa di piuttosto sicuro c’è: la tradizionale linea di faglia repubblicani-democratici funziona sempre meno, e sembra che i politici statunitensi se ne siano accorti e stiano correndo ai ripari, cercando di orientarsi nel nuovo scenario. Tutti tranne Hillary Clinton, che ha dichiarato giusto pochi giorni fa che “le piacerebbe essere Presidente.”

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