Iggy Pop aveva previsto la situazione della musica nel 2018

Iggy Pop aveva previsto la situazione della musica nel 2018

I servizi di streaming stanno cambiando il volto dell'industria discografica, e il padrino del punk ci aveva messo in guardia anni fa.
GC
London, GB
11.7.18

John Peel è stato un leggendario DJ e conduttore radiofonico di BBC Radio 1, attivo nella scoperta di gemme che hanno fatto la storia del punk e della new wave tra gli anni Settanta e Ottanta. Le sue famigerate Peel Sessions, in cui invitava nuovi artisti a registrare brani dal vivo per il suo show, anticiparono il concetto di live performance all’interno dei format radio, diventando inoltre di rilievo storico per aver presentato nei suoi studi degli allora primaticci che rispondevano a nomi quali The Fall e Joy Division. Tra i volti incogniti introdotti al pubblico inglese figurava anche una band garage statunitense chiamata The Stooges. Peel fu il primo a capire la grandezza della band al debutto, e il primo DJ a trasmettere in radio le loro canzoni. Era il 1969, ben prima dell’ondata punk che avrebbe imperversato oltre un lustro più tardi e il cui padrino per antonomasia, per i più, rimane proprio il frontman del gruppo: Jim Osterberg detto Iggy Pop.

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L’occasione per ripercorrere quegli anni gloriosi commemorando John Peel, prematuramente scomparso a causa di un infarto nel 2004, è l’annuale Lecture organizzata dalla BBC, luogo d’incontri tenuti da volti importanti dal mondo della musica, che vertono su tematiche approfondite. Nel 2014 toccò proprio all’istrionica star del punk, ormai globalmente riconosciuta da tutti, per la prima volta ai microfoni in qualità di conferenziere.

L'intervento mirava ad analizzare lo stato della musica nell’epoca del capitalismo, di quanto il rapporto tra pubblico e artista stesse cambiando e soprattutto perché ci fossero svariati motivi per ritenerlo rinchiuso in una bolla di logiche incoerenti, limitate da un estremo sensazionalismo consumistico. Il discorso – che parte proprio dal titolo, Free Music in a Capitalist Society – punta innanzitutto il dito contro il significato di major (che si parli di etichette o di servizi). Erano gli anni in cui si sdoganavano le partnership globali tra case discografiche e ricche aziende multimediali, storia ormai fuori controllo che ha annullato il confine tra brand e musica.

“Dirò la verità, quando si parla di arte il denaro rappresenta un dettaglio importante. Capita che sia davvero un grosso, enorme, importante dettaglio. Ma un buon LP è qualcosa che vive, non un prodotto, un oggetto.”

L’introduzione è la cartina al tornasole dell’intera Lecture, in cui la parola “gratis” verrà utilizzata sì molto – ben diciotto volte – ma pur sempre meno dei “soldi” – ventuno. Sintomo generale del voler anteporre la questione etica senza girarci troppo intorno, parlando di sentimentalità della musica nella maniera più punk possibile, perché tutto il suo contrario – l’aspetto commerciale – non può andare ignorato, ma capito, affrontato. Chi “possiede” qualcosa, ormai? Bob Dylan lo avrebbe chiamato “il rapporto di proprietà” in “Gates Of Eden”.

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Corruzione e decadenza, un paradiso che non esiste, insomma, è quello che la nuova musica dovrebbe sconfiggere. Un parallelismo che è presagio della trasformazione capitalistica, qui analizzata da Iggy. Una delle stoccate più dirette viene fatta in riferimento agli U2, che forti della loro storia, danno via gratis la loro musica su milioni di dispositivi (Songs Of Innocence, che nel 2014 venne lanciato all’interno del nuovo iPhone 6 e approssimativamente in 500 milioni di librerie iTunes). Senza neanche riflettere, prima, su cosa potessero davvero pensarne i loro potenziali ascoltatori.

“La gente non vuole che Apple le propini forzatamente l’album degli U2. Li metti in soggezione, non gli lasci scelta. Se vuoi mettere te stesso in quello che hai fatto, devi consentire a quella gente di poterti scegliere. È quello a doverti stimolare.”

Insomma, se la musica ha bisogno di liberarsi non dovrebbe continuare a vendere la sua immagine, scegliendo la strada più breve e anti-romantica. Ragion per cui, continua, “oggi sarebbe meglio vendessi assicurazioni per l’automobile, per fare qualche soldo, quanto meno rimarrei onesto”. Perché “tutto al giorno d’oggi è uno spot commerciale e solo quello. Ogni piattaforma gratuita che io abbia conosciuto è stata una frontiera per la pubblicità, la propaganda o entrambe nello stesso tempo”.

Per quanto il 2014 non vedesse ancora riscontro di un così ingente utilizzo di nuove piattaforme (che oggi dettano anche suggerimenti sul consumo globale di una nazione), un’analoga fetta di mercato era prepotentemente rappresentata ancora dal file sharing. Un’evoluzione, divenuta sempre più conformisticamente la regola, che per Iggy ha il sapore della vera sconfitta, di tutto ciò che di sbagliato l’industria musicale ha lasciato si materializzasse.

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“Ora, per mantenere la propria fama, le band più grandi alzano i prezzi dei biglietti e danno via i dischi gratis perché non sembri che non vendano."

Definizione della crisi del download digitale e della sua relativamente breve vita, che si è poi visto schiacciare dal legale, per quanto spesso egualmente bistrattato, streaming. Motivo, probabilmente, per cui premiava invece l’idea di Thom Yorke di rilasciare ad un prezzo simbolico Tomorrow’s Modern Boxes su BitTorrent. D’altronde il caro vecchio Thom aveva abituato ad anticipare sorprendentemente i tempi in questo senso, anche con i Radiohead.

L’esplosione della cultura capitalistica anche in musica, nell’era liberale del digitale, è stata per Iggy Pop come la fine di idee e stimoli che una leggenda come John Peel avrebbe avuto tuttora estro e determinazione per poter proporre ad un pubblico sempre più affamato di novità.

“Stiamo semplicemente scambiando una fregatura impresaria con una pubblica, gestita da nerd del potere. Dei Putin dei computer: gente che vuole solo essere ricca e potente.”

L’onda analoga che viaggia in direzione del tutto contraria al concetto di espressione e di ricerca che aveva permesso di godersi davvero qualcosa di libero, quando Peel era un DJ impegnato a sconvolgere i suoi ascoltatori. E, come previsto, YouTube Music cresce di giorno in giorno, definendo di fatto le strategie dell’industria dall’interno. Tutto questo, per Iggy Pop, è il sensazionalismo che abbatte il vero stimolo, annullando la coerenza artistica.

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“Hanno dei numeri incredibili, certo. Ma gli artisti indipendenti hanno il coltello dalla parte del manico. Stanno combattendo con forza l’egemonia di servizi streaming come Spotify e Rhapsody. E credo sia anche un bene l’approdo di realtà indipendenti per il commercio della musica, come Pledge, Bandcamp o Drip.”

Proprio Bandcamp, menzionato in precedenza, peraltro, ha fatturato per artisti per lo più indipendenti più di 70 milioni di dollari lo scorso anno, in un’impennata storica del mercato di nicchia (o se vogliamo, anti-capitalista) che le statistiche continuano a premiare. Esempi come questi dimostrano che, in fondo, il discorso di appartenenza è un paradosso, un dettaglio che conta solo quando ci si rende conto che ha un peso specifico, proprio come pronunciava Iggy in apertura del suo discorso: sì, il denaro nell’arte conta, ma conta anche sapere come spenderlo e perché spenderlo.

La battaglia tra “musica per le idee” e “musica per portare a casa la pagnotta” non ha modo di cessare, nonostante alcune rare eccezioni. Una volta assorbiti usi e costumi di un’epoca già proiettata ben oltre la coerenza artistica, ora che i Beatles sono storia vecchia di decenni e che il rock ha lasciato spazio al rap, nulla è più scontato.

A fronte di tale metamorfosi del ruolo dell'artista, Iggy contrappone la propria visione, che poi era anche quella di Peel. C'è bisogno di rimettere lo stimolo e la voglia, nell’accezione propriamente romantica, al centro di tutto.

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“Ricordate che questo è un lavoro dei sogni, sia che siate performer, che lavoriate nelle radio, che scriviate o che siate all’interno dell’industria musicale. Perciò, sognate.”

Sono passati quattro anni da questo discorso, e la direzione dell'industria musicale sembra essere esattamente quella prevista dal Saggio Jim Osterberg da Ann Arbor.

Potete vedere il video integrale della John Peel Lecture di Iggy Pop qui sotto.

Giovanni scrive le cose difficili su Noisey. Seguilo su Twitter: @storiesonvenus.

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