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Il prete di questo paese in provincia di Parma è ricercato per tortura dall'Interpol

Don Franco Reverberi sarebbe "fuggito" in Italia dopo che la procura argentina aveva aperto un'inchiesta sulle torture perpetrate sotto il regime di Videla: qualcuno adesso ha proposto lo sciopero della messa.
30 giugno 2016, 11:59am

I fedeli di Enzano di Sorbolo boicottino la chiesa dove predica don Franco Reverberi, accusato di imposición de tormentos — espressione spagnola con cui si indica la tortura.

Quello che propone su il manifesto Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale -, è una sorta di sciopero della messa per protestare contro la decisione italiana di non estradare il sacerdote, su cui pende un mandato di cattura internazionale.

Sorbolo è il paesino di 10mila abitanti in provincia di Parma che nel 1937 diede i natali a don Franco e che ora gli sta regalando una vecchiaia forse più serena di quanto si meriterebbe.

Ancora un ragazzino, Franco Reverberi si trasferì con la famiglia in Argentina, dove prese i voti cattolici e divenne successivamente parroco di Salto de Las Rosas — una località non lontana dalla catena montuosa delle Ande.

I fatti che gli vengono imputati risalgono all'epoca del regime del generale Jorge Rafael Videla, che conquistò il potere nel 1976 con un colpo di stato, dando inizio a una dittatura militare che durerà fino al 1983 — un triste periodo per la storia nazionale durante il quale i diritti umani furono sistematicamente violati, e scomparvero circa 30mila persone.

Proprio in quegli anni don Reverberi ha assunto temporaneamente l'incarico di cappellano dell'esercito con il grado di capitano nel carcere di San Rafael, poco distante da Salto de Las Rosas.

Il prete rimase in Argentina fino al 2011. Malgrado la stampa italiana motiverà il suo ritorno in patria con un problema di salute, la versione riportata dal giornale spagnolo El Mundo qualche mese fa sembra essere tutt'altra.

Secondo Silvana Yomaha, segretaria coordinatrice dell'Assemblea Permanente per i Diritti Umani (APDH) di San Rafael, Reverberi sarebbe "fuggito" in Italia dopo che, nel 2010, la procura della città argentina aveva aperto un'inchiesta sui crimini perpetrati sotto la dittatura di Videla.

L'uomo di chiesa, comparso in tribunale per rilasciare la propria testimonianza, sarebbe allora stato riconosciuto da quattro ex prigionieri della 'Casa Dipartimentale' di San Rafael come il prete italiano che, quasi quarant'anni prima, assisteva alle sessioni di tortura — a volte con il collarino ecclesiastico, altre indossando una divisa militare.

In ogni caso, quando nel 2012 la procura di San Rafael ha ordinato l'arresto di 35 persone, tra cui Reverberi e due militari italo-argentini, il sacerdote era già al sicuro nella sua terra natale, ospite dell'amico Giuseppe Montali, parroco di Sorbolo.

A nulla è valso il mandato di cattura internazionale diramato dall'Interpol. Nel 2013 la Corte d'appello di Bologna ha respinto la richiesta perché "non sussistono le condizioni per l'accoglimento della domanda di estradizione."

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La Repubblica argentina ha fatto ricorso in Cassazione, che ha però confermato la pronuncia della Corte d'appello di Bologna.

"I crimini ascrivibili a don Reverberi sono ormai caduti in prescrizione," spiega a VICE News l'avvocato Arturo Salerni, che ha patrocinato la Repubblica argentina nel processo.

"Diversi testimoni hanno riferito che [il sacerdote] era 'presente e compiacente alle operazioni di tortura' [eseguite nel carcere di San Rafael durante il regime di Videla], ma il reato di tortura, che è imprescrittibile, in Italia non esiste."

A nulla è valso ricordare che nel 1988 l'Italia ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. La Corte di Cassazione ha chiarito che "è necessaria una legge che converta la proibizione internazionale della tortura in un delitto." Un disegno di legge al riguardo esiste, ma è fermo in Senato da oltre un anno.

La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo l'anno scorso ha condannato l'Italia per il comportamento tenuto dalle forze dell'ordine durante l'irruzione alla scuola Diaz nei giorni del G8 di Genova del luglio 2001. La stessa Corte di Strasburgo prossimamente si pronuncerà sul caso di due detenuti sottoposti a torture nel carcere di Asti nel dicembre 2004.

"L'Italia è un paradiso giudiziario per i torturatori," commenta a VICE News Patrizio Gonnella. "Dal momento che non c'è giustizia terrena, è necessario che don Reverberi compia da sé il gesto [di consegnarsi alle autorità]."

E così lo scorso 26 giugno - giornata internazionale per il sostegno alle vittime di tortura - è nato l'appello rivolto ai fedeli di Sorbolo.

"L'Italia è un paradiso giudiziario per i torturatori".

"Non so quante persone conoscano questo aspetto del passato di don Reverberi. Se non lo sanno, proviamo a dirglielo noi," prosegue Gonnella. "Il nostro invito è una provocazione, ma non priva di senso. Vogliamo responsabilizzare le persone. Domenica prossima [3 luglio] vedremo la risposta pubblica."

Gonnella dice di volersi rivolgere alle autorità ecclesiastiche. L'Assemblea Permanente per i Diritti Umani di San Rafael ha già provato a chiedere l'intercessione di papa Francesco, ma senza successo.

Nel frattempo don Reverberi celebra la messa e confessa i fedeli nella chiesa di Sant'Andrea Apostolo, tra l'affetto e la stima dei 300 abitanti di Enzano, frazione di Sorbolo.

"Non sappiamo se [...] è colpevole o meno," scrive Gonnella su il manifesto. "Non è dato saperlo perché nel suo caso, come in tutti i casi di tortura, in Italia, non c'è spazio giudiziario per l'accertamento della verità."

L'avvocato difensore del prete ha sottolineato che, mentre le vicende nelle quali sarebbe coinvolto Reverberi risalgono al 1976, la Curia ha attestato che il 78enne è stato cappellano militare a San Rafael solo tra il 1980 e il 1982 circa.

Non si capisce allora il motivo per cui don Franco - che ha giurato di non saper nulla di torture e desaparecidos a San Rafael - non accetti di comparire in giudizio per mettere così a tacere ogni dubbio.

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