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“Ecco come l'Europa dovrebbe 'europeizzare' l'accoglienza dei rifugiati”

Filippo Grandi, il nuovo Alto Commissario dell'UNHCR — nonché il primo italiano a ricoprire questa carica - ha parlato in esclusiva a VICE News Italia delle strategie future dell'agenzia ONU, e delle crisi internazionali dei migranti.
04 gennaio 2016, 11:05am
Foto via Flickr

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Il concetto di rifugiato politico moderno nasce a metà dell'ottocento: i moti carbonari e quelli del '48 portarono alcuni patrioti e rivoluzionari, intellettuali e medio-borghesi a fuggire nelle grandi capitali europee.

In un secolo e mezzo si è passati dal ristretto gruppo dei Giuseppe Mazzini e Carlo Cattaneo ai rifugiati politici di massa. Oggi sono 60 milioni in tutto il mondo, e proprio quest'anno si è assistito a un incremento numerico senza precedenti, che ha trasformato la crisi dei migranti nell'argomento mediatico del 2015.

I sei paesi che accolgono il maggior numero di richiedenti asilo sono Turchia, Libano, Pakistan, Iran, Etiopia e Giordania, secondo i dati del 2014. In Libano ci sono 232 rifugiati (oggi 300) ogni 1000 abitanti. Per capire la distanza con i Paesi europei basti pensare che Malta ospita 23 rifugiati ogni 1000 abitanti. La Svezia nove, l'Italia poco più di due.

L'Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) è l'agenzia Onu che dal 1951 supervisiona le crisi umanitarie, gestisce la protezione internazionale e l'assistenza ai profughi.

Da oggi, il nuovo Alto Commissario dell'agenzia è Filippo Grandi, il primo italiano a ricoprire questa carica. Nato a Milano, Grandi inizia la carriera con Amnesty International come operatore umanitario durante il conflitto fra Cambogia e Vietnam di fine anni '70. Nel 1988 entra all'UNHCR lavorando in diversi paesi, dal Sudan all'Iraq, dal Kenya all'Afghanistan. In seguito diventa il massimo rappresentante ONU per i rifugiati palestinesi.

Filippo Grandi, 58, nuovo Alto Commissario dell'UNHCR, è il primo italiano a ricoprire questa carica. (Foto via esteri.it)

La sua nomina, ufficializzata a novembre 2015, ha suscitato fibrillazione ed entusiasmi fra i politici italiani: dalla Presidente della Camera, Laura Boldrini, al premier Matteo Renzi, fino al governatore lombardo, il leghista Roberto Maroni.

Al suo primo giorno in carica, Grandi ha definito "molto pericolosi" la "combinazione di numerosi conflitti, spostamenti di massa, nuove sfide nel settore dell'asilo, il buco finanziario tra i bisogni umanitari e le risorse, e l'aumento della xenofobia." VICE News Italia lo ha intervistato in esclusiva.

VICE News: Esiste un problema di sottofinanziamento dell'Alto commissariato per i rifugiati?

Filippo Grandi: Quest'anno i bisogni stimati erano di 7 miliardi di dollari. Alla fine i fondi raccolti nel 2015 sono stati circa la metà. Il fundraising sarà una delle sfide più grandi che mi troverò ad affrontare.

Il problema è che l'Alto Commissariato è finanziato con contributi volontari, a differenza dei caschi blu in cui vigono quote obbligatorie proporzionate a popolazione e reddito dei vari Paesi. Il che vuol dire che in un anno i governi possono dare 100 milioni, e in un altro 0 euro. Fortunatamente c'è una certa regolarità nei loro contributi che permette all'UNHCR di pianificare le proprie attività.

I paesi donatori sono molti, ma i contributi molto importanti sono in numero ristretto: in primis gli USA che danno un miliardo circa; i grandi donatori europei sono la Commissione Europea, il Regno Unito, i paesi nordici, la Germania, l'Olanda e la Svizzera. Infine il Canada, Giappone, Australia.

Ultimamente stanno diventando donatori importanti i Paesi del Golfo come Arabia Saudita, Kuwait. L'Italia ha recentemente aumentato la sua quota annua. Un altro grande compito che avrò è quello di allargare il bacino dei donatori: questo aumenterebbe l'autonomia dell'UNHCR.

Come sono ripartiti questi soldi?

L'86 per cento delle risorse serve a coprire i costi relativi alla fornitura di beni e servizi ai rifugiati; potremmo definirli costi operativi, che includono anche gli stipendi dei funzionari addetti alla protezione dei rifugiati o quelli che organizzano i campi. Il restante 14 per cento viene speso per far funzionare la macchina, i costi amministrativi.

Alcuni bambini studiano, alla luce di una lampada, in un campo UNHCR di Azraq, in Giordania. (Foto di Roderick Eime in Creative Commons)

È vero che l'UNHCR ha smesso di pagare l'affitto per alcuni campi profughi di siriani in Libano?

Questo problema esiste: in molti casi non si riesce a fornire a tutti nemmeno servizi essenziali come educazione e salute. D'altro canto l'operazione siriana è gravemente sottofinanziata, fino al 50 per cento rispetto alle esigenze, dunque la mole d'aiuti viene destinata ai soccorsi d'urgenza.

È un paradosso, essendo quella la crisi più "mediatica" e conosciuta in Europa: ci sono più di quattro milioni di profughi siriani tra Turchia, Iraq, Giordania, Libano e sfollati interni alla Siria. Saranno i primi Paesi che visiterò. Dovremo occuparci degli alloggi, ma anche di scuole, perché la crisi siriana si sta prolungando troppo e un'intera generazione di bambini rischia di non riceve nessuna istruzione.

Due mesi fa sono stati stanziati dall'Unione Europea tre miliardi di euro come "compensazione" alla Turchia per trattenere i profughi sul proprio territorio. Se l'UNHCR è sottofinanziata, non è questo un modo di bypassare le istituzioni internazionali?

Non si tratta di bypassare. Il fatto è che la Turchia è il paese che più accoglie rifugiati, oggi sono sui due milioni e mezzo. Lo fa sopratutto dispiegando mezzi propri. Che l'Europa la "compensi" non è negativo. Quello che si può dire è che queste compensazioni dovrebbero essere fatte anche per altri Stati particolarmente esposti, come Libano e Giordania, per restare nella crisi siriani.

Il mio predecessore ha sempre insistito sul fatto che oltre agli aiuti attraverso l'UNHCR dovessero essere stanziati fondi direttamente ai singoli Stati che accolgono rifugiati. Un esempio è la Giordania, paese tradizionalmente carente di acqua, che fa fatica ad averne abbastanza anche per i suoi 5-6 milioni di abitanti. Se a questi si aggiungono centinaia di migliaia di siriani, è necessario che i paesi europei investano, per esempio, nelle strutture idriche giordane. Stanziamenti di questa natura sono positivi e piuttosto dovrebbero andare anche ad altre nazioni, che si sobbarcano oneri maggiori a prescindere da considerazioni politiche

*Leggi anche: *Come migranti e terrorismo potrebbero cambiare la situazione dei diritti umani in Europa

C'è però l'ambiguità della Turchia nello scenario mediorientale: le accuse di fare affari con lo Stato Islamico e i bombardamenti sui cittadini curdi. Accordi bilaterali di questo tipo sembrano compromettenti agli occhi delle opinioni pubbliche europee.

La politica internazionale è sempre piena di contraddizioni e di ambiguità. Tutte le organizzazioni umanitarie per pratica o per storia, si occupano proprio dei fallimenti della politica. Noi non ci occupiamo di geopolitica, il nostro compito non è di denuncia né di intervento politico, ruolo che spetta ad altre organizzazioni ONU. Inoltre, la ragione per cui sono stati stanziati quei 3 miliardi è la pressione migratoria senza precedenti, che ha portato comunque la Commissione Europea e gli Stati membri ad aumentare il budget per l'UNHCR proprio contestualmente.

Va sottolineata un'altra questione: per risolvere la crisi, il contributo che gli Stati possono portare non è soltanto economico. Ci sono anche le cosiddette "vie legali" di passaggio. Perché quasi un milione di persone nel 2015 ha dovuto scegliere di venire in Europa mettendosi nelle mani di trafficanti e scafisti? Per l'UNHCR è importante dare ai rifugiati, soprattutto i più vulnerabili, la possibilità di essere trasferiti legalmente in Paesi che offrono asilo sicuro.

Nel caso della crisi siriana, finora, questo è stato fatto solo per alcune migliaia di persone ma, dovrà essere lo stesso per centinaia di migliaia. A fine marzo ci sarà una conferenza speciale dell'ONU in cui si chiederà agli Stati di dare non tanto soldi, quanto posti di ricollocamento a chi fugge dalla Siria. In questo senso il Canada ha già deciso di accogliere 25.000 rifugiati siriani.

Fonti del ministero degli Esteri sostengono che nella scelta dei ricollocamenti, per esempio negli Stati Uniti, vengano premiati coloro che hanno collaborato sul campo alle "missioni di pace." Le risulta?

No, mi risulta invece che gli Stati Uniti siano il Paese che ha tradizionalmente accolto persone con maggiori esigenze: donne che hanno subito violenze e maltrattamenti o minori non accompagnati. Al contrario di altri paesi che preferiscono selezionare uomini e donne con particolari qualifiche, magari titoli di studio. È chiaro che gli Usa avendo grosse operazioni militari sul campo impiegano molto personale, anche locale, e può accadere che alcuni di costoro vengano ricollocati. È una misura di protezione che in ogni caso riguarda un numero ristretto di persone.

Dei profughi 'interni' in un campo UNHCR a Timor Est (Foto di United Nations Photo in Creative Commons)

Nel 2015 si sono fatte intense campagne contro gli scafisti. Allo stesso tempo si impedisce l'apertura di corridoi umanitari, per esempio tra la Libia e l'Italia. Non c'è una contraddizione?

Noi non usiamo mai l'espressione "corridoi umanitari." Evoca il massacro di Srebenica, in Bosnia nel 1995 e altre situazioni in cui i "corridoi" sono stati un tragico fallimento. Noi parliamo di "vie legali d'uscita": è una soluzione che aiuta le ricollocazioni dirette ed elimina i rischi dei cosiddetti "viaggi della speranza." Per quest'anno il Segretario generale dell'ONU ha annunciato vertici fra capi di Stato e primi ministri proprio per fornire linee guida e fare pressioni sui singoli governi.

"So che può sembrare una posizione dura, ma chi scappa dalla povertà non è un rifugiato."

Come giudica le nuove linee guida europee in termini di quote e riforma dell'agenzia Frontex?

Il problema dell'Europa rispetto all'accoglienza di rifugiati è l'insufficienza di un'azione comune. Bisogna armonizzare regole e pratiche dell'accoglienza, in primo luogo evitando muri e respingimenti. Su questo le istituzioni europee sono d'accordo ma spesso alcuni Stati nazionali, per questioni politiche interne, reagiscono in modo negativo.

Questo ci preoccupa sia per motivi di principio sia per questioni legali: è importante che i rifugiati siano trattati ovunque allo stesso modo. L'Europa deve europeizzare l'accoglienza. Poi è chiaro che una distribuzione ideale si può anche programmare, ma i rifugiati, giustamente, hanno le loro preferenze. Infine c'è la complicatissima questione di Dublino III, che andava bene quando i rifugiati erano un numero esiguo ma che oggi è giustamente sotto esame.

Tuttavia, è vero che i numeri di rifugiati in Europa sono ancora gestibili. Con una popolazione di 400 milioni e 1 milione di migranti (non solo rifugiati) arrivati nel 2015, il rapporto è di 1 a 400—in Libano il rapporto è 1 a 3.

Detto ciò, non possiamo sottovalutare la politica: esiste la demonizzazione dei migranti e rifugiati, è un fatto che ha presa sull'opinione pubblica. La questione principale, in ogni caso, è normalizzare le politiche d'accoglienza, anche perché quello che fa l'Europa tutto il mondo lo guarda e il rischio è che gli altri Paesi dicano: "se l'Europa non li prende, perché dovremmo prenderli noi?".

Hotspot, impronte digitali e detenzione: le pratiche previste dalle nuove linea guida europee hanno sollevato perplessità tra giuristi e costituzionalisti. Lo screening per separare migranti economici e richiedenti asilo è giudicato lesivo del diritto ad avere una giusta valutazione delle domande di protezione umanitaria.

Ci sono qui due principi in tensione tra loro: uno la necessità di determinare correttamente lo status di rifugiato o di migrante economico. Questa necessità è però in conflitto con quella di fare in fretta, perché più si trascinano i tempi e più l'opinione pubblica pensa che non ci siano soluzioni. Gli hotspot sono un tentativo, tra l'altro, di fare più in fretta, di essere più efficaci. L'importante è che si rispettino le procedure.

Il Colosseo durante la Giornata Mondiale del Rifugiato promossa dall'UNHCR. (Foto via federico.ricci in Creative Commons)

Quali sono i confini fra migrante economico e rifugiato? Può esistere una via di mezzo legale fra lo scudo dell'asilo politico e il respingimento?

Negli ultimi anni le condizioni di chi fugge da persecuzioni politiche e del migrante economico hanno spesso finito con il confondersi. Povertà e guerra sono spesso intrecciate fra di loro: la Siria era un paese di classe media diffusa, ma la rovina delle attività economiche legate alla guerra civile è diventato un altro motivo per fuggire.

Tuttavia è fondamentale che la nozione di "rifugiato" rimanga: sono persone che hanno bisogno di protezione internazionale, se tornano nel loro paese rischiano la vita. So che può sembrare una posizione dura, ma chi scappa invece dalla povertà non è un rifugiato. Ha diverse esigenze e deve avere protezioni e tutele di diverso tipo, ma la distinzione va mantenuta a tutti i costi.

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Quali sono le crisi umanitarie "silenziose" nel mondo, quelle di cui non si discute?

Non si parla di quasi nessun altra crisi che non sia Medio Oriente. I teatri di guerra dell'Africa subsahariana con conflitti in Somalia, Repubblica Centrafricana, in Nigeria e Sud Sudan – solo per nominare quattro casi – producono ogni giorno centinaia di rifugiati. Il vero problema è che, su quell'area di mondo, l'Alto commissariato riceve finanziamenti insufficienti.

Poi ci sono altre situazioni: l'Afghanistan che è ridiventato un produttore di rifugiati. Quindici anni fa ho coordinato il rimpatrio di tre milioni di persone in quel Paese, a riprova del fatto che i rifugiati, se possono, vogliono tornare a casa loro anche a distanza di decenni.

Una situazione molto specifica riguarda la minoranza Rohingya musulmana in Birmania e che ha generato fenomeni di fuga via mare mescolata a movimenti migratori: simile alla nostra situazione del Mediterraneo ma in direzione del sud-est asiatico sviluppato e dell'Australia.

Tra i primi dieci paesi al mondo per tasso di omicidi e pericolosità ci sono nazioni latino-americane: Honduras, El Salvador, Venezuela, Belize, Guatemala e Jamaica. Lì parte una delle tratte più impervie e battute al mondo, con l'aggravante che in, questo caso, gli Stati Uniti riconoscono forme di protezione umanitaria solo agli esuli cubani e venezuelani.

Si tratta forse della situazione meno conosciuta da questo lato dell'Atlantico; è un movimento di migrazione verso nord, Stati Uniti e Messico, causata da diversi tipi di violenza e criminalità, e dal collasso della protezione dello Stato in certi paesi.

In America Latina c'è anche il caso drammatico della Colombia: milioni di persone rifugiate nelle nazioni limitrofe o all'interno del Paese, ma che comunque non vivono a casa loro, per via del conflitto fra Farc e Governo. Per fortuna questa è una delle situazioni in evoluzione positiva grazie agli accordi de L'Avana. È un caso nel quale un accordo politico può portare alla soluzione della crisi dei rifugiati.

Ventimiglia, Calais, Kos e Idomeni in Grecia, Ceuta e Melilla in Spagna: come giudica le esperienze di accoglienza dal basso che si sono sviluppate in Europa quest'anno e che sono state contrastate dalle istituzioni?

Che il fenomeno degli arrivi abbia suscitato esperienze del genere lo giudico positivamente. Ha rotto l'idea monolitica di un'opinione pubblica europea avversa e rintanata dietro ai muri. Ha ridato spazio alla solidarietà in Europa. È giusto che l'opinione pubblica faccia pressione sugli Stati ma, detto questo, le risposte alla fine devono arrivare dalla istituzioni.

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_Foto in apertura di Mustafa Khayat in Creative Commons. _

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